Il Veneto di Giovanni Comisso. Padova e i colli Euganei

Prosegue il nostro viaggio nel Veneto di Giovanni Comisso.

Dopo  Il Veneto di Giovanni Comisso. Verona e Vicenza, pubblichiamo un secondo scritto,  sempre estratto dalla monografia “Veneto” della collana “Attraverso l’Italia-Nuova Serie” del Touring Club Italiano. (Milano 1964)

Seguiamo lo scrittore che ci rivela le proprie emozioni nel visitare Padova e i colli Euganei.

Padova

Di tutte le città del Veneto Padova è certamente la più vitale. Non è da credere che lo sia per la presenza di una gioventù goliardica, ma per una ragione ben più lontana, perché la sua gente è euganea.

I padovani discendono direttamente dalle genti primordiali che abitavano gli Euganei ed hanno quindi nel loro sangue una forza vulcanica.

Così quando si vede al centro della città elevarsi un grattacielo, verrebbe da ridere come di vano provincialismo, ma se si chiede a qualcuno perché lo abbiano fatto ci si sente rispondere: – Vuole che noi si sia da meno di Milano? -.

Ai padovani bisogna perdonare. Essi non costruiscono quartieri nuovi e razionali su basi effimere, ma perché hanno una vera potenza vitale per abitarli e goderseli. Basta vedere come camminano per la strada, come invadono le trattorie e i caffè, come mangiano e bevono per capire che questi uomini alti e nereggianti sono forti di una volontà integrale applicata al commercio, all’ industria e all’ agricoltura.

 

Vasta è questa Padova antichissima che si importica per lunghe strade fino a riempirsi di cielo nel Prato della Valle di fronte alle cupole della Basilica di S. Giustina: pronte a staccarsi dalla terra. In questa valle l’armonia è data dai grandi platani chiusi, come gemma, nella cerchia bianca delle statue. Non sono statue egregie, ma sono tanto stupendi gli alberi da fare scendere su di esse, insieme con le foglie, un senso generoso di perfezione grottesca. Scendono lente le foglie e vanno a stagnare nell’ anello d’acqua dove rimangono a galleggiare come ranocchi d’estate.

Nella notte le chiese elevano le loro cupole innumerevoli attratte dal grande cielo liquido di stelle e le case della cerchia impiccioliscono come fossero andate lontane.

Vasta è questa Padova. Senza parlare di Livio che nella sua vena narrativa spiega questa cordiale attitudine veneta al conversare e di Antonio, il Santo, contro la cui tomba si posano perennemente le mani dei sofferenti imploranti la grazia e di Petrarca che qui veniva da Arquà, si vorrebbe ritrovare la casa dove Gasparo Gozzi viveva podagroso e disperato. Egli scriveva d’una sua familiare e del suo orto:

«È sempre in orto con una vanga in mano, e semina varie erbe, e le cura con tanta diligenza che sembra ricami».

Ma è più facile ritrovare il palazzo che fu di Alvise Cornaro, il saggio maestro della vita sobria, il protettore di Ruzzante. È vicino alla Chiesa del Santo e vi si può vedere il teatro all’aperto con lo sfondo architettonico di una loggia costruita da Giovanni Maria Falconetto, dove nel ‘500 si recitavano le commedie ruzzantine aspre di ironia, di lussuria e soprattutto di umana passione. Testimonia quanto completa era la vita di questi signori del Rinascimento, in fianco al teatro all’ aperto. il piccolo Odeon dove il Cornaro voleva per sé e per gli amici il diletto della musica.

Passando sopra al ponte Corvo ci esalta un paesaggio tra i più fantastici. La Chiesa del Santo innalza le sue cupole e i due campanili, sottili come minareti, in un cielo che diventa orientale. Tutto attorno verdeggiano giardini con prevalenza di salici piangenti reclinati verso acque limpide mezzo nascoste. È l’orto botanico dove Gasparo Gozzi passeggiava con la sua potente arnica Caterina Tron

« per godervi quelle fontane, vedere gli ananas, ragionare degli aloe e passarvi dolcemente il tempo »

Fu il primo fondato in Europa nel ‘500 con il nome di Orto dei Semplici e vi si coltivavano le piante medicinali necessarie ai grandi dottori dello Studio Patavino. Qui Wolfango Goethe, quando passò nel suo viaggio in Italia fece alcune sue osservazioni di botanica e vide per la prima volta una palma che ancora vegeta secolare.

Nella Cappella Scrovegna Giotto dipinse i suoi affreschi e Dante esule lo visitò intento al lavoro. Per fortuna queste opere sono riescite a superare intatte il gorgo distruggitore della guerra ultima mentre così non avvenne per gli affreschi del Mantegna che decoravano le pareti degli Eremitani poco distanti.

I colli Euganei

Ma se la gente di Padova in antico è discesa dai colli Euganei essa di continuo vi ritorna con il gusto di ritrovare nel verde dei boschi e nel variare delle cime l’aria che l’ha generata. Risultano questi colli vulcanici così staccati sulla pianura che sembrano isole sul mare.

Avviene talvolta, dopo un temporale che abbia schiarito l’aria vederli, da Venezia, emergere acuminati e cilestrini su dal limitare delle acque della Laguna, trasparenti e irreali come vapori sospesi.

Erano isole ed erano vapori emanati dai crateri incandescenti quando la pianura. padana stava ancora sommersa dalle acque del mare. Ma cresce la loro bellezza se si penetra nelle loro valli, dove la terra arata nereggia come il carbone e da essa matura nerissima l’uva, nerissime le ciliege e una gente dai neri occhi e dai neri capelli. Ogni minimo procedere della strada tra quelle alture dalle forme strane e irreali varia l’aspetto del luogo e girando per le strade tortuose in salita o sul piano attorno lo sceneggiare muta come un corpo che passi davanti a specchi diversi concavi o convessi. In poco spazio vi è una varietà immensa nell’ aspetto e nel tempo. Nel tempo perché salendo ad Arquà o al convento di Praglia è come ritrovarsi in un mattino del Trecento.

Arquà, internata tra le valli, vive nel metro d’un sonetto di Petrarca. Sembra che egli sia partito all’ alba per andare a Padova a scegliersi qualche lauro da piantare nel suo giardino. Inquieto ed errabondo per l’Europa come un uomo del nostro tempo, qui visse gli ultimi anni della sua vita.

« In uno de’ colli Euganei, di lungi dalla città di Padova presso a dieci miglia, edificai una casa piccola, ma piacevole e decente, in mezzo a’ poggi vestiti d’ulivi e di viti. Or qui io traggo la mia vita e benché infermo nel corpo, pur tranquillo nell’animo, senza romori, senza divagamenti, senza sollecitudini, leggendo sempre e scrivendo e lodando Dio»

Così scrisse della sua vita nella sua casetta ancora intatta che custodisce le memorie. A ogni finestra vengono a tremare le rose, semplici rose come appartenenti a quel tempo antico. Rose, lauri, cipressi e ireos nel giardino e viti e meli nell’orto dietro alla casa. La sua tomba è giù nella piazza della chiesa in un’ arca di pietra, nel luminoso mattino sta mezza in ombra e mezza in sole.

A Praglia nel fresco ventoso suona l’organo dentro alla chiesa e la musica cola calda per deporsi nei chiostri e negli orti chiusi.

Dalle finestre si dischiude un miraggio verde di declivi e di campi, di lontananze azzurrine. Giù negli orti alcuni frati con grandi cappelli di paglia stendono la biancheria al sole e altri raccolgono la verdura. Le vecchie colombaie nereggiano diroccate come vecchie torri, una statua bianca appare lontano in una nicchia del muro di cinta. Le logge girano attorno ai chiostri alte e sonore ai passi sulle mattonelle. Il grande convento è pervaso dalla fresca aria che ventila di fuori e tra le sue pareti sembra di camminare come sotto a un alto bosco. Qui Antonio Fogazzaro venne a rinchiudersi per scrivere il suo romanzo Il Santo.