Il Veneto di Giovanni Comisso. Polesine e Laguna Veneta.

Terzo appuntamento con Il Veneto di Giovanni Comisso.

Dopo averci accompagnato per le vie di Verona e Vicenza e coinvolto in un’insolita visita di Padova e dei Colli Euganei, scopriamo dove ci porta questa volta lo Scrittore…

Il Polesine

Il Po limita il Veneto verso l’Emilia. Lungo questo corso d’acqua che si protende lento, sinuoso, ramificato verso l’Adriatico, il paesaggio si fa sempre più ampio e variato. Corsi d’acqua con piccole isole, grandi boschi seguono le rive, smisurate campagne, grasse e verdeggianti, altre irte e giallastre di stoppie dove è stato raccolto il frumento che aveva maturato fulvo come la pelliccia di un leone.

Scendono queste acque da occidente verso oriente vorticose e irruenti nel tempo di piena, per erompere verso il mare portando da secoli terra che si ferma in isole e dalle provvisorie paludi si stagna congiungendosi alla terra retrostante per diventare feconda di biade e per ospitare nuova gente. Questi corsi d’acqua lenti e melmosi si protendono come tentacoli di un polipo verso l’Adriatico verde e le loro sponde subito ai primi venti tepidi sono pronte a ricoprirsi di anemoni e di cardi.

Gli uccelli migratori come approdano dalle terre del meridione trovano sempre nuova terra che viene a loro incontro e le tartarughe passano sulle barene fatte durevoli per esplorarle e cibarsi di api selvatiche e di scarabei. L’uomo fiuta nell’ aria l’odore della terra ferace, chiude le anse d’acqua, le prosciuga e dove prima il cefalo saltellava fuori dall’acqua, la terra si spacca al primo sole avida di sementi. È la terra che crea l’uomo e questa terra nuova emersa crea uomini nuovi.

È una terra dominata liberamente da tutti i venti, il mare cacciato dall’uomo ritorna dal cielo imbevuto del suo riverbero.

 

Terra prima spugnosa d’acqua e subito pregna di biade e gli uomini qui immigrati o qui nati sono modellati dagli elementi fino nell’intimo del loro sangue.

Incuriositi e sospettosi nella solitudine, lenti o vibranti nel parlare se spira scirocco o maestrale, avidi perché è preconcetto il senso del deserto e della povertà preesistenti, resistenti alla fatica, perché sanno dalla nascita che qui bisogna ogni giorno lottare contro le acque del mare e dei fiumi per creare e conservare la terra.

Ma le loro donne come sapessero di essere qui totalmente simbolo della sosta per dare gioia ed ebbrezza dopo la fatica, nella solitudine estrema splendono di bellezza nello sguardo e di vivacità nei gesti e nel passo.

Indubbiamente furono gli Etruschi di Spina e di Adria a creare per primi in queste acque la pesca di valle che fu la risorsa di queste terre fino dai tempi lontani, quando non erano ancora portate all’ agricoltura.

Quella gente attenta a tutti i fenomeni aveva osservato che i pesci risalivano dal mare e cercavano acque sempre più fresche e nutrienti d’erbe e di fermenti.

Idearono così la maniera di chiudere con canneti le valli, il pesce minuto vi risaliva attraverso, ma ingrassato dalla buona pastura non poteva più ritornare al mare attraverso le chiuse di canne. Sorsero così naturalmente ampi, ricchi e perenni vivai di pesce, che ancora oggi sono provvide riserve durante l’inverno, quando è difficile pescare nel mare aperto.

Di queste valli ne parla Cassiodoro nel VI secolo d. C. in una lettera ai Tribuni della Confederazione insulare veneta e le chiama: piscinaeneptuniae.

Adria un tempo sul mare tanto da dargli il suo nome, oggi, ne dista una ventina di chilometri. Dalla sua necropoli etrusca è apparsa la tomba di un guerriero. Lo scheletro è disteso tra le sue armi, le anfore, i crateri delle offerte e ancora di più, dietro a lui, vi è il suo cocchio da battaglia con i cavalli uccisi alla sua morte per seguirlo nel viaggio ultra terreno.

Gli scheletri dei cavalli stanno ranicchiati tra le ruote e l’asse. Dalle ossa sembra fossero proprio di quei piccoli e snelli cavalli dalla testa vispa raffigurati nelle tombe di Tarquinia. Un ferro corroso sta tra le costole del cavallo di destra: il pugnale che lo aveva ucciso. Dietro al cocchio, il cavallo da sella del guerriero ha ancora il morso tra i denti.

La Laguna Veneta

La città di Chioggia è situata su di una breve penisola nella Laguna. Il suo nome deriva da CIodia perché fu fondata dall’imperatore Claudio, nel I secolo. Un grande corso centrale l’attraversa in tutta la sua lunghezza.

È come la spina dorsale di un pesce con tante lische, le sue calli laterali, sempre fitte di popolo che non ama di stare in casa. Queste calli ogni giorno e tutte le ore sono come un palcoscenico dove si recita la scena della vita.

Carlo Goldoni, che da giovane visse in questa città, deve avere sentito da questa impostazione scenica della vita con baruffe, chiacchiere, giochi infantili e serenate notturne, l’ispirazione a dedicarsi al teatro.

Tre canali la dividono per tutta la lunghezza, uno fitto di bragozzi, un altro di piccole barche lagunari e il terzo di velieri da commercio.

Sono i chioggiotti di due razze: quella di coloro che vivono sul mare e quella di chi rimane a terra. I primi hanno larghe spalle, la testa eretta, libera e mobile da ogni lato nell’ abitudine presa navigando di volgerla sempre verso ai quattro angoli dell’ orizzonte, per vedere se qualche nube annunci il mutare del tempo. Il volto è aperto con grandi occhi vivaci, le mani sono fortissime, usate per reggere la barra del timone e tutte le manovre delle vele e delle reti. Il pescatore chioggiotto si forma sul suo veliero dove viene imbarcato da ragazzo e vi rimane fino a quando la vecchiaia lo abbia domato.

Le loro donne invece che rimangono sempre a terra sono esili e pallide, sempre rinchiuse nelle anguste stanze o curve a ricamare i merletti quando la stagione è buona, di fuori nella calle.

Il canto domina con passione questa gente per contrasto all’incessante silenzio che li attornia durante il navigare. Questo silenzio dà a loro anche tanta poetica interpretazione sia delle nubi che dei venti. Secondo la forma quelle le chiamano: cagnolini, pennacchi o tromboni e questi invece li elencano secondo il loro vibrare o l’avvertimento quasi di odore suscitato nell’ aria. Ed ecco la graduazione dei venti, dal primo sintomo fino al massimo: sentimento, afrore, bavesiola, ordene e fortuna.

Andando da Chioggia a Venezia con il vaporetto, lungo le isole con i paesi di case minute, variate nelle tinte delle pareti, sembra di navigare per un largo fiume dell’ oriente.

Venezia appare, anche senza guardarla dall’ alto di un aereo in volo, ma dalla cella campanaria del suo campanile, simile a un pesce galleggiante sul verde delle sue acque.

Le sue pietre per selciare le calli e le piazze e per costruire i suoi palazzi hanno una storia che infine è la stessa storia della città. Dalle città romane di terraferma, come Altino ed Eraclea, distrutte dalle invasioni barbariche, e dalle strade romane lastricate cadute in abbandono, quelle pietre hanno servito a costruire prima Torcello, poi Mazzorbo, poi Murano e infine Rialto. Queste pietre furono come le tende di un popolo nomade che si alzano e si ripiegano a ogni spostamento. Fissata quella gente in Rialto e datasi alla navigazione del mare, portò allora dalla Dalmazia le altre pietre necessarie alla costruzione dei palazzi, dei campanili e delle chiese e per adornarle, incominciando da quella di San Marco, portò dell’ Oriente della Grecia e di Bisanzio pietre più pregiate e colonne e statue.

La sua vita nel miracolo della breve chiostro a galleggiante, specie per quanto riguarda l’arte, è un miracolo di bellezza come quello di una perla iridescente nel cavo di un’ostrica.

Estratto dalla monografia “Veneto” della collana “Attraverso !’Italia-Nuova Serie” del Touring Club Italiano.

(MILANO 1964)