“La società letteraria” di Giovanni Comisso

Fu una mia fortuna che negli anni 1928 e 1929 non avessi a Milano un’abitazione a me riservata. Non avevo neanche una camera; cosi fui costretto a dare a dei miei amici, perché le conservassero, le lettere che formavano il mio archivio. Oggi, dopo quarant’anni costoro mi hanno fatto vedere quelle lettere. Hanno l’intenzione di regalarle poi alla biblioteca civica della mia città per i posteri. Sono loro grato per questo.

Le lettere sono maturate e si sono fatte positive. Oggi sarebbe da conservarle tutte, e meditarle e soprattutto meditare sul corso degli anni e degli avvenimenti. Molte cose sono da riflettere. In primo luogo, come era facile trovare un amico e da questi farsi consigliare.

Vi sono nomi che ancora oggi non dicono niente eppure messi tutti assieme formavano quella società letteraria in cui si viveva. Mi basta scegliere alcune pagine da Trieste, e leggerle. In questa città avevo un amico poeta di una grandezza enorme. Se gli mandavo un mio scritto egli lo commentava e vi aggiungeva la sua verità facendomi come sempre ripensare a quello che avevo scritto. Nella sua biblioteca in via S. Nicolò vi era sempre un mio amico che andava ad ascoltarlo e di me egli parlava spesso con lui fino a suscitargli un’aspra gelosia.

Umberto Saba

Saba non poteva parlare di nessun poeta. Il mio amico aveva sempre bisogno di chiedergli quale fosse il mio valore al raffronto, glielo chiedeva fino ad esasperarlo. Egli aveva la certezza che avrei fatto qualcosa di positivo e mi scriveva dicendomi che ero un uomo giunto all’arte non attraverso i libri, ma attraverso la vita. Mi scriveva inoltre chiedendomi la data di uscita dei miei nuovi libri e attendeva che glieli mandassi per leggerli e commentarli. Ogni suo giudizio era una sentenza positiva sull’arte e faceva meditare.

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Avevo così, a Trieste, una società letteraria che mi comprendeva e mi giudicava.

« Innegabilmente tu sai raccontare; forse solo Tozzi raccontava così, prima di te, in Italia », diceva Saba.

Le sue lettere mi annunciavano e promettevano anche poesie. Numerose ebbi poi lettere indirizzatemi da Svevo.

Questa era Trieste; ma cosi erano anche Parigi e la Russia di Lidin o di Babel. Tutta l’ Europa era in attesa della nostra parola, e noi non sapevamo di vivere in un’epoca di cosi alta civiltà. Dovevano ancora avvenire le guerre, e le loro e nostre esasperazioni.

Tra le lettere ne ho ritrovate anche alcune di Angioletti che allora, nel 1928, dirigeva la «Fiera Letteraria ». Mi scriveva:

«Per ora rimango alla Fiera. Mi manderai il tuo libro? Può darsi che io abbia bisogno di vederti a Milano verso il 15 gennaio. Non prendere impegni per quella data. Ricambio cordialmente auguri anche da parte della mia famiglia ». In un’altra: «Caro Comisso, nell’eventualità che tu abbia il premio Bagutta (cosa che ti auguro di cuore), ho bisogno subito da te: 1. un ritratto (non fotografia) chiaro e somigliante; 2. i tuoi dati completi bio-bibliografici (anche quel che prepari ecc., per un’intervista  tipo «che dicono, che fanno » ) ; 3. una colonna e mezza tua inedita in cui descrivi la tua vita di marinaio. E’ assolutamente necessario che tu mandi questo. Bisogna poi che tu venga a Milano per lunedì 14. Ho assoluto bisogno di parlarti. Per lettera non posso dirti nulla. Con gli auguri fraterni di una bella vittoria. Un abbraccio dal tuo Angioletti ». Si era in attesa del mio primo premio letterario.

 

Un’altra lettera, di Leo Longanesi, diceva:

«Sono stato dal Duce, al quale ho parlato di te, portandogli l’Italiano. Ha letto Gente di mare e ti stima molto. Se tu mi dai un tuo romanzo. lo pubblico a puntate…»,.

In un’altra lettera Massimo Bontempelli scriveva:

«Ricevo tutti i suoi articoli parigini e la ringrazio. Già molto tempo fa avevo proposto alla Gazzetta un articolo  «Comisso a Parigi»: lo farà ora. Avrei molto piacere di avere qualcosa di suo per  «900», e possibilmente per il prossimo numero. »

Nessuno si opponeva a quello che scrivevo. Ojetti trovava certi miei racconti prodigiosi. Riguardo a uno di questi, in particolare, diceva:

«Ho letto il suo Riposo su una collina: ammirevole, Dia retta a me: lavori con fede e con sincerità e andrà lontano. In pochissimi degli scrittori che ho visto nascere dopo la guerra, ho la fede che ho in lei. Non si logori nei frammenti. Scriva, quando le piace, a capitoli; e non s’affanni a costruire il solito romanzo; breve o lungo, che sia un libro di getto ».

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Gabriele D’Annunzio

Fra l’importantissima raccolta di lettere di questa società che mi faceva ala, non dovevano mancare quelle di Gabriele D’Annunzio. Mi scriveva, in una lettera dei primi di gennaio del 1932, dannunzianissima in tutti i suoi elementi:

«In alcune pagine dei tuoi tre libri è il segno d’uno spirito maschio. Per ciò la mia pacata crudezza non ti offende. Ho dato una scorsa non disattenta a Giorni di guerra e all’altro libro. Ho letto interamente Gente di mare, che preferisco. Non lasciare smarrire questa vena, ma cerca di esplorarla e d’illuminarla sino in fondo ».

Ed io così feci, acquistando nella mia possibilità di espressione quello che il poeta si aspettava.

E’ difficile trovare una raccolta simile di testimonianze rivolte a uno scrittore nel suo nascere, che lo rende subito immortale. Fortuna per me insperata, che mi convalidò sul sorgere con poca fatica. Andavo orgoglioso di questi apprezzamenti e fu per me carne un prolungare la vita. In  tale posizione io avevo di che sfidare il mondo, bastava che continuassi lentamente nelle mie opere, senza accrescere il mio contributo alla gloria.

Giovanni Comisso

Il Gazzettino, venerdì 26 gennaio 1968