Agatha Christie e la strega della Val Morgana

Agatha Christie e la strega della Val Morgana

Nessuno le aveva mai parlato. Tantomeno avvicinata per un saluto e un cordiale How do you do? Si trattava di una regola non scritta, mai discussa o concordata a voce, ma tacitamente accettata dagli abitanti del piccolo villaggio di Tregolwyn: la Signora non doveva essere disturbata.

Del resto, era raro incontrarla. La sua presenza appariva elusiva quanto la sagoma fluttuante dei sicomori nei vapori della pioggia autunnale. Se poi qualcuno tra i residenti avesse davvero avuto la sorte di incrociarla, semplicemente obbediva a quella tacita regola e tirava diritto abbassando il capo, gli uomini sollevando leggermente il cappello, in segno di rispetto.

Dopo più di mezzo secolo c’è chi tra gli anziani del luogo assicura di averla vista avanzare, lenta e incerta nel passo, lungo il viottolo di campagna che da Pwll-y-wrach, l’antico maniero in pietra grigia, porta al paese. Altri giurano che sarebbe rimasta seduta per ore sulla panchina in legno che sta di fronte allo stagno con le anatre nel centro del villaggio. “Teneva lo sguardo inchiodato e scuro che pareva una nuvola carica di pioggia,” riferiscono oggi.

Non solo. Iris (centotre anni ad aprile) racconta di essersi divertita a spiarla in più di un’occasione: “La Signora in questione,” afferma in un filo di voce, estricandosi a fatica dalla vecchia poltrona da cui comanda il mondo, “amava aggirarsi tra i boschi nascosta dalla bruma del primo mattino. L’ho vista raccogliere margherite e ogni sorta di fiori ed erbe selvatiche. Ma i suoi preferiti, badate bene, erano i Seddi bachy sipsiwn.” E con questo Iris schiocca la lingua e sgrana gli occhi in segno di disapprovazione. Si tratta di un tipo di fungo velenoso che cresce sui tronchi dei faggi, meglio conosciuto da queste parti con il nome di Sedia degli zingari.

Girava voce allora che la celebre Signora fosse venuta a vivere in questo sperduto villaggio celtico nel sud del Galles, tra pochi umili fattori e pastori con i loro animali, perché nella sua ricca villa del Devonshire nella natia Inghilterra non riusciva più a trovare l’ispirazione. La sua mente, un tempo prolifica, era diventata un albero senza linfa dove non crescevano più idee e l’inchiostro si era seccato nella sua penna come il ghiaccio nei fossi d’inverno.

Agatha Christie (Wikimedia Commons)

In paese ancora oggi c’è chi è pronto a mettere la mano sul fuoco che Lady Agatha fosse stata colpita da un sortilegio di Bwbach, lo spirito maligno e capriccioso che si nasconde dentro le crepe delle case e che una notte per vendicarsi di uno sgarbo subito (e solo la Signora sapeva quale sua azione poteva aver causato tanta ira) le avrebbe riempito la testa di ombre e demoni che da allora la perseguitavano strappandole il sonno e l’estro di raccontar storie.

Tuttavia, di tutta la vicenda oggi non sussiste alcuna prova scritta. Gli annali della minuscola cittadina non ne fanno cenno e neanche sfogliando le pagine polverose nell’archivio della chiesetta si riesce a trovare traccia di questo incredibile evento. Neppure la Signora ne fece mai menzione. Nessun riferimento al paese che si adagia sui declivi della Cwm Morgannwg, la Val Morgana, nei suoi numerosi e avvincenti racconti gialli. Le cinquecento e sessanta pagine della sua autobiografia non contengono un singolo dettaglio di quanto successo. Ciononostante, la vicenda di lady Agatha rimane a tutt’oggi impressa e viva nella memoria collettiva del villaggio al pari di una spada conficcata nella roccia.

Essa viene rievocata, narrata, dibattuta nei pub e attorno ai tavoli delle cucine al crepitare dei caminetti nelle crude notti invernali. Al ritmo di pinte di Welsh Ale – la birra locale derivata dalla druidica Gwin a Bragawd che si dice portasse l’immortalità – la storia di Agatha si gonfia, si allarga e si allunga all’infinito. Fino a trasformarsi in una architettura fantastica che fonde credenze religiose con i miti del Mabinogion, il folklore celtico-gallese. E solo uno storico estremamente meticoloso e cinico potrebbe oggi ignorarla, o peggio, relegarla nel limbo della leggenda.

Se non fosse per una foto in bianco e nero che ritrae la Signora Agatha accanto ad una coppia di cani neri sotto lo scheletro di una grande quercia. Sullo sfondo, una strada di campagna e l’ombra lunga e spettrale di una casa in pietra grigia. A margine la scritta in cimrico: Pwll-y-wrach ovvero Casa sul laghetto della strega. Accanto una data: 1966.

Questa è la storia di Agatha Christie e la maledizione della testa mozzata, così come mi è stata raccontata dagli abitanti di Tregolwyn, il villaggio celtico in cui vivo.

Country lane

C’è un’antica carreggiata lunga poco più di tre miglia che attraversa la Val Morgana da nord a sud. Parte dalla chiesetta di Santa Tydfil, che siede sul Poggio dei Monaci dal millecento sessantasei ed è costruita con la stessa pietra grigia delle case e delle lapidi del cimitero.

Dalla chiesetta la strada scende fino allo stagno delle anatre con la vecchia panchina in legno. Quindi attraversa il villaggio di Tregolwyn, una comunità rurale di appena duecento anime che è rimasta tale, con il vecchio monastero abbandonato e poi convertito in abitazione, i cottage dai caratteristici tetti spioventi, il lattaio, la bottega del falegname e la panetteria con il pane fresco e gli alimentari.

Dal centro del paese la vecchia strada prosegue fino al Pub del Drago Rosso, ancora oggi una ‘zona franca’ per gli uomini che qui si ritrovano per i consueti aggiornamenti, giocano a cribbage, a freccette e guardano le partite di rugby fumando e tracannando boccali di birra, lontani dall’occhio vigile delle mogli.

Lasciati i confini del villaggio la strada si snoda dentro l’aperta campagna tra i campi dove si raccoglie il fieno e le fattorie con gli animali, fino a toccare casolari lontani e solitari. Nei prati pascolano le Welsh Blacks, una razza autoctona di mucche che risale ai tempi preromani e famosa per la qualità del latte e della carne. E naturalmente ci sono le pecore, tantissime pecore. In Galles si contano undici pecore per abitante. E poi lepri, volpi e scoiattoli nei boschi con gli uccelli rapaci e le civette che escono di notte dai tronchi cavi.

Miglio dopo miglio, tra salite e discese, dentro e fuori i boschetti di faggi e sicomori, la vecchia carreggiata raggiunge l’alta scogliera di Clogwyn a sud dove si allunga tra gli alti pascoli. Da qui scende lenta e traballante alla Baia di Giuda per poi dileguarsi nelle acque gelide e tempestose dell’Oceano Atlantico.

Nel suo lungo viaggio l’accompagnano gli effluvi tiepidi di bestie e letame, l’abbaiare solitario dei cani e il sibilo alto delle poiane. Il traffico delle città resta un mormorio lontano, quasi un fantasma d’altri tempi, e le notti sono rischiarate solo dalla luna piena perché non c’è illuminazione lungo la via. I pali della luce sono ancora quelli vecchi in legno che inspiegabilmente sopravvivono ad ogni intemperia mentre i fili elettrici vengono regolarmente divelti dai venti impetuosi.

L’antica carreggiata non ha un nome o un numero che le conferisca ufficialità. Per tutti è semplicemente the country lane, la stradina di campagna che collega le case e gli abitanti della vallata. L’anonima via è rimasta praticamente inalterata nei secoli. Neppure il moderno lifting d’asfalto è riuscito a dissimulare le fenditure antiche e le perenni pozzanghere di acqua melmosa dovute alle piogge incessanti.

Oggi come allora occorre fare attenzione dove si mettono i piedi o essere pronti a manovrare l’auto per cedere il passo a uomini, trattori e animali. Tutte operazioni che mandano in bestia chi va di fretta.

Tuttavia, se ci si lascia andare ai suoi ritmi oziosi, la vecchia strada può trascinare lontano. E si ha quasi la sensazione di toccare il principio del mondo, di coglierne le voci e le storie millenarie. Non solo. La passeggiata è un’esperienza che cattura naso e gola. “Che odor de boassa,” è stata infatti la prima impressione di un’amica dal Veneto orientale.

Giunta ad una curva a gomito la strada rallenta, quasi a riprendere fiato. Pwll-y-wrach, l’antico maniero in pietra grigia, appare all’improvviso imponente e altezzoso tra lo squarcio di un bosco di faggi centenari. Nei secoli passati era stato la dimora di una famiglia nobile che poi l’aveva abbandonato per questioni di eredità, anche se in paese si diceva fosse vittima di un sortilegio. Sul retro della villa s’allarga una grande conca d’acqua: il laghetto della strega.

È qui che Agatha Christie, la regina del giallo, abitava ed è questa la via dove amava passeggiare in quel lontano autunno del 1966. All’epoca aveva settantasei anni e la fama di scrittrice più venduta al mondo. La notizia del suo arrivo e della inaspettata riapertura di Pwll-y-wrach viaggiò veloce lungo la country lane e fece irruzione nelle abitazioni con la furia di un ciclone improvviso dall’Atlantico. In quei giorni in Val Morgana non si parlava d’altro. E nulla riusciva a unire una comunità più di un buon mistery da risolvere.

Tregolwyn, 1966

Tutto iniziò una domenica mattina d’ottobre. Il cielo era color granito e minacciava di piovere. Nell’aria un odore umido di foglie morte e di muschio. Sul sagrato della piccola chiesa di Santa Tydfil a fine messa si era formato un capannello di fedeli. Stretti nei lunghi raincoats, scarpe lucidate, ombrelli alla mano e cappellin testa, gli abitanti di Tregolwyn avevano di che discutere.

“Mi chiedo cosa è venuta a fare lady Agatha nel nostro villaggio,” sbottò Lowri, moglie di Huw il lattaio, lanciando un’occhiata all’amica.

“Che sia scappata un’altra volta?” rispose Arianrhod con un sorriso malizioso. “Non è che ci ritroveremo con migliaia di poliziotti e gli elicotteri sopra la testa?”

“Che dici,” la riprese Lowri prendendola sottobraccio, “allora era scomparsa perché il marito le metteva le corna!”

Gwyr, vero,” disse Arianrhod mentre i suoi occhi neri scrutavano la folla, “se non sbaglio la ritrovarono in un pub del nord. Dissero che aveva perso la memoria… Mi chiedo dove diavolo si è cacciato Geraint.”

“Fa’ come lei,” le fece eco l’amica, “dimentica il marito e risposati con un uomo di tredici anni più giovane. Mi sa che la Signora è venuta qui a rilassarsi!” E le due amiche scoppiarono a ridere.

Gwendalyn, che dall’alto della sua statura aveva tallonato le due donne e seguito tutta la conversazione, decise di dire la sua: “Care mie, con due matrimoni sulle spalle, una figlia vedova di guerra, un nipote,” lei che di nipoti da accudire ne aveva sei, non aveva mai letto un libro in vita sua e di Agatha Christie fino al giorno prima non sapeva neppure l’esistenza, “altro che scrivere storie. La Signora in questo momento ha pesci più importanti da friggere!” E con il viso infuocato Gwendalyn strinse la borsetta al fianco e fece per dirigersi a passo deciso verso casa.

“Agatha Christie a fare la nonna?”

Gwendalyn arrestò immediatamente l’andatura e si girò verso quella voce squillante. Riconobbe Iris, che all’epoca di anni ne aveva cinquanta e cantava da soprano nei primi banchi della chiesa con il coro ‘Le allodole del villaggio’. “Nah, nope, no!” le gridava Iris in faccia mentre sgranava i grandi occhi e schioccava la lingua a sottolineare la sua disapprovazione.

Tutte le donne s’immobilizzarono: era chiaro che le opinioni divergevano e la faccenda meritava di essere approfondita. Fu in quell’istante che si avvicinò al gruppetto Eira, moglie di Bryn il pastore, che incrociando le braccia sotto il seno prorompente dichiarò: “Secondo me la Signora è venuta qui in vacanza. A quella certo i soldi non mancano!” E lei sapeva bene cosa significava tirare la cinghia a fine mese.

I borbottii e i ghigni di assenso non fecero in tempo a sopirsi che sopraggiunse la voce di Geraint il falegname detto anche il Barbetta per la spessa barba appuntita. Arianrhod osservò il marito gonfiare il petto e piantarsi a gambe allargate al centro del gruppo degli uomini. Ecco dov’era finito, pensò tra sé con un sospiro.

“Statemi bene a sentire,” disse in quel momento Geraint puntando l’ombrello nero verso i convenuti maschi. “Chi di voi vorrebbe per moglie una donna che ha i grilli per la testa?”

Gli astanti si guardarono l’un l’altro aggrottando le sopracciglia. Arienrhod era indecisa se preoccuparsi o andarne fiera.

“Quale uomo,” proseguì con maggior foga Geraint, il cui nome richiamava il prode cavaliere di Re Artù, “vorrebbe al suo fianco una femmina che pensa a tutto fuorché al marito?”

Silenzio sepolcrale. Arianrhod avvertì un brivido freddo percorrerle la schiena.

“Perdio,” continuò il Barbetta con un tale impeto che il pizzo argentato gli si mise a tremare sul mento, “una moglie che perde tempo a tramare complotti, a macchinare assassinii e a fabbricare delitti così contorti da fare andare di matto anche il più paziente dei mariti?”

Gwyr! Vero!” esclamarono gli uomini dandosi delle manate sulle spalle, mentre Arianrhod si guardava attorno mordendosi le labbra per sopprimere un risolino di sollievo.

“Metto la mano sul fuoco,” intervenne allora Huw il lattaio sbottonandosi il colletto troppo stretto della camicia, “che se non la smette con tutte queste stupidaggini, lady Agatha…” e qui Huw s’interruppe per prendere fiato, ma anche per dare maggior risalto a ciò che stava per dichiarare, “la più famosa scrittrice di gialli al mondo,” disse scandendo bene le parole, “farà scappare anche il secondo marito!”

Sganasciata generale. Gli uomini alzarono e abbassarono testa e cappello in segno di approvazione. Le mogli si lanciarono occhiate compiaciute da sotto le capigliature cotonate della domenica.

Gareth il fattore, marito di Iris, di cui tutti avevano profondo rispetto poiché la sua masseria era la più grande nella valle e che fino a quel momento si era tenuto in disparte, si avvicinò al gruppo scuotendo il capo. I presenti zittirono all’istante.

“Scommetto che nessuno di noi,” disse Gareth tenendo lo spolverino grigio appoggiato al braccio, “ha mai visto la Signora Agatha con la penna in mano. Giusto?” Silenzio generale. “Eppure…” proseguì Gareth consapevole di avere tutti gli occhi puntati su di lui mentre lentamente si accendeva una Player’s senza filtro. “Eppure, dicono che abbia scritto più pagine lei che non la Bibbia.”

Gwyr,” azzardò qualcuno sottovoce.

“E vi siete chiesti,” continuò Gareth tra le nuvole di fumo, “perché è andata ad abitare proprio a Pwll-y-wrach, la Casa della strega?”

I presenti si guardarono l’un l’altro a bocca aperta. Non ci avevano proprio pensato e una risposta pronta non l’avevano. Dopo qualche istante di imbarazzo fu Bryn il pastore, marito di Eira, a rompere il silenzio. Battendosi il palmo sulla fronte, “Ma certo,” disse con un sorriso che gli riempiva la faccia paonazza per la continua esposizione ai quattro venti, “in un gregge c’è sempre la pecora nera, quella stramba che tende ad andarsene per conto suo.” E Bryn di pecore se ne intendeva. Ne aveva una cinquantina che brucavano libere nei common lands, i terreni comunali. “Bisogna tenerla d’occhio altrimenti…”

Bryn non riuscì a terminare la frase che intervenne Alun il Pastore di anime il quale, toltosi i paramenti sacri, era uscito sul sagrato giusto in tempo per intercettare le ultime battute dei suoi parrocchiani. Tutti gli occhi si girarono verso di lui. “Altrimenti …” disse Alun il Pastore alzando il dito indice nell’aria e aggrottando le spesse sopracciglia bianche da sacerdote druidico “si rischia di smarrire la pecorella nel bosco!”

Gwyr! Gwyr!” esultò la congregazione all’unisono.

E fu così che seduta stante gli abitanti di Tregolwyn presero la ferma decisione di sorvegliare lady Agatha. Senza che lei se ne avvedesse, ovviamente, con discrezione e tatto. L’avrebbero aiutata loro a liberarsi dal maleficio della strega che la teneva in ostaggio e da Bwbach, lo spirito folletto che con le sue diavolerie si divertiva a farle perdere la tramontana.

Con uno sputo su un palmo e poi sull’altro e una vigorosa stretta di mano gli uomini di Tregolwyn sigillarono il patto. Poi, sollevando i cappelli e salutandosi con un Bore da – buona giornata a tutti – ognuno si affrettò verso casa, mogli strette al fianco. Come ogni domenica il Sunday Roast, l’arrosto con patate e Yorkshire pudding, li attendeva fumante nel forno delle cucine economiche.

Se la collina potesse parlare

L’indomani di buon mattino Gareth il fattore era nel campo intento a fendere e rivoltare la terra per prepararla all’annuale semina del grano. In cima al suo trattore, un Massey Ferguson dalla vernice rossa ancora lucida, la giacca in tweed sopra i pantaloni in fustagno marron e il fedele cane Gelert accanto, Gareth si sentiva un re sul trono e con il mondo che gli scivolava sotto i piedi.

Davanti ai suoi occhi i primi raggi di sole infiammavano l’orizzonte e la leggera brinata notturna incominciava a sciogliersi nei prati. L’aria frizzante dell’alba gli rinfrescava il viso e dalle narici inspirava il profumo intenso di resina e muschio dal bosco vicino. Uno stuolo di gabbiani lo inseguiva in grandi cerchi per catturare i vermi dalla terra appena arata. Le loro grida concitate sembravano festeggiare con lui il nuovo giorno.

Eppure, non era un mestiere facile il suo, pensava Gareth tra sé. Dall’alba al tramonto a sfacchinare nei campi e a governare gli animali. Il guadagno non era certo garantito: molto dipendeva dal mercato ma soprattutto dal tempo, sempre imprevedibile. La moglie Iris non perdeva occasione per farglielo pesare: “Asset rich, but cash poor! Ricchi di patrimonio ma mai un soldo in tasca!” gli diceva sgranando quei suoi occhi grandi e accusatori.

Gareth scosse la testa per l’esasperazione e si guardò le mani. Mani ruvide e nodose che avevano conosciuto solo il lavoro della terra. Ma anche mani forti e capaci con cui si era guadagnato il rispetto di tutti in paese. Anche se c’erano giorni in cui gli veniva da maledire quel suo mestiere da contadino, sempre alla mercé degli elementi.

Nei lunghi periodi invernali gli uragani arrivavano improvvisi dall’altra parte del mondo e spazzavano via ogni cosa. Le onde impazzite dell’Atlantico sbattevano le costiere e ingoiavano le spiagge. Le tempeste di pioggia e grandine inondavano i campi e i villaggi con i loro abitanti e gli animali. In quei giorni la Val Morgana si trasformava in una massa di fango.

Tuttavia, da giovane non ci aveva pensato due volte a seguire le orme di suo padre e il padre di suo padre prima di lui. A forza di lavorar sodo era riuscito a riscattare la fattoria con il podere. Ma il figlio Rodry avrebbe continuato la tradizione di famiglia? O piuttosto cambiato strada come tanti suoi coetanei per cercar fortuna a Londra in cambio di un salario sicuro? London: la ricca capitale inglese, un miraggio lontano che lui non aveva neanche mai visto.

L’improvviso abbaiare di Gelert lo scosse dai suoi pensieri. Alzò gli occhi e vide una figura avanzare sulla country lane che dalla Casa della strega portava alla collina di Bryn-y-grogu. Gli sembrò di riconoscere i capelli bianchi, i grandi occhiali da vista, la collana di perle al collo e il golf di lana. Più si avvicinava e più l’immagine che aveva visto in televisione si materializzava. Aveva l’aspetto inconfondibile di una mite nonna di provincia. Yep! Agatha Christie!

Gareth spense il trattore e batté leggermente Gelert con il palmo della mano per tranquillizzarlo. Si arrotolò una sigaretta senza filtro, l’accese e aspirò lunghe boccate mentre i suoi occhi osservavano lady Agatha che camminava a passi lenti verso la collina, le gambe tozze sotto la leggera gonna a pieghe. Caldi vapori si alzavano dalle zolle e l’avvolgevano in una nuvola soffice e biancastra. Poi vide la figura allontanarsi e lentamente lievitare sopra la foschia, fino a raggiungere la cima del piccolo colle. La brezza leggera le faceva oscillare la gonna e le scompigliava i capelli, che le formavano un’aureola bianca attorno alla testa. “Goodness me!” esclamò Gareth fissando a bocca aperta quella specie di apparizione.

Si tolse il berretto in feltro nero e si passò le mani tra i capelli brizzolati. Lassù l’aria era fine e pura come l’aria di montagna, ragionò. E da lì lo sguardo poteva spaziare su tutta la Val Morgana e a est sulla Val Ronda con le miniere di carbone e le casette a schiera dei minatori, fino a raggiungere la grande massa dell’oceano che si spalancava a sud e a ovest.

Forse lady Agatha si era spinta fin là in cerca di un posto tranquillo per riflettere. Solo pochi giorni prima alla radio avevano annunciato che il suo famoso detective Poirot aveva deciso di ritirarsi in campagna a coltivare zucche. La notizia aveva scatenato un pandemonio tra i lettori che non si diedero per vinti neppure quando, vittima di un attentato a Londra, Poirot era improvvisamente sparito dalla scena.

Gareth aspirò l’ultima boccata di fumo, gettò il mozzicone a terra e si fraccò il berretto nero in testa. Dopo un attimo di perplessità, girò deciso la chiave del trattore e si rimise in moto. Sotto gli spessi baffi grigi, le labbra di Gareth il fattore si aprirono in un lieve sorriso.

Lady Agatha non era salita in cima al colle per godersi la vista. Nah! E neppure per meditare sul destino di Poirot. Nope! La Signora non era venuta a Tregolwyn per trascorrere una vacanza, come aveva detto Eira. No! Non era scappata di casa come vociferavano Arienrhod e Lowri. Non! E di certo non si era trasferita nel villaggio per fare la nonna come aveva suggerito Gwendolyn. In questo sua moglie Iris aveva perfettamente ragione.

Piuttosto, lady Agatha gli rammentava una amabile vecchia zitella dall’aspetto comune che amava andare in giro per il villaggio e la campagna, prendere il tè nel pomeriggio e passare le serate a sferruzzare tranquilla davanti al focolare.

Tra una passeggiata e l’altra, un sorso di sweet sherry e una visita dal giornalaio, l’insospettabile vecchietta non perdeva certo tempo. I suoi vispi occhi grigi osservavano, spiavano e registravano ogni minimo dettaglio. Le sue orecchie esperte origliavano pettegolezzi, chiacchiere e confidenze del vicinato. Senza attirare troppa attenzione su di sé, l’anziana signora fiutava i segreti più intimi, sempre a caccia di vecchi misteri. No, Gareth il fattore non si lasciava certo ingannare. Lady Agatha altri non era che Miss Marple.

A dispetto dell’aria pura e il sussurro che arrivava dal mare, la collina di Bryn-y-grogu dove ora s’innalzava lady Agatha, nascondeva la memoria di un passato nefasto e non troppo lontano. Oggigiorno le giovani coppie ci andavano a fare il picnic la domenica con i bambini. Ma gli anziani come lui la guardavano con un brivido lungo la schiena e la lasciavano alle spalle in tutta fretta. Quella era meglio conosciuta come la Collina degli Impiccati, il luogo dove per secoli si erano effettuate le pubbliche esecuzioni.

C’erano notti in cui il vento si alzava improvviso a Bryn-y-grogu. Gareth lo sentiva sibilare e strisciare verso valle con ruggiti cavernosi. A volte, lamenti e grida di terrore graffiavano l’oscurità e penetravano le mura della sua casa e lui doveva tapparsi le orecchie per non sentirli. Erano le anime delle vittime che si alzavano impazzite dalla terra in un coro di spettri. In quelle notti sinistre Gareth non riusciva a chiudere occhio.

Le storie tramandate nel villaggio raccontavano di lugubri esecuzioni a Bryn-y-grogu. La più spaventosa fu quando a finire con la corda al collo furono due sacerdoti cattolici. Tutto era iniziato molti secoli prima al tempo dell’odiato Enrico VIII, il re tiranno che si era annesso il Galles e aveva imposto ai Celti la lingua inglese e la religione anglicana.

Ma in tutta la Val Morgana i fedeli avevano continuato per secoli a seguire in segreto la religione cattolica e la messa in lingua celtica. Finché da Londra arrivò l’ordine del Re di dare la caccia ai traditori. Successe così che in un gelido mattino d’inverno due sacerdoti cattolici che si nascondevano a Tregolwyn, furono catturati e trascinati in catene a Bryn-y-grogu, la Collina degli Impiccati.

Le cronache riferiscono che gli abitanti del villaggio indossarono il vestito buono per l’occasione. Si era infatti sparsa la voce che il Re d’Inghilterra aveva deciso di concedere la grazia ai condannati. Sulla collina c’era aria di festa. Ma si rivelò un funerale.

I due preti ribelli accusati di tradimento e oltraggio alla Corona inglese furono impiccati e squartati vivi. Doveva servire da lezione una volta per tutte. Una ferocia simile a Tregolwyn non si era mai vista. Era il 1679, una data che restò impressa per sempre nella memoria. Da allora a Tregolwyn e in tutta la Val Morgana non si parlò di nient’altro.

Questo pensava Gareth mentre sobbalzava sul trattore e guardava il fido Gelert correre scodinzolando verso l’argine a caccia di prede. Lady Agatha doveva avere un buon motivo per stabilirsi nella Casa della strega e salire in vetta a quella maledetta collina. Era solo questione di tempo e lui, Gareth il fattore, avrebbe risolto l’enigma.

I suoi occhi celesti, che brillavano come due acquemarine sul viso rugoso, scrutarono l’aria. Lady Agatha non c’era più, evaporata come la brina del mattino sui prati. Doveva essere scesa dall’altro versante e diretta verso la Baia di Giuda. Da lontano sentì avvicinarsi l’eco di un rombo. Gareth abbassò il capo e riprese ad arare la terra per prepararla alla semina prima dell’arrivo del cattivo tempo.

La strega nel lago

Nei giorni successivi si verificarono altri avvistamenti. Ad ogni passo di lady Agatha lungo la country lane tutti smettevano di fare ciò che stavano facendo. Scattavano su due piedi e si mettevano sulle sue tracce come dei segugi che fiutano la preda in una caccia alla volpe.

Si racconta che in un tardo pomeriggio d’ottobre Huw il lattaio abbandonò stalla e mucche e si mise a rincorrerla con le maniche della camicia a scacchi ancora arrotolate sulle braccia. Alto, i baffi folti e lunghi e gli stivaloni in cuoio nero che tuonavano sulla terra battuta, ricordava un guerriero celtico infuriato.

E che una mattina dai cieli azzurri e l’aria tiepida, Gwyr il postino in sella alla bicicletta rossa della Royal Mail, la divisa navy blue e il berretto con il frontino, la inseguì zigzagando di portone in portone fino alla scogliera. E che qui Bryn il pastore, che stava con le pecore sui pascoli alti, la vide scendere a passi incerti alla Baia di Giuda. La piccola insenatura fino a un secolo prima era stata il rifugio di briganti, fuorilegge e pirati. Che cosa ci facesse Lady Agatha da quelle parti e così lontana da casa Diosololosapeva.

Si narra inoltre che ad ogni suo passaggio le donne di Tregolwyn si affacciassero incuriosite dalle cucine, il viso rosso e sudato in mezzo ai vapori e il chiasso di polli e cani dai cortili.

“Cose dell’altro mondo,” commentavano asciugandosi le mani sul grembiule che odorava di gravy e di grassi animali, “una signora come lei andare a vivere nella Casa della strega!”

In effetti Pwll-y-wrach aveva un aspetto spettrale. Da più di mezzo secolo non ci abitava più nessuno e l’antica dimora con la sua vasta tenuta era lentamente caduta in rovina. Le pareti esterne si erano ricoperte di crepe e l’edera s’infiltrava nelle fessure. Gramigna e malerba avevano strangolato il giardino un tempo rigoglioso di rododendri, rose e tulipani. E il sottobosco era cresciuto così selvaggio e scuro da rassomigliare alla tana di un demone.

Si diceva che in passato fosse il luogo dove le ellyll, streghe dall’aspetto terrificante, si congregavano e che qui, protette dalle tenebre, compivano sinistri rituali di magia nera. Fatto sta che una notte di luna piena gli abitanti catturarono e uccisero Rihannon, una di queste arpie. Ma la sua testa mozzata catapultò nell’aria e finì dentro il laghetto della Casa della strega.

Secondo la credenza contadina, che si lega ad una leggenda celtica antichissima, dopo la morte del corpo la testa continua a vivere per conto proprio. A volte parla e profetizza, a volte lancia maledizioni. Se poi si trova in una pozza d’acqua, il suo potere magico aumenta.

Successe allora che la testa mozzata di Rihannon, come una zucca di Halloween dagli occhi incavati e la bocca sdentata, continuò a invocare gli spiriti maligni e a compiere nefasti incantesimi. Uno di questi doveva aver colpito lady Agatha. Gli abitanti del villaggio ne erano certi. Chi se non la strega del lago poteva averla ridotta muta e solitaria e senza un minimo di buon senso? Fatto sta che Agatha Christie, la famosa scrittrice di gialli e monumento nazionale, non scriveva più una riga!

Intanto, Brianna la governante di lady Agatha, una zitella corpulenta e baffuta che aveva superato da tempo le sue cinquanta primavere, sfarfallava informazioni: a che ora Madame andava a letto e a che ora si svegliava, che cosa mangiava e cosa prendeva per il tè del pomeriggio. Ma soprattutto cosa faceva nella privacy delle sue stanze.

Quel lunedì mattina all’uscita della panetteria di Tregolwyn, tra il gruppetto di donne che si ritrovava settimanalmente a fare la spesa, non volava una mosca.

“L’altro giorno,” incominciò Brianna che teneva il foulard in testa allacciato stretto sotto il mento poiché spirava un vento di tramontana, “l’ho vista tornare dal bosco con un cesto colmo di bacche rosse del sorbo selvatico, i fiori purpurei dei guanti di volpe (o digitalis), e i funghi velenosi Seddi bachy sipsiwn, le sedie degli zingari. Pensate che dentro aveva perfino le radici di cicuta dall’odore nauseabondo di urina di topi!”

Le donne si guardarono l’un l’altra a sopracciglia inarcate.

“Poi, si chiude nel suo studio per ore,” continuò Brianna, che nonostante la voce robusta era bassa di statura.

“Sarà lì per scrivere una delle sue storie,” azzardò Lowrie con un mezzo sorriso.

“Scrivere non scrive, ne sono certa.” rispose Brianna con un’occhiata di sdegno. “Invece,” proseguì abbassando la voce cosicché tutte le si avvicinarono sovrastandola, “la sento trafficare tra pestelli, fiale e alambicchi. Pensate che riempie bottigliette di un liquido bluastro, che poi conserva nell’armadietto dei medicinali in bagno. Credo prepari fluidi magici.”

Duw, Duw! Mio Dio!” esclamarono le donne coprendosi il viso con le mani. Le amiche Lowri e Arianrhod si scambiarono di nascosto una gomitata per intendere che Brianna era un po’ suonata. La governante infatti aveva fama in paese di essere piuttosto ciaciarona e dotata di grande fantasia.

“Che cosa vi aspettate da una che vive nella Casa della strega?” intervenne allora Gwendlyn, sempre la prima a dare la sua opinione. E sollevò gli occhi al cielo.

“Figuratevi che ieri,” andò avanti imperterrita Brianna, “ho visto Esther, la vecchia zingara, sbucare all’improvviso dal bosco con un balzo da lepre. Ha alzato il pugno contro Lady Agatha e le ha urlato: “Vattene, questo luogo è maledetto!”

“La zingara è pazza,” sbottò Iris sgranando gli occhi gialli che pungevano come vespe. Poi scoppiò in una risata.

Gwyr! Vero!” E le donne si misero a sghignazzare e a scherzare. Ma in realtà avevano paura della zingara Esther. Sapevano che quella vecchia dal viso rugoso, il naso aquilino e gli occhi trasparenti, aveva un potere arcano. Come la strega del lago e Bwbach, il folletto malefico del bosco, era in rapporto con le forze sotterranee e parlava con gli spiriti.

Wisdom of the fool! La saggezza del folle!” disse allora Eira alzando la voce per farsi sentire.

Tutte smisero di ridere e si guardarono incerte.

“Per tornare in sé,” continuò Eira incrociando le braccia sotto il seno abbottonato nella camicetta bianca inamidata “lady Agatha deve prima liberarsi dalla maledizione della testa mozzata. A questo punto,” proseguì Eira sempre con tono grave e sostenuto, “non bastano più chiacchiere e giaculatorie. Serve uno scongiuro. E solo la vecchia zingara Esther ne conosce la formula.”

In quel preciso istante si udì un improvviso colpo di tosse. Eira si girò di scatto, seguita dalle altre. Era Alan il Pastore di anime che con il mantello nero agitato dal vento, la tunica lunga fino ai piedi e i peli bianchi della testa all’aria, proiettava un’ombra minacciosa sul gruppo. Subito le voci si smorzarono. E le donne si dileguarono veloci.

21 ottobre 1966

Come ogni mattina Brianna si era alzata di buonora. Aveva acceso la stufa a legna e servito il breakfast a Madame nel salottino sul vassoio d’argento: la teiera in porcellana bianca con lo Yorkshire tea bollente, il bricco del latte, le fette tostate con burro e marmelade e il tradizionale Bara brith appena sfornato.

Lady Agatha preferiva la colazione dolce, alla maniera continentale, e non salata con uova e bacon, alla moda locale. Diceva che si era abituata sin da piccola durante le lunghe estati trascorse nella casa di famiglia in Francia.

Dalla finestra della cucina Brianna scrutò il cielo: aveva il colore nero dei tetti d’ardesia. La pioggia fine e insistente di quei giorni aveva coperto la country lane di buche d’acqua viscida. Una forte corrente d’aria sibilava contro i vetri e rivoltava nell’aria il fumo dei camini delle case. Era il Gale, il vento freddo dell’Ovest, e si diceva che quando arrivava portava guai.

Brianna avvertì un brivido lungo la schiena e subito si coprì le spalle con lo scialle di lana. Poi sentì che qualcuno stava bussando con forza al portone in legno della cucina. Si affacciò e scorse Gareth il fattore. Aveva il respiro pesante e lo sguardo stralunato di chi ha appena assistito a qualcosa di terribile. Le chiese di sedersi. Doveva parlarle con urgenza, disse. Lady Agatha poteva aspettare.

Brianna spostò la sedia e si fece più vicina. Il fattore si passò le mani grandi e nodose sulla testa con un profondo sospiro e poi la guardò. Brianna notò che gli occhi celesti del fattore, di solito vivi e lucenti, erano diventati liquidi e tristi. Gareth si schiarì la voce e lentamente iniziò a raccontare.

Nel vicino villaggio di minatori di Aberfan, nella Val Ronda, era successo l’inferno. Alle nove e quindici minuti di quella mattina una valanga di fango alta più di trenta metri era precipitata a fondo valle. Le piogge avevano eroso l’enorme montagna di detriti della miniera di carbone che si era improvvisamente staccata ed era franata con un boato terribile.

Alle nove in punto era suonata puntuale la campanella della scuola elementare che stava a ridosso del monte. Centocinquanta bambini con i loro maestri erano entrati come sempre in fila per due nelle aule. L’improvvisa onda nera li aveva travolti seppellendoli vivi sotto le macerie. Fosse successo solo mezz’ora prima e si sarebbero salvati.

Nello stesso momento, continuò il fattore a fatica e nonostante il viso gonfio dallo sgomento di Brianna, i minatori che lavoravano nelle gallerie sottoterra sentirono la terra tremare. Pensando ad un crollo imminente si affrettarono in superficie. La testa rintronata, gli occhi rossi dalla polvere e l’improvvisa luce del giorno, essi furono i primi testimoni della tragedia.

Subito i minatori iniziarono a scavare, immersi nel mare di liquami e detriti, e con le facce nere rigate dalle lacrime. Scavavano con le mani come demoni furibondi. Scavavano e pregavano di trovare i loro figli.

Quando lui arrivò ad Aberfan, disse il fattore, aleggiava la desolazione e un odore di morte: “File di piccoli corpi freddi stesi sulla terra bagnata. Mamme con la pelle delle mani strappata per raggiungere i figli. Chi piangeva con le dita tra i capelli, chi urlava il nome dei bambini e dei loro maestri. Dappertutto lamenti…”

E c’era chi, proseguì il fattore senza interrompersi, guardava il cielo attraverso le lacrime e imprecava e malediva. I contadini come lui, disse stringendo i pugni dalla rabbia, lo dicevano che quella montagna di liquami aveva le gambe. E che prima o poi con la pioggia si sarebbe messa a camminare! Perché nessuno aveva voluto ascoltarli?

Brianna si sentì precipitare in un vortice scuro come il cielo di Tregolwyn quel mattino. Mentre la voce del fattore si trasformava in un brusio lontano, vide i volti dei bambini di Aberfan, il suo paese natale, scorrere come cristalli di pioggia lungo i vetri della memoria. Ne udì le grida, i singhiozzi, i lamenti… E avvertì che l’abisso la stava lentamente inghiottendo.

Pietrificati dalla tragedia della Val Ronda, distante poche miglia dalla Val Morgana e dove ognuno contava un conoscente, un amico o un parente, gli abitanti di Tregolwyn si sentirono catapultati in una notte gelida e senza stelle. I loro cuori si colmarono di tristezza e di un dolore tremendo. Come se degli artigli malvagi li avessero strappati dai corpi portandosi via la loro anima.

Gli archi bianchi nel cimitero di Bryntaf, Aberfan, segnano le tombe dei bambini rimasti uccisi nel disastro (foto di Llywelyn2000, Wikimedia Commons)

Fu allora che Tregolwyn disse addio a lady Agatha. Semplicemente tutti si scordarono di lei, delle ragioni che l’avevano spinta al villaggio, della testa mozzata, della strega del lago e delle sue maledizioni, di Bwbach, delle piante velenose, della zingara Esther con le sue formule magiche… E di tutto il resto.

Nessuno ci fece caso quando l’indomani con la bruma del primo mattino lady Agatha scomparve dal villaggio, in punta di piedi e in silenzio così com’era arrivata. Pwll-y-wrach, la Casa della strega sul lago, fu ancora una volta abbandonata, anche se il fatto passò inosservato.

Del fugace passaggio di Agatha Christie a Tregolwyn, il piccolo villaggio di contadini e pastori a nord della Val Morgana, restava solo una foto in bianco e nero sbiadita. Lady Agatha era ritratta seduta sotto l’ombra di una grande quercia, le spalle appoggiate al vecchio tronco e lo sguardo rivolto lontano.

Titoli di coda

Agatha Christie infermiera ad Ashfield (Wikimedia Commons)
  • Il 21 ottobre 1966 nel disastro di Aberfan nella Val Rhonda centoquarantaquattro persone morirono, di cui centosedici bambini, una intera generazione. Oggi viene ricordata come la più grande tragedia del Galles. Il Consiglio Nazionale del Carbone (NCB) fu ritenuto responsabile ma nessuno fu mai incriminato.
  • Nel 1967 Agatha Christie ritornò alla ribalta delle cronache con un nuovo racconto giallo intitolato Nella mia fine è il mio principio, thriller ispirato e dedicato al suo soggiorno in Galles a Pwll-y-wrach, la Casa della strega. Tra i protagonisti gli abitanti del villaggio, la governante, la vecchia zingara Esther e la leggenda gallese delle maledizioni e… la morte da veleno.
  • Agatha Christie era cresciuta in una famiglia con credenze esoteriche, la madre Clara era una sensitiva. L’occulto è presente in molti dei suoi racconti gialli. Oltre a Nella mia fine è il mio principio, anche in Un cavallo per la strega, È troppo facile e Nemesi.
  • Durante la Prima Guerra Mondiale Agatha Christie lavorò come infermiera volontaria nella farmacia di un ospedale. All’epoca i farmaci erano preparati manualmente. Agatha Christie divenne esperta nel dosare le droghe e le sostanze velenose alla base dei medicinali. Il veleno fu la causa di morte di più di trenta dei suoi personaggi.
  • Ai tempi di Agatha Christie la pena capitale era legale e avveniva tramite impiccagione. Fu abolita nel 1965. In alcuni dei suoi racconti gialli i protagonisti muoiono con il cappio al collo.
  • Nel 1970 due sacerdoti cattolici gallesi, Padre Philip Evans e Padre John Lloyd, impiccati e squartati vivi nel 1679 per la loro fede, furono dichiarati Santi da Papa Paolo VI. Una placca li ricorda nel luogo dell’esecuzione.
  • A tutt’oggi Pwll-y-wrach, la Casa della strega, che si trova nel villaggio di Tregolwyn nella Cwm Morgannwg (qui Val Morgana) è di proprietà dei discendenti di Agatha Christie.
  • Nonostante la fama internazionale, si conosce molto poco della vita privata della scrittrice. Per molti aspetti Agatha Christie rappresenta ancora oggi il suo più grande giallo irrisolto.

Laura Massarotto

Immagine in evidenza: generata da AI by Redazione