Barbara Buoso - Padre terra: le radici di ciò che siamo

Barbara Buoso – Padre terra: le radici di ciò che siamo

Una volta ogni tanto mi capita di leggere un romanzo che risuona dentro di me con una voce familiare. E quando capita non si tratta mai di una familiarità dovuta alla trama, ma dovuta agli ambienti e alle interazioni tra personaggi che vengono descritti. Nel caso di “Padre terra” di Barbara Buoso edito da Fernandel a settembre del 2024, la calda sensazione di familiarità l’ho provata perché il paese descritto dalla scrittrice mi sembrava di conoscerlo già, e mi sembrava di conoscere anche il modo di ragionare dei personaggi coinvolti, soprattutto quello dei personaggi secondari. C’è, lungo il romanzo, una strisciante diffidenza verso quello che non si riesce a comprendere, c’è poi la volontà di dividere le persone in due gruppi: quelle che si conformano a ciò che pensiamo sia giusto e gli altri. E gli altri ovviamente vanno guardati con diffidenza, vanno tenuti alla larga, magari compatiti, ma mai davvero considerati parte integrante del gruppo.

Rosalba e Primo sono una giovane coppia, sono innamorati l’uno dell’altra, vivono una vita di campagna, con i tempi scanditi dalla natura; il passare del tempo è dettato dall’alternarsi delle stagioni, dal sorgere e dal calare del sole. Tutto sembra meraviglioso se non fosse per un particolare: Rosalba e Primo non riescono ad avere figli. I tentativi cadono nel vuoto, i continui pareri medici vengono via via sommersi dalla delusione. Rosalba quindi decide, come ultimo disperato tentativo, di rivolgersi alla Botanica. Non so se ce l’avete presente, ma per chi come me è cresciuto in campagna, in ogni paese c’era un personaggio come quello della Botanica. Una donna, meglio se sola, profondamente ancorata alla natura e ai suoi doni che, grazie a erbe e fiori, proponeva rimedi alternativi. Una sorta di antesignana dalla moderna omeopatia basata sull’esperienza tramandata da una generazione all’altra. Rosalba quindi decide di affidarsi alla conoscenza della Botanica e contro ogni previsione resta incinta.
La Botanica però non è ben vista in paese, un po’ per il suo fare da strega e un po’ perché propone un modello di fede che è ben diversa da quella che viene insegnata in chiesa. C’è infatti un personaggio del libro che a un certo punto, e qui parafraso, dice: se Dio non ti vuole concedere un figlio lascia stare perché quello è il suo volere.

Foto di Andre Furtado

Quando Giovanni nasce, Rosalba muore, lasciando così padre e figlio completamente soli e malvisti dal resto del paese proprio per la cocciutaggine mostrata e il fatto che nel concepimento del loro figlio ci ha messo lo zampino la Botanica.
Ora è facile immaginarsi le malelingue sparlare, raccontare la propria versione della storia, buttata lì per giustificare una cattiveria gratuita: se l’è cercata, è andata contro la volontà del Signore, si è portata in casa una strega.

Povero Giovanni, dicono ancora le malelingue, a cresce senza una madre, solo con il padre. Primo però è un padre premuroso, tira su il figlio come meglio più, con tutto l’amore che ha a disposizione. Mette il figlio al centro di tutto e lo educa in modo che riesca non solo ad affrontare il mondo che lo circonda, ma anche a comprenderlo. Giovanni cresce con un carattere solitario, sembra che l’unica amica che ha sia la natura stessa nella quale gli pare di sentire gli echi della voce della madre, una voce che lo guida e lo culla. Non si sente un derelitto Giovanni, si sente amato e il rapporto con il padre è sincero. È un ragazzo brillante a scuola, certo, un po’ troppo sulle sue, non reagisce alle angherie dei compagni, ma va bene, va bene comunque perché Giovanni assapora la vita come nessun altro, come se chi lo circonda non condividesse la stessa realtà e di conseguenza come se fosse superfluo prestargli attenzione. Tutti tranne il padre.

Foto di Yan Krukau

Purtroppo per Giovanni quella della madre non sarà l’unica perdita da affrontare, ma non voglio dare altri particolari della trama per non rovinarvi la lettura di questo bel romanzo di Barbara Buoso.

È dunque il rapporto tra uomo e natura a farla da padrone in questo romanzo, soprattutto nell’ottica dei cambiamenti che il progresso impone e che vanno a seppellire le tradizioni tramandate da padre e figlio. Giovanni è colui che potrebbe trovare una sintesi tra passato e futuro, proprio perché pur avendo frequentato le scuole (agraria) ha sempre i piedi ben saldi nella tradizione. “Padre terra” però è anche un romanzo che mostra quanto possano essere deleteri i pregiudizi, quando questi possano allontanare le persone. Non possiamo sapere che vita avrebbe vissuto Giovanni se fosse stato accolto dalla comunità, se fosse diventato parte integrante della vita di paese, ma viene da pensare che forse, pur restando fedele a sé stesso, sarebbe stato molto più felice. E forse, mi chiedo, la felicità molto spesso è questa: non dover lottare per essere accettati.

Foto di Vika Glitter

L’intervista

[Gianluigi Bodi]: Qual è stata l’ispirazione iniziale per scrivere Padre terra? C’è stato un episodio, una persona o un’emozione specifica che ha dato origine alla storia?

Barbara Buoso

[Barbara Buoso]: Sì, vado indietro nel tempo, un libro che mi ha fatto leggere il mio professore di italiano, durante l’ultimo anno di scuola, l’anno della maturità. In Padre terra, volevo recuperare il sentimento di Orfeo, personaggio di Orfeo in Paradiso, di Luigi Santucci, Premio Campiello 1967 che, salito sulle guglie del Duomo di Milano, vuol lanciarsi di sotto dopo aver perduto sua madre. Gli si materializza sulla spalla Monsieur des Oiseux, un tentatore abbigliato all’antica, il diavolo stesso che gli propone un vero e proprio patto con lui, un patto faustiano. Potrà placare la sua disperazione di orfano aprendo un tunnel temporale che lo ripoterà alla vita prima della nascita di sua madre. Potrà assistere da “spettatore” senza poter in nessun modo interferire, pena la squalifica del patto, l’infrazione dell’asse temporale, il disordine temporale. Stavo perdendo mia madre lo scorso anno, è morta il primo agosto 2024 dopo una lunghissima malattia, mi sono preparata a perderla per anni con la scrittura, trovandomi purtroppo impreparata allo stesso modo. Il mio Monsieur des Oiseux è diventato la Botanica, la mia intermediaria tra il cielo e la terra e il patto che io ho voluto proporre in Padre terra è un patto sfidante di vita: si può venire al mondo con le forze avverse, sia della terra che del cielo ma noi siamo chiamati all’azione, al costante tentativo di forzare la realtà, anche la più ostile, anche quella che non dà alcun spiraglio. Lì, lì si apre il varco e, nel mio piccolo, posso dire che non sia una esperienza facile, ma è la sola possibile per dare un senso, provarci, almeno.
Ho sentito anche (ed è una indagine partita con la scrittura di L’ordine innaturale degli elementi) una forte vicinanza con L’opera al nero di Marguerite Yourcenar e con la figura di Zenone; in particolare, mi ha colpito la sua ossessione per lo studio del sangue, della circolazione, come metafora di un’indagine profonda sulla vita, sulla trasformazione.
Nel mio romanzo, la nascita di Giovanni è segnata da un’esperienza cruenta, quasi alchemica: la madre muore dissanguata, e il sangue diventa subito simbolo di passaggio, di dolore ma anche di possibilità. Come Zenone, che attraversa la fase della nigredo per purificare la propria sostanza e accedere a una nuova conoscenza, anche i miei personaggi sono costretti a confrontarsi con la materia più oscura dell’esistenza, con la perdita e la trasformazione. La terra, il corpo, il sangue: tutto si mescola in una ricerca di senso che è insieme fisica e spirituale.
Zenone, con il suo coraggio di investigare il corpo, di non fermarsi davanti ai tabù, mi ha insegnato che la vera conoscenza passa attraverso l’accettazione della fragilità e della finitudine. In Padre terra, il sangue materno che si sparge sul letto non è solo tragedia, ma anche la prima sostanza di un nuovo patto tra uomo e natura, tra padre e figlio, tra memoria e futuro. È da questa consapevolezza che è nato il romanzo: dalla volontà di attraversare la materia oscura della vita per restituirle luce e senso, proprio come nell’alchimia di Zenone.

Il rapporto con la terra e la natura è centrale nel romanzo: quanto c’è di autobiografico in questo legame e come si riflette nella tua scrittura?

Più che soffermarmi sulla dimensione autobiografica, preferisco allargare lo sguardo a ciò che mi sembra fondamentale: il rapporto con la terra e la natura in Padre Terra non è solo una questione personale o legata alle mie radici polesane, ma tocca un nodo cruciale della nostra contemporaneità. Questo romanzo nasce dalla convinzione che la relazione con l’ambiente naturale rappresenti una chiave di lettura imprescindibile per comprendere la nostra identità collettiva e il nostro modo di essere comunità
La terra, nel mio romanzo, non è il fondale nero su cui si porta in scena la vita, uno sfondo geografico o nostalgico, ma una presenza che plasma i destini dei personaggi e che ci interroga sul senso dell’abitare, del custodire, del trasformare. Attraverso la figura di Giovanni e la sua sensibilità particolare – capace di percepire “il ronzio sofferente delle vespe”, “la supplica del geranio che sta per essere reciso”, “la preghiera della lepre” – ho voluto prestare voce alla natura e di come possa essere maestra di un’etica diversa, fondata sull’ascolto e sulla cura piuttosto che sul dominio.
Ho utilizzato una lingua sensoriale, ricca di immagini che rimandano ai suoni, ai profumi, ai ritmi della natura. Questo perché credo che solo attraverso un linguaggio che sappia restituire la fisicità e la concretezza del mondo naturale si possa comunicare l’urgenza di una riconciliazione tra uomo e terra. La scrittura stessa diventa un atto di resistenza contro l’indifferenza e la superficialità con cui spesso ci rapportiamo all’ambiente che ci circonda.

Nel tuo romanzo si percepisce un equilibrio tra memoria e contemporaneità. Come hai lavorato per mantenere questa armonia nella narrazione?

Ho lavorato su diversi livelli. Innanzitutto, ho voluto che la memoria non fosse solo un ricordo del passato, ma una presenza viva, una matrice profonda che ci accompagna anche quando non ne siamo consapevoli. Nella mia visione di romanzo, la civiltà contadina e il mondo arcaico rappresentano il cuore nascosto del nostro vivere, una radice che continua a stare salda. Credo che in ognuno di noi ci sia questa antica matrice, e anche chi non ha mai vissuto in campagna può riconoscere, attraverso piccoli segni o gesti, una sapienza che ci appartiene da sempre, di cui siamo ereditieri inconsapevoli.
Dal punto di vista stilistico, ho scelto una lingua che fosse sensoriale, capace di restituire sia la concretezza dei suoni e dei gesti della cultura contadina sia la complessità emotiva dei personaggi contemporanei. L’uso di termini dialettali, onomatopee e una costruzione narrativa che intreccia visione e realtà mi ha permesso di creare una dimensione in cui il passato e il presente dialogano costantemente. Non parlo di un tempo, ma in un tempo: i miei personaggi vivono sospesi tra ciò che è stato e ciò che potrebbe essere, e la narrazione si nutre di questa tensione.
Infine, nella trama e nelle scelte dei personaggi, ho cercato di evitare la nostalgia fine a se stessa: la memoria serve a illuminare il presente, a suggerire alternative, a rompere la catena della sopraffazione e proporre nuove possibilità di relazione con il mondo e con gli altri. La contemporaneità, per me, non è solo il qui e ora, ma la capacità di tornare alle origini per desiderare futuro, per compiere quel “salto evolutivo” che ci permette di valorizzare davvero la nostra esistenza

Cosa speri che il lettore porti con sé, una volta terminata la lettura di Padre terra? C’è un messaggio che ti sta particolarmente a cuore?

Sì, è collegato all’ispirazione, alla prima domanda: si deve tentare di scongiurare il dolore anche scendendo a patti col diavolo.

Barbara Buoso – Padre terra
Editore: Fernandel
Data di pubblicazione: 6 settembre 2024
Lingua: Italiano
Lunghezza stampa: 136 pagine
ISBN-10: 8832207702
ISBN-13: 978-8832207705
Peso articolo: 190 g
Dimensioni: 13.9 x 1.2 x 19.9 cm

Barbara Buoso è nata a Rovigo nel 1972 e vive a Padova. Ha pubblicato Aspettami (Fabio Croce),  L’ordine innaturale degli elementi (Baldini & Castoldi),  E venni al mondo (Apogeo) e la raccolta di racconti Espropriazioni (Vita Activa Nuova).

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