Giovanni Comisso e i ricordi di un tempo: Tommaso Salsa

Giovanni Comisso e i ricordi di un tempo: Tommaso Salsa

Ho conosciuto il generale Tommaso Salsa, che fu un personaggio di primo piano nelle guerre coloniali ed era mio zio materno.
Alto nella figura, sempre elegante, prediligeva quando veniva in permesso vestire in borghese e con stoffe chiare d’estate che attutivano assieme alla paglietta dal nastro grigio, il bianco prematuro dei capelli.
Entrato nello stato maggiore a trentaquattro anni si trovò nel 1891 a Massaua.

In quel tempo, la giovane colonia venne minacciata dai Dervisci, fieri e fanatici combattenti. Dopo un incontro con il generale inglese lord Kitchener, che governava l’Egitto, Salsa fa la sua prima apparizione vittoriosa nel campo di Agordat. Seguì la vittoria di Cassala che tolse l’aggressività a quelle orde e determinò il favore dell’Inghilterra alla nostra espansione coloniale. Dopo vennero gli Scioani capitanati da Menelik, anch’essi per scacciare gli italiani dall’Eritrea. I generali appena arrivati dall’Italia, nuovi alla guerra coloniale, radunati all’insaputa di Salsa che era sotto capo di stato maggiore, furono subito tutti propensi ad attaccare gli Scioani nella conca di Adua.

Àscari italiani affrontano dei cavalieri mahdisti presso Tucruf, in Sudan.

Nelle sue lettere familiari che sono chiari e obiettivi commentari scrive: “Eccitatissimo e con grande vivacità cercai di mostrare la gravità del pericolo che ci attendeva, la pochissima probabilità di un successo tattico che le nostre condizioni non avrebbero permesso di completare con inseguimento, la quasi certezza dell’insuccesso e la probabilità di una sconfitta che si sarebbe certo mutata in catastrofe”. Pure scossi dalle sue parole non si poteva più tornare indietro ed egli disse al generale Barattieri: “Lei comanda ed io ubbidirò come sempre”. Si ritrasse nella sua tenda, ebbe la febbre tutta la notte e la visione di quanto avvenne dopo. Così poi descrive la rovina dell’intero corpo: “Intorno a me era una confusione di gente a piedi e a muletto, in parte ferita che scappava disordinatamente. L’interprete, mio fedele, che mi aveva scorto da lontano e aveva raccolto la bandiera corse consegnandomela. Allora la pigliai agitandola e procurando un po’ l’entusiasmo di quell’agente. Potei raccogliere una sessantina di indigeni e qualche centinaio di italiani. Con essi procurai di far fronte più volte piantando la bandiera, incoraggiando, insultando, bastonando, ma dopo pochi minuti intorno a me non restavano che una ventina di Ascari, coi quali incalzato, dovevo ripiegare”.

Battaglia di Adua, 1896

Dopo la sconfitta fu mandato da Menelik per trattare la pace. Osservatore acutissimo si accorse che questi era in difficoltà per il vettovagliamento del suo grande esercito e per tenersi stretti i suoi capi, ognuno dei quali aspirava a una grossa parte della vittoria. Salsa cercò di attrarre Maconnen assicurandogli l’appoggio dell’Italia nelle sue aspirazioni. Queste trame indussero Menelik a concludere in fretta la pace a condizioni insperate, ma a Roma, nonostante la sconfitta, pretendevano altro e tolsero a Salsa il potere di trattare mandando altro plenipotenziario. Menelik, ritenendosi preso in giro, per riavere i documenti delle trattative, tenne Salsa come ostaggio e concluse più tardi la pace con un nuovo inviato. Costui vantò sui giornali di avere ottenuto condizioni migliori di quelle di Salsa, così da costringerlo, per salvare la sua dignità, di spiegare con una lettera sul Corriere, come erano avvenuti esattamente i fatti. Per questo venne punito con sei mesi di fortezza e radiato dallo stato maggiore.

Truppe dell’Alleanza delle otto nazioni nel 1900. Da sinistra: Gran Bretagna, Stati Uniti, Australia, India britannica, Germania, Francia, Austria-Ungheria, Italia,

Il giro della storia non poteva pendere in favore dei mestatori. Seguirono altri eventi e la presenza di Salsa fu ritenuta indispensabile per dare prestigio alla piccola rappresentanza del nostro esercito che partecipava con le altre nazioni, in Cina, alla guerra dei Boxers.

Seguita la guerra di Libia contro i Turchi, lo stesso Giolitti lo sceglie e lo impone quale governatore di Tripoli tra la concorrenza dei soliti intriganti. Dopo alti e bassi i Turchi stavano per prendere l’offensiva nel settore di Derna. Salsa venne mandato ad organizzare la difesa e con una battaglia in terreno difficile, li sconfigge costringendoli a firmare la pace che si stava trattando a Losanna. Rimpatriato ammalatissimo deve subire una operazione; il Senusso unito ai Turchi che non volevano deporre le armi, approfitta della sua assenza, attacca e ricaccia le nostre truppe. Salsa ancora convalescente e ancora minato dal male riceve l’ordine di partire, ubbidisce, ritorna a Derna, riorganizza l’esercito e ottiene altre vittorie che rassicurano la zona, infine aggravato ritorna alla città natale per morire il mese dopo.

“Il generale Tommaso Salsa e le sue campagne coloniali. Lettere e documenti”
Emilio Canevari e Giovanni Comisso
Editore: Milano, A. Mondadori, 1935

Ero ragazzo e mi sentivo orgoglioso quando veniva in permesso, camminare accanto a lui che aveva vinto tante battaglie in Africa e aveva riportato scudi e lance. Più tardi curai l’edizione delle sue lettere ai familiari di quelle imprese d’oltremare, scritte con una semplicità cesarea. Sono vicende già fuori della nostra attenzione, ma quello che rimane d’importante è prima di tutto lo stile di quel narrare che corrisponde a quello di un uomo chiaro e positivo che mirava soltanto di servire la patria per il meglio. Tra imbrogli parlamentari, ministeriali e anche giornalistici di una nazione troppo giovane per assumere il rango di grande potenza, Tommaso Salsa è come un cielo sereno tra nubi oscure. Sempre accompagnato da una arguzia sottile come quando durante una delle ultime battaglie in Africa gli dicevano di mettersi al riparo dalle pallottole che gli sibilavano attorno ed egli rispose che la sua mantellina era impermeabile.

Ricordo quando era gravissimo in una villetta al Lido di Venezia ed io ero suo ospite che un giorno venne un altro generale per vedere come stava. Non veniva da amico, ma per vedere se gli mancava poco tempo a morire perché aspirava ad occupare il suo posto. Mi impressionò il volto fosco e subdolo di quell’uomo per i suoi grandi baffi nerissimi di tintura. Con questi uomini poco tempo dopo si doveva entrare alla prova nella grande guerra.

Giovanni Comisso

da La Nazione del 01/04/1965.

Immagine in evidenza: Trattato di Wuchale tra l’imperatore Menelik e gli italiani

Share