Esiste in me una Grecia mentale, da molto tempo, quasi dalla mia prima giovinezza, fatta di eroi, di sapienti, di tragedi, di poeti, di storici, di città e di miti ed era fatale che dovessi radicarla nella terra della Grecia reale come rimane ancora dopo millenni di travolgenti vicende tra i suoi mari e sotto al suo cielo. La primavera già segnalata nell’aria mi richiamava a quella terra come per una partecipazione ai giuochi olimpici e decisi di partire. Nel porto di Venezia la nave stava aderente alla passeggiata solativa delle Zattere e risultò augurale nella sua bianchezza, nitida di fresco, come le ali dei gabbiani che le volteggiavano attorno in attesa di accompagnarla. Quando mi trovai a bordo subito mi accorsi che era un’arca di Noè raccogliente sotto specie umana razze innumerevoli segnalate da linguaggi diversi, ma fattomi più attento erano invece tutti israeliti affluiti da ogni parte del mondo che andavano in Palestina.
La nave si mosse sul mezzogiorno e l’urlo della sua sirena si confuse col rombo del cannone nel passare davanti all’isola di San Giorgio. Mi allontanavo dalle colonne e dai marmi che compongono l’armonia di Piazza San Marco, per attraversare quel mare che avevano solcato quando i Veneziani li avevano portati dalla Grecia, sicché già nel partire era come fossi arrivato.
Sfiatavano davanti a me quei mirabili elementi di tempii e di edifici ricomposti in altra forma senza perdere nulla della loro bellezza, perché sono come le pietre preziose che nel loro splendore si accordano dovunque. Poi si giunse al mare aperto e la terra bassa del Veneto svanì all’orizzonte. Durante la navigazione tra il vociare diverso dei passeggeri, riguardando le acque tremule e azzurre, mi ricostruivo gli itinerari di quei greci inquieti e sazi della loro patria che migliaia d’anni addietro avevano risalito quel mare avidi di nuove terre. L’Adriatico si apriva come una porta invitante attigua alle loro isole e ai loro golfi, Espero brillante nel cielo della sera era come un saettante richiamo, la costa orientale arida, irta di montagne e insidiosa di isole non li attraeva. Quella occidentale, invece, piana, ondulata subito appariscente contro il sole che declinava, odorava dalle sue selve di lontano e li invitava a penetrarla come un fiore invita le api. Ma essi cercavano invano dopo Brindisi e dopo Ancona i facili approdi. I fiumi erano esigui, il Po alla sua foce era un intrico di isole malcerte, le lagune di Venezia presentavano insidie continue coi loro inavvertibili fondali, ma il Brenta e il Piave furono i loro approdi attesi, nella parte ultima dell’Adriatico, come il nettare nel fondo di un fiore.
E Padova sorse col mito di Antenore e lungo il Piave, che da quei greci ebbe il suo primo nome di Anasso, si costituirono le prime colonie che nel susseguirsi dei secoli fecero del Veneto una nuova Attica col gusto profondo di armonizzare nel paesaggio città e ville. Sentivo così, mentre la prua infrangeva la pacatezza del mare e dietro alla nave si susseguiva la danza dei gabbiani, d’essere io stesso un greco ritornante, dopo un lungo snodarsi di generazioni, alla terra d’origine. E la seconda notte di navigazione, che avrebbe preceduto l’arrivo in vista delle prime isole fu emozionante di attesa.

Mi svegliai all’alba, la nave solcava già il mare di Ulisse, Cefalonia nevosa era stata sorpassata e la piccola Itaca col «Nèrito ondeggiante di selve, maestoso» potei vederla soltanto sulle pagine dell’Odissea, che tenevo tra le mie mani come mia sola guida turistica. Nella luce della prima mattina alla brezza quasi rigida che veniva dalle montagne stranamente invernali il mare si arricciava «canuto» e il volo dei gabbiani era raro e intimidito.

La costa dalla parte di Missolungi scendeva in aridi e ripidi dirupi rossastri fino all’azzurro delle acque che con alte ondate si schiantava contro le rocce. Attorno alla nave i delfini scattavano brunastri per emergere un attimo e subito scomparire, fiutavo invano l’odore delle erbe quando si intravvidero i primi pascoli, ma d’improvviso dovetti abbandonare la tolda della nave, perché i marinai avanzavano spargendo grandi getti d’acqua e con scope ne ripulivano frenetici ogni angolo.
Non era ancora cessato il dispetto, quando quell’affrettata e irruente ripulitura della tolda mi si sovrappose, là su quel mare, con Itaca dispersa nella foschia, ad altra ripulitura, a quella ordinata da Ulisse, dopo la strage dei pretendenti di Penelope, che aveva reso immonda di sangue e di cibo la sala del banchetto. Compresi allora che la mia Grecia mentale cominciava già a funzionare al massimo e mi allarmai che avesse da finire coi diventarmi un incubo perseguitante. Discesi di sotto per fare colazione e alcuni compagni di viaggio seduti accanto a me stavano scambiandosi tra loro dollari con dracme. Li pregai di farmi vedere come era fatta questa moneta greca e vidi che è meno rettorica della nostra, in un biglietto vi era la testa di Pallade Atena moderata e non caricaturale come quella della dea Roma raffigurata nelle nostre carte da cento. Qualcuno disse che già si vedeva l’Elicona e fu necessario ritornassi ancora di sopra.

Eravamo nel golfo di Corinto, ma da una parte e dall’altra vedendo profilarsi nel cielo cilestrino con nubi effimere alte montagne biancheggianti di neve, mi sembrava di navigare per un lago della Svizzera.
L’Elicona in vero non aveva alcun aspetto eccezionale per essere considerato la sede delle muse. Piccoli e bianchi paesi punteggiati da cipressi e circondati da olivi si vedevano sull’una e sull’altra sponda, poi in una rada chiusa tra alte pareti di roccia rossastra, mi accorsi di una vasta grotta. Era sempre stato un mio desiderio di approdare in Grecia in una simile rada, scendere a terra tra il profumo dell’origano e della menta selvatica, intendere il belato di una pecora e toccare con le mani le rocce, mentre nel riguardare il cielo convincermi d’essere arrivato nel paese dai felici pensieri ispirati da esso e dal fantasioso innestarsi della terra al mare, ma quel desiato approdo, pure apparsomi realizzabile, non era possibile attuarlo e la nave proseguiva oltre cancellandolo.
Ci si avvicinava al canale di Corinto, la terra era vicinissima a noi e alcuni soldati furono i primi greci che si vide sul suolo greco. Salutavano con lento gesto delle mani e un compagno di viaggio che era un greco emigrante di ritorno dall’Argentina, disse a loro con le lagrime agli occhi che ringraziava Dio di potere ancora baciare la sua terra.

Era un Ulisse che liberatosi dagli incantesimi di Calipso ritornava ancora alla sua patria. Si navigava tra le strette pareti del canale, e la terra greca mi apparve così visibile nelle sue musculature nascoste, questa terra che aveva sostenuto tempii ed eserciti, statue e idee. E queste musculature sono fatte di un calcare gialligno dalle cui cavità ogni tanto spauriti dalla nave sfuggivano i corvi con volo grave passando sulla pianura soprastante. Poi le alte pareti del canale terminarono e ci si trovò fiancheggiati da sponde erbose e fiorite dove nere capre brucavano avide guardate da un vecchio pastore.
La nave riprese la sua libera corsa sulle acque azzurrissime del golfo Saronico e i gabbiani stavano in attesa per accompagnarci ancora fino alla mèta. Piccole isole tondeggianti sembravano cetacei emersi al nostro passaggio e grandi isole chiudevano l’orizzonte, Egina più lontano e Salamina più prossima. Si vedeva l’arida montagna piramidale prospiciente alla baia da cui Serse come seduto su di un alto trono assistette alla battaglia. Vinsero i Greci perché Temistocle aveva idee chiare, egli prima della battaglia definì in un discorso la nobiltà della condizione umana quando sia libera e la bassezza quando sia schiava, esortando a scegliere la libertà con la vittoria. Serse invece aveva la mente tanto confusa che, vista una sua nave, comandata da Artemisia, una donna, inseguita dai greci finire a cozzare contro un’altra sua nave, affondandola, credette questa fosse greca ed esclamò soddisfatto: «Gli uomini mi sono diventati donne e le donne, uomini». Ma sono situazioni che toccano ai despoti.

Oramai il Pireo era davanti a me e dietro, sotto l’Imetto roseo nelle sue pietre, biancheggiava Atene. Sulle pendici di un monte vicino vidi lucenti e simmetrici alcuni edifici che a occhio nudo subito pensai fossero templi solenni, ma puntato il cannocchiale mi accorsi che erano serbatoi di benzina.
Giovanni Comisso
da Il Messaggero del 16/04/1953
Immagine in evidenza: L’Acropoli di Atene (di A.Savin, Wikimedia Commons)
