L'invulnerabile altrove. Intervista e recensione a Maurizio Torchio

L’invulnerabile altrove. Intervista e recensione a Maurizio Torchio

Al centro del nuovo romanzo di Maurizio Torchio, “L’invulnerabile altrove” (Einaudi), ci sono due donne: quella che chiameremo per affinità (se non altro perché è viva) “Lei”, la donna di cui non conosciamo il nome ma ne sentiamo la voce narrare, ne vediamo il corpo e il lento compiersi di una normalità infelice nel tempo e nel mondo di Prima; e l’“altra”, Anna, vissuta a Londra un secolo prima, e che abita, “il deserto di vento e sabbia”, il Dopo. Lei è viva, Anna no. Le due donne non si vedono, non si toccano (o quasi) ma si parlano, dando vita a una dimensione anecoica, esclusiva, invisibile e inenarrabile, in cui far vivere le loro proiezioni volatili, le aspirazioni a essere quelle che sono, ovvero, pazze o libere o sane, in ogni caso, qualcosa che non è concesso loro.

Le due stringono una non sempre bilanciata intimità, intrecciano racconti di speranza, di amore, di guarigione (si dicono entrambe pazze), di libertà e di maternità (Anna che desidera avere un figlio come sigillo di salvezza e di continuità), secondo una disposizione intenzionalmente simmetrica che dissolve i confini logici dello spazio e tempo narrativi. L’altrove, che le due reinventano ciascuna con le proprie modalità come uno spazio di sopravvivenza alternativo, o un punto di fuga, non solo si tocca e si fonde, ma si contamina della medesima poderosa carica esistenziale della fenomenologia umana e femminile.

A questo punto dovremmo spiegare cosa sia concretamente l’altrove che sentiamo raccontare dalle due voci. Va detto per onestà verso il lettore che altrove è tante e diverse cose tenute insieme dentro una narratologia complessa, non sempre agevole, densa di rimandi extra-testuali ma ricostruibile con maggiore sicurezza nel nodo archetipico delle favole, dei sogni, della mitologia, delle teorie psicofisiche e filosofiche. Si direbbe un luogo, e chissà che lo sia per davvero, ma non uno qualsiasi, bensì uno di quelli difficilmente localizzabili, quanto l’isola che non c’è di Peter e Wendy, per capirsi, la cui assenza, che assenza vera non è, è quanto di più realizzabile possa esistere per chi come Lei stenta a vivere una esistenza consacrata alla dittatura del pensiero sano, o come Anna, alla dittatura del corpo come accesso alla vita sulla terra.

Che, poi, altrove implica un moto verso qualcosa, uno spostamento, un movimento, una prospettiva che separa un punto da un altro, fino a crearne di innumerevoli. È quello che compiono le protagoniste, dimostrando che la realizzabilità di una cittadinanza alternativa non solo è edificabile se ci si sposta verso (l’inconscio? L’anima?), se ci si discosta da quello che più appare spiegabile secondo criteri convenzionalmente accettati e accettabili, ma che è riscattabile anche nella fragilità, nella dissonanza, nella fedeltà a sé stesse (nonostante tutto), nel dubbio e nelle sue multiformi derive. Se le protagoniste non arriveranno al riscatto finale, cioè, se non riusciranno a liberarsi (dagli sguardi, dalla paura, dalle convenzioni, dal giudizio) sarà perché avvertono il pericolo di essere tagliate fuori, emarginate, giudicate dalla comunità che abitano.

E allora l’altrove non è più un luogo ma una scelta di vita che non attende tempo, e che si trasforma in altrimenti quando consacra l’urgenza di una trasformazione di sé, o una rinuncia a sé, con cui collocarsi tra gli altri simili. E credo che in questa dimostrazione di innocenza, di genuinità verso l’universo del sé, sia racchiuso il senso dell’invulnerabilità dell’altrove, ovvero, l’inconvertibilità della propria essenza anche se dolorosa. Dopotutto, Lei e Anna sono entrambe redivive: due esistenze che hanno cessato di esistere per gli altri e per le quali il dolore sarebbe uno spreco:

Sai, dicono che gli insetti non soffrano, perché il dolore serve a imparare, a cambiare, e loro vivono troppo poco, non ne avrebbero vantaggio. Per un insetto appena nato e già tardi. Sarebbe uno spreco.
Davvero?
Bah, c’è chi dice così. Io non ci credo. Dicono che gli insetti imparino collettivamente, nascendo e morendo, provando e riprovando. Senza dolore, senza neanche accorgersene.
Come le macchine.
Piace pensarlo, perché il dolore di miliardi di miliardi di insetti per centinaia di milioni di anni metterebbe a disagio.
La somma incalcolabile, alla quale non si è mai fatto caso.

Ciò che colpisce di Maurizio Torchio è l’abilità con cui presagisce e inventa e immagina le vite molteplici racchiuse in ogni creatura dotata di mente e di anima. Ridotta a qualcosa che non ci somiglia neanche più, che riempiamo senza accorgercene, che permane identica a sé stessa nonostante gli accidenti che la compromettono e la segnano, la vita nelle parole dei personaggi evoca anzitutto la pratica che le restituisca il dilemma, l’illogico, l’irrazionalità, in una gerarchia che non la pone necessariamente come categoria privilegiata rispetto a quello che vita non è, o a ciò che non rispetta i canoni del pensiero collettivo.

Come tutti i grandi libri, anche questo ha la sua verità, che poi è un dubbio: che la vita anatomica in un corpo come unica matrice di senso può vacillare? Che il pensiero razionale come unico accesso privilegiato alla comprensione può dileguarsi di fronte a quanto trattiamo come inaccostabile e irrelato (che nel romanzo, preciso, non contempla nessun significato biblico, esoterico, paranormale, o liminale) o a quanto licenziamo come diverso e insensato?

L’invulnerabile altrove dimostra di essere un romanzo diverso dagli altri, parte di un complesso narrativo immenso e seducente (dove inserirei anche Cattivi per i molti punti di contatto) che si muove su sentieri scivolosi e controcorrente. Un romanzo tecnicamente eccentrico e linguisticamente sofisticato che, tendendo verso una direzione palindromica di senso e di significato, e laterale sulle cose, riesce a dare considerazioni aperte e infinite, in un equilibrio perfetto tra due esperienze ancora sconosciute, come pure, a tutte quelle sfumature di vita vera che sacrifichiamo al giudizio degli altri. Perché non solo esiste quello che non si vede, ma esiste anche quello che ci rifiutiamo di vedere.

Maurizio Torchio è riuscito ad affrontare le vertigini del vuoto,il deserto di vento e sabbia, il discrimine fra umano e inumano, in cui il paradosso dell’irrazionale assume verità e attualità, ma soprattutto, umanità.

Paola Milicia

L’Intervista

(Paola Milicia): Non è stato semplice limitare il senso attribuibile all’idea di altrove (e chissà se mi ci sono avvicinata). Ci domandiamo fino alla fine cosa sia davvero, mentre sentiamo da subito il sospetto di conoscerne la risposta, come riguardasse in origine anche un po’ noi, il lettore, come riguardasse quei miliardi e miliardi di insetti che da sempre nascono e muoiono senza neanche accorgersene (cit.). Parto, dunque, da qui perché avverto la necessità di fare chiarezza: cos’è l’altrove per Maurizio Torchio e perché “invulnerabile”?

Maurizio Torchio

(Maurizio Torchio): È il contrario del vulnerabile, ordinario, qualche volta banale qui e ora. È una ricerca, una speranza di invulnerabilità e di senso, più che un risultato.
La voce narrante lo frequenta da ben prima di incontrare Anna. Fa un lavoro che non la valorizza, ma non le chiede troppo. Non ci si riconosce, non è lì la sua identità – dunque non può ferirla o metterla in crisi. La casa che sente più sua è quella dove non vive. E poi, naturalmente, c’è l’amante: un uomo in carne e ossa, ma che come tutti gli amanti è anche un po’ un fantasma.
Insomma: un altrove esistenziale. Spostare il baricentro del senso che diamo alle nostre vite sperando di metterlo al sicuro.
Uno dei trucchi più usati per farlo è il rifugiarsi nella mente. Essere spettatori, commentare, descrivere, più che partecipare.

Nella poesia di Emily Dickinson che ho scelto come esergo si legge:

Perciò piú prudente – penso – solo l’anima accostare al vetro della finestra – dove altre creature mettono gli occhi – incaute – del sole –
(Emily Dickinson, Prima che mi venissero cavati gli occhi)

Ci sono cose che capitano fuori, nel mondo, e c’è chi si limita a guardarle da dietro una finestra. E poi c’è chi, per prudenza, non espone nemmeno gli occhi, e al vetro accosta soltanto l’anima.
Quando la voce narrante deve descrivere ad Anna un mondo che l’altra non può vedere, né toccare, né annusare, un mondo dal quale è tagliata fuori, si sente perfettamente a suo agio: è una cosa che fa da sempre, per sé.
Quindi l’arrivo di una seconda voce in testa (che sia follia o soprannaturale) non sconvolge la vita di chi narra (e forse nemmeno di chi ascolta). Ci fa uscire dall’ordinario, turba, ma non sconvolge. E’ il proseguimento di qualcosa che c’era già, qualcosa di familiare.

Verso la fine, c’è un passaggio interessante nelle parole di Lei che dice “Verrei subito a trovarti. Suicidio da speranza, da voglia di vivere, di ricominciare”. Tralascio tutti i luoghi della letteratura in cui il tema del suicidio si accompagna a quello di riscatto e rinascita. Mi pare di cogliere uno sbilanciamento quando attribuisce ad Anna e al suo mondo un valore qualitativo e attrattivo, una pienezza maggiore (resa ancora più vitale dalla scelta grafica del grassetto assegnata alle sue battute) rispetto alla condizione dei vivi, più debole, statica, letargica. Anna sfoggia una vitalità più dinamica di quanto non attribuiamo ai morti. Mi sbaglio?

Anna parla in grassetto solo su ebook (dove non si poteva usare l’evidenziato che, insieme all’editore, abbiamo scelto per la carta).
Ciò detto, mi piace questa interpretazione del grassetto come carattere più adatto ad Anna, perché ha più corpo.
Io non volevo che il mondo del Dopo fosse un mondo esangue, di ombre che vagano senza meta, lo sguardo rivolto all’indietro. Il Dopo non si definisce a partire dal Prima: non possiamo crederci noi, ancora una volta, il centro di tutto. I morti non sono solo i nostri nonni e bisnonni, o al massimo Cleopatra e Giulio Cesare. Si muore, umani e non umani, da miliardi di anni (questo per limitarci, almeno in prima battuta, al nostro pianetino). I morti sono schiacciante maggioranza. La norma è essere morti, non essere vivi.
Dopodiché, già che c’ero (e come spesso si fa in questi casi), mi è piaciuto immaginare un mondo dove alcune delle storture del nostro potessero trovare rimedio. Non un mondo perfetto (nel corso del libro alcuni dei suoi limiti e tabù balzano in primo piano) ma perfettibile, grazie a uno spazio e a un tempo infiniti.
Tutti i morti credono al Progresso, non solo Anna, che visse a Londra nella seconda metà dell’Ottocento. Anzi: il Progresso, finché lei era viva, l’ha tagliata fuori, l’ha ignorata, nonostante abitasse al centro del mondo.
Il tempo per cambiare, scegliere, imparare, è arrivato soltanto Dopo.

Le due donne si definiscono pazze. Nel tuo libro, questa follia non mi pare sia la conseguenza dell’irruzione che sperimentano. Semmai, perché le due donne possano veramente percepire l’altro-ve, la follia è la condizione dolorosa e necessaria, il mezzo. E quando questa condizione viene meno, quando Anna scompare lasciando dietro di sé il ritorno alla normalità, si scopre il brivido della fine, il dolore di un abbandono, la solitudine all’ennesima potenza, la nostalgia dell’altro. Non amo cedimenti sentimentalistici, ma a me sembra si tratti anche di una storia d’amore.

Non è detto che Anna sia scomparsa, e non è detto che questo segni un ritorno alla normalità. Il finale ammette almeno cinque o sei letture diverse.
Però sì, anche a me sembra una storia d’amore: inaspettata irruzione, perdita di controllo, intimità ed estraneità, paura e desiderio, insieme troppo e troppo poco, mondi interi da ridefinire…
E soprattutto: guarire da questa malattia, da questa ossessione, tornare integri, significa tornare soli?

Dimostri di avere un rapporto “ingegneristico” con la parola: c’è in te un coraggio di ricorrere a lemmi e immagini più distanti e improbabili che tuttavia funzionano perfettamente più per l’immaginario che estendono e abilitano, che non per l’immediatezza di senso. Quale rapporto hai instaurato con la tua scrittura? Sei uno di quelli che pensa che scrivere sia una terapia che fa stare meglio, oppure, che la parola in fondo in fondo faccia anche un po’ male (a chi la scrive e a chi la legge)?

Sugli effetti di lungo periodo non saprei dire.
Di sicuro, la maggior parte del tempo scrivere non mi rende felice. La maggior parte del tempo (ore, giorni, mesi, anni) sei da solo con un testo inadeguato (altrimenti non saresti lì a lavorarci su). E hai un bel ripeterti che quello è solo il testo, e che un po’ sta migliorando…
Poi, certo, quando il libro esce un po’ di soddisfazione arriva. Ma non c’è proporzione! (e dunque, se anche il lettore soffre un po’… Mi sembra appena appena giusto).

Maurizio Torchio - L'invulnerabile altrove

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Maurizio Torchio, L’invulnerabile altrove
Editore: Einaudi (7 settembre 2021)
Copertina rigida: 160 pagine
mauriziotorchio.com

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