Recensioni a “Oltrepassare” di Martino Ciano

“Oltrepassare” di Martino Ciano

Di un libro letto se ne traccia la storia, se ne stabilisce lo sviluppo narrativo e se ne possono anche acquisire riferimenti storici o rintracciare un qualche specifico accadimento di cronaca. Qui invece, in Oltrepassare, prevale un lavoro di ricerca, quello dell’autore, che attraversa le diverse componenti che fanno di uno scritto un’opera letteraria, da quella linguistica a quella stilistica, e che contraddistinguono l’autore nel panorama contemporaneo letterario italiano. In questo libro, Martino Ciano, interpreta ruoli diversi, passando da dentro a fuori il “palcoscenico”, una volta attraverso la voce della protagonista, Emma, poi attraverso quella dell’io narrante, il narratore. Inoltre, riconoscendo il ruolo di Ciano, come di qualunque altro scrittore di narrativa in relazione alla propria opera, non si può prescindere dal considerare un altro narratore, lo scrittore, appunto, colui che sta al di fuori della “scena” e che muove i protagonisti attraverso la storia che man mano si dipana. Siamo quindi in presenza di una metastoria, di una metanarrazione dove, a seconda del “cantore” di turno, “viaggiamo” su livelli diversi, paralleli e per nulla antitetici. Al centro abbiamo Emma che entra e esce dal mondo dei vivi, attraverso un cambio di persona. Racconta, lei o chi per lei, il suo vissuto terreno, i suoi disagi e le sue paturnie e, soprattutto, il malessere di un padre che, riconoscendosi colpevole di avere, seppur indirettamente, partecipato al definitivo declino del Sud: “… I padri calabresi odiano i propri figli… Li hanno sacrificati al benessere illegale, al lavoro sottopagato, alle fabbriche inquinanti…”, la esorta a scappare, ad andarsene via, lontano da quella terra maledetta: “… Non morirai qui perché in questo paese è già tutto senza vita …”. Ma le fughe, si sa, non sempre si rivelano salvifiche. Non è fuggendo che ci si libera dei problemi e delle ferite accumulate. E noi, tutto ciò, lo sappiamo già, non tanto per una nostra capacità di preveggenza, bensì per quell’implicito pensiero dell’autore, che esplicita in maniera eloquente sin dalle prime pagine, pensiero sta alla base del tessuto su cui si srotola la triste e bella storia di Emma: “…Tutte le cose tendono a una meta, ma non c’è un fine, bensì la fine…”.

Riccardo Sapia

E’ un libro particolarmente bello. A leggerlo, si prova disorientamento. Lo stesso disorientamento dei protagonisti, o meglio del protagonista, che a mio parere è “uno e trino”. Non a caso parlo di trinità, perché leggendo oltre, il romanzo di Ciano è una teologia della mancanza. Intanto, il titolo offre la dimensione in cui si muove; “oltrepassare” indica un andare al di la, ma anche all’aldilà, cioè una prova di scardinamento dei limiti, imposto dalla nascita, da uno stato sociale, da un habitat culturale, dalla religione, dall’etica, dalle dinamiche familiari, dal luogo in cui si abita. I protagonisti-protagonista, si muovono sempre in una dimensione a tratti onirica, a tratti immersi in veri e propri deliri dissociativi dove permane la ricerca costante di un essere presenti in un qui e ora che sfugge continuamente. Una sorta di caduta libera nell’essere, che si trasforma in continuazione e che per quanto ci si sforzi di trovare il punto di arrivo e sembra che lo si stia raggiungendo, questo sfugge e si allontana. C’è una ricerca del bene e Ciano, lascia che i personaggi lo invochino: “Maranatha” (vieni Signore Gesù) ripeteranno; mantra di richiesta salvifica da un mondo che non riconosce i propri figli e, questi si affidano e confidano nell’appartenenza ad una spiritualità al di la da venire, giusta escatologia di un logos che appare ma non si sostanzia, diviene e sfugge alla forma, “un panta rei” incessante come il flusso dei pensieri che li caratterizza e caratterizzerà il lettore, se si abbandonerà al loro fluire.

Gianluigi Pagliaro