Ungaretti soffiò in me la vita culturale

Lettera a Bruna: l’epistolario del poeta innamorato di una ragazza che aveva 50 anni meno di lui.

“È stata una benedizione del Signore conoscere Ungaretti. Prima di tutto ho avuto il privilegio di conoscere l’uomo, poi il poeta.” Eccola Bruna Bianco, sul palco di Pordenonelegge, nel suo abito rosso. Elegante, con la voce rotta dall’emozione, la donna che a soli ventisei anni fece letteralmente perdere la testa al poeta, all’epoca già 78enne, arriva dal Brasile per partecipare alla presentazione di “Lettere a Bruna”: la raccolta, pubblicata da Mondadori e curata da Silvio Ramat, delle 377 epistole che il poeta le scrisse tra il settembre 1966 e l’aprile del 1969. Si conobbero a San Paolo, dove Bruna viveva, e dove lui si era recato per rivedere la tomba del figlio Antonietto, scomparso nel 1939, all’età di nove anni e per tenere un ciclo di conferenze.

“Ero molto ingenua e mi accostai a lui per fargli leggere le mie poesie. Ancora non sapevo di quale fama godesse realmente. Fu molto colpito dai miei versi, mi toccò il braccio e io mi incendiai. Avevo incontrato un uomo capace di farmi vibrare.”

Quel fuoco, che scaldò gli ultimi anni del poeta, continua ad ardere in Bruna, che ora ha la stessa età di Ungaretti al loro primo incontro. Non è solo il colore dell’abito a comunicarlo, sono le lacrime che stenta a trattenere, è l’appello che lancia di donare il libro agli amici giù di morale.

“Rinnoverà un po’ anche la vostra vita. Le sue lettere danno forza e la forza che io ho è quella che Ungaretti mi ha innestato.  Con lui mi sentivo sempre amata, ventiquattro ore al giorno.”

Lui la amò, molto, moltissimo. Le fece telegrafare la prima lettera dal piroscafo sul quale si era imbarcato per fare ritorno in Italia dopo il primo fortuito incontro. Attraversò in auto una Roma deserta per cercare l’unico ufficio postale aperto il 26 dicembre, tanta era l’urgenza di comunicare con lei.

“Sono furente d’amore. Urlo come una belva – alla mia bell’età – d’amore; ma sono un prodigio. La poesia salva l’uomo dagli anni, rimane fino all’ultimo un bramoso, con i bramiti. T’amo, T’amo, t’amo e ti bacio fino all’oblio di me e di tutto”

le scriveva quando non poteva raggiungerla in Brasile. Da queste parole si capisce come il poeta, nato in un luogo dove il sole è signore, avesse trovato in Bruna una nuova luce, una bellezza uguale al sole. Lo si intuisce anche dalla grafia, che a volte crea veri e propri ingorghi, e che diventa spia dell’emozione che Ungaretti provava nello scrivere a Bruna. Le raccontava i luoghi di periferia di Roma dove viveva, maledicendo tedeschi e americani che avevano bombardato i boschi delle ninfe. Le raccontava della notte di Natale trascorsa a Napoli nel 1916, quando rinunciò al letto per mettersi a dormire a terra, sul tappeto, abitudine acquisita durante la vita di trincea. Era poeta di collegamenti: partiva dai luoghi e li accostava ai pittori. Era successo per le pagine scritte ricordando Londra, nelle quali menzionava Turner e Blake e non aveva nascosto la sua curiosità per le minigonne. Ma ancor più era successo scrivendo del breve viaggio in Israele, nei luoghi dove era passato Gesù, e che più lo avevano emozionato assieme alla rilettura del brano del Vangelo dedicato a Salomè e alla decollazione di Giovanni Battista.

“Gli chiedevo che mi scrivesse del nostro amore, perché era questo che mi interessava, e lui mi rispondeva che parlare delle sue esperienze, riflettere sull’arte e sulla letteratura, mettersi a nudo confessando rimorsi ed evocando ricordi era il modo migliore per dirmi quanto mi amasse e mi considerasse la sua musa. Aspettava le mie risposte, le mie poesie, e poi le correggeva a matita. Mi ha insegnato a essere semplice nella parola della poesia: “non deve essere dotta,trascrivi la verità che senti”, mi esortava in continuazione.

Mi ha insegnato l’importanza del rinnovamento continuo della parola. Mi ha insegnato ad avere coraggio, a lapidare la parola per mantenerla attuale. I miei genitori mi hanno creata in carne e ossa, lui mi soffiò la vita culturale e l’autostima.”

Dalle lettere emerge un Ungaretti che si affida interamente alla passione, perché si sente di essere vivo, perché sente di poter vivere il “qui e ora”. Attraverso il ricordo tattile, la memoria fisica, traspare la fisicità delle sue emozioni. E viene fuori anche il personaggio di Bruna, ritenuta molto brava nel raccontare il trascolorare del paesaggio.

“Ho consegnato le 377 lettere a Fondazione Mondadori, perché Mondadori è sempre stata la casa editrice di Ungaretti, perché in esse c’è tutta la sua sostanza culturale e poetica e perché sono convinta che quel carteggio sia scritto per tutti con il compito di creare gioia e vita. Ho chiesto di averne indietro qualcuna. Ho bisogno di andarle a rileggere ogni tanto, di mantenermi in allenamento, perché anche l’amore necessita di un grande allenamento. Mi chiamava “anima mia, poesia della poesia, sposina mia, e io mi sentivo una regina.”

Federica Augusta Rossi

Giuseppe Ungaretti (a destra), Bruna Bianco e Horacio Moraglio, della Olivetti, a San Carlos de Bariloche, in Argentina, il 26 novembre del 1967 (foto pubblicata su il Venerdì per gentile concessione di Bruna Bianco)

 

Roma, il 18/2/1967

Amore mio, Bruna, per sempre amore mio,

[…]

Non devi illuderti, non ti devi illudere, non mi devo illudere: sono molto vecchio, anche se ho ancora la mente lucida, anche se lavoro ancora come se non avessi che 18 anni; anche se mi muovo come se nulla fosse da un capo all’altro della Terra, non ci sono altre difficoltà, ma questa è gravissima.

Non parlarmene ora. Parliamo ora, nelle tue lettere, come farò io nelle mie, solo della necessità che non si spezzi l’incantevole, il sovrumano incanto dell’amore che ci lega. È un fatto di una bellezza suprema.

Grazie, amore mio.

[…]

Ti bacio, t’amo

Unga

 

Roma, il 6 luglio 1967

Bruna, mia cara

[…]Non Ti ho detto una delle cose sorprendenti, festose, graziosissime di Londra: le scarpette delle ragazze in minigonna; sono di pelle lucida, di colore tenero, e si vedono così saltellare per le strade, passi eleganti calzati di verde smeraldo, o di verde menta, o di verde erba nascente, o di giallo, o di celeste, o di viola pallido, o di rosa (tutti i rosa): una festa di colori che va e viene sull’asfalto in mezzo al traffico indemoniato.

Piccolina, amore mio, come stai? Sempre sei qui. Non sei lontana. È vero che sei impalpabile, ed è un’enorme sorpresa e un sacrifizio quando tento d’abbracciarti, e non abbraccio che il mio pensiero continuo, cioè un’idea, un sentimento, tutto, certo, e nulla.

Piccolina mia, come stai? Presto però ti rivedrò, ti rivedrò corpo e anima, e non solo sogno e anima.

Qualche volta fai qualche errorino di grammatica, e uno delle tue lettere del 30, 31, non l’avevi mai fatto prima. Come Ti è successo di farlo?

Il Tuo Ungà