L'elzeviro? Solo una forma di espressione

Uno, due, tre, quattro: sono le 4 di mattina…

Uno, due, tre, quattro: sono le 4 di mattina, oggi ne abbiamo 20, il mese è sul calare, bisogna decidersi, bisogna fare l’elzeviro. Quanto si era ad altro giornale, c’era addirittura il direttore che si preoccupava di inviare un telegramma, che accendeva di smisurate speranze, ma dentro non toccava di leggere di meglio che le laconiche e fredde parole: “Attendo elzeviro, fare cioè l’articolo d’apertura di terza pagina ( elzeviro deriva da Elzevir, capostipite di una illustre famiglia di stampatori olandesi del 500, inventore dei caratteri coi quali normalmente si compone questo articolo) è il supplizio della quasi totalità della letteratura italiana contemporanea. Ne vanno esenti ben pochi perché si sono sobbarcati obbligo più grave in un lavoro quotidiano radicalmente estraneo alla letteratura.

Giovanni Comisso
Giovanni Comisso

Se fare l’elzeviro è un supplizio bisogna sapere che esso per lo scrittore italiano rappresenta il solo mezzo sicuro per avere ad ogni principio di mese un assegno di alcune centinaia di lire che gli permettono di tirare avanti la baracca. Il solo mezzo sicuro: perché i giornali letterari non pagano, le riviste appena nate muoiono; e se vivono, o pagano miserie o prima di pubblicare un articolo fanno attendere degli anni per ragioni di turno nella grande ressa di postulanti. I libri si sa quello che rendono allo scrittore italiano: un libro di grande successo, cioè che sia stato premiato e che i più severi critici si siano trovati d’accordo a lodare sui maggiori quotidiani italiani e stranieri, non raggiunge che raramente le diecimila copie, con un guadagno per l’autore di 15 mila lire, che verranno centellinate durante un periodo di sei, sette anni, con infiniti ritardi su ogni scadenza del semestre, quando addirittura non sia meglio rinunciare ad ogni attesa per fallimento della casa editrice.

Se un libro poi non ha avuto la fortuna di essere premiato (è più di un premio un autore non prende) o di incontrare il gusto della critica, il reddito è zero. Sicché non rimane che l’impresa giornalistica, la sola organizzazione sicura, solida finanziariamente, pratica come funziona in rapporto al tempo, generosa in complesso, onesta e rispettabile.

Lo scrittore italiano si mette tavolino, butta giù duemila parole, pescando nella sua fantasia o nella sua esperienza, le spedisce, vengono pubblicate e al primo del mese non manca di ricevere l’assegno. Tutto questo rispetto alla situazione delle riviste dei libri è Indiscutibilmente meraviglioso, utile è quasi delizioso, ma rispetto all’arte e alla coscienza per l’arte che ognuno di noi dovrebbe avere è terribilmente triste, è in modo positivo una croce supplizio.

Foto di Wallace Chuck da Pexels

Uno, due, tre, quattro: sono le 4 di mattina, oggi ne abbiamo 20, il mese è sul calare, bisogna decidersi, bisogna fare l’elzeviro. Cari amici, mettiamoci una mano sulla coscienza e abbiamo il coraggio di dichiararlo: “i nostri elzeviri fanno pena”. E sanno di sigaretta fumata per far scaturire la battuta di attacco, essi sanno di caffè “molto forte” per tenerci in uno stato vibrante, i miei forse sanno di tè, ho un amico a Sciangai che me ne manda dell’ottimo, ma è lo stesso, quello che è certo è che non profumano di sincerità, quello che è certo è che sotto si sente il triste odore del sicuro e generoso assegno che la direzione del giornale ci manda puntuale e immancabile.

Rileggiamo i nostri elzeviri usciti negli anni scorsi e se non ci sale il disgusto bisogna dire che siamo dei ben incalliti ingannatori di noi stessi. Io per conto mio dichiaro che provo lo schifo più profondo per tutti quelli che ho scritto, compresi quelli che certi critici hanno voluto giudicare degni di antologia.

Proprio in questi non solo si sente l’odore dell’assegno che allora poteva anche essere considerevole, ma si sente persino nell’impasto delle parole, nella scelta di queste, nelle battute da attacco, nel “sostenuto” durante il corso dell’articolo e poi nel solfeggio e nel tamburellamento del “finale”, l’odore del giornale per il quale è stato scritto.

Se io li raccogliessi in un libro a naso si capirebbe quali sono usciti sul giornale A, e quali sul giornale B. Perché i nostri quotidiani sono come case diverse: ve ne sono di quelle dove viene da togliersi il cappello appena ci si trova davanti al portinaio e altre solo appena ci si trova davanti al padrone di casa. E la sincerità, spontaneità sono inversamente proporzionali al riguardo che incute in quotidiano che ci ospita; quando ve ne sia di sincerità, di spontaneità, perché il riguardo è sempre altissimo e profondissimo, basata sulla sicurezza del compenso, sulla limpidezza del dilemma: o fare l’elzeviro o mettersi a fare l’impiegato di banca come Sergio Solmi, o i venditori di stufe come Raimondi, o il bibliotecario come Montale, o il traduttore di film parlati come Debenedetti. E costoro cosa concludono? che si salvano dalla falsità degli elzeviri, tanto gli assorbe la fatica del lavoro rude che ben poca voglia rimane per fare dell’arte.

Avanti di questo passo arriveremo a doverla cercare col lumicino la buona letteratura italiana. Altro che letteratura pura della nuova generazione, la nostra rimarrà come puro documento di un compromesso letterario per tirare avanti mensilmente la baracca. Specie poi se ci ostiniamo a raccogliere tutto questo che scriviamo per i giornali e l’uniamo in volume come degno che non vada disperso.

Giuseppe Giuriati – Diario di guerra

Ma provate, o amici, a mettere vicini i nostri elzeviri con quelli scritti di gente del popolo che io vado raccogliendo per Longanesi. Avete letto quella Vita di Alfania di Alfania Bottin, Naufragio o Caccia al delfino di Vincenzo Gioffrè, Memorie della mia prigionia di Mariano Callegari, Vorrei essere Motociclista di Carlo Sereno; è presto leggerete i diari di guerra dei soldati Fortunato Sartor e di Giuseppe Giuriati. Chi sono costoro? L’Alfania una povera lavandaia, Gioffrè un marinaio, Callegari un calzolaio, Carli un macellaio, Sartor un falegname, Giuriati un contadino. Hanno scritto perché avevano bisogno di dare sfogo a quello che sentivano e nessuno di loro si attendeva l’assegno mentre teneva la penna tra le dita. Bene, di fronte a una sola delle loro frasi noi dobbiamo arrossire e andarci subito a nascondere.

Cari amici, volete una battuta di attacco che non sa di sigaretta? Eccola, ve la dà da Mariano Callegari, calzolaio: “Il I° marzo 1896 nella sanguinosa battaglia di Adua fui fatto prigioniero. Una pallottola nemica mi aveva ferito alla testa ed avevo tutto il viso e gli abiti rossi di sangue“; volete un “sostenuto” o un “finale chiuse”che non sappia né di te né di caffè? Sentitela l’Alfania Bottin: “Presto era finita, l’anno di tutto quel ghiaccio, che si ghiacciavano gli uccelli per aria, io ero nella casa vecchia per passare nella nuova. Ma il padrone della vecchia casa voleva imbrogliarmi sulle 250 lire di buona uscita e allora io gli ho: “Quando che voi mi avrete dato i miei diritti anderò via, e sinò starò qui per sempre. Allora il padrone ha mandato due uomini a levare il coperto della casa e io sono stata due notti e un giorno senza coperto che veniva la neve in letto”. Ed ecco il suo “finale”: “Siamo nudi e crudi come li vermi della terra, ma farà la cortesia di mandare due righe a Benito Mussolini che è tanto buono e amoroso per la nazione maschile per farmi dare un poco di sussidio almeno che possa andare avanti per un poco di tempo“. E questo “finale” di Gioffrè: “Fu un’esclamazione generale, il Capitano vedendo la partita persa e da tanto che pretendeva, non ebbe nulla, non ebbe nulla, e come era squisito il delfino, se ne avrei, ne farei assaggiare un pezzo ad ogni lettore“. E questo “finale” di Carlo Sereno: “Oggi lo sport è indispensabile su tutto, e noi italiani dobbiamo farsi li campioni su tutti gli sport e più ancora vorrei divenire io l’asso degli assi, oppure un Varzi, un Campari, ecc, vi prego, o lettori, fate il possibile di aiutarmi ed io vi prometto, se non avete fiducia in me mandatemi chiamare e fatevi provare a vostro piacere e vedrete la mia carriera se può sì o no riescire, ed allora vi farete convinti in un modo che poi mi ringrazierete e vi dispiacerà di non avermi incontrato prima. Parlo con voi sportivi di auto e di moto, e fate il possibile di mettere alla luce un giovane asso e poi anche voi sarete lodati, e tanto più lodati e ringraziate anticipatamente da Carlo Sereno”.

Che vene sincere, affidabili, veramente ispirate! E allora – voi mi chiederete – cosa dobbiamo fare? I macellai, i calzolai, i marinai? Non vi sono già altri di noi che fanno mestieri crudi così, che opprimono loro ogni vena? Io non vi dico niente cosa dobbiate fare. L’arte non si fa con ricette, ma la cattiva arte sì che si fa con ricette e io appunto ha voluto indicarvene una: l’elzeviro; che per la sua praticità nel tragico ingranaggio della vita d’ogni giorno ha finito col diventare per noi scrittori solo forma di espressione.

Giovanni Comisso

Pubblicato sulla Gazzetta del Popolo del 22 agosto 1933 con il titolo “L’elzeviro”.

Immagine in evidenza: foto di Markus Winkler da Pexels