Stefano Valenti, Rosso nella notte bianca

editore Feltrinelli

Il trauma di un uomo passato attraverso la Resistenza e un illusorio dopoguerra: una storia personale in cui si rivivono le stagioni dell’impegno civile del nostro paese. E il loro scacco.

Sinossi

Valtellina. Novembre 1994. Il quasi ottantenne Ulisse Bonfanti attende Mario Ferrari davanti al bar e lo ammazza a picconate. E, alla gente che accorre, dice di chiamare i carabinieri, che vengano a prenderlo, lui ha fatto quello che doveva.
Il libro è composto di sei partiture: dall’arrivo di Ulisse, i ricordi del parentado, la morte della madre e le malattie nervose, nel passaggio dalla civiltà contadina a quella industriale, la fabbrica «Grande madre», fino all’ultimo «La troia Italia», citazione da Foglio di via di Franco Fortini, dove il passato si collega al presente.
Dopo la Resistenza che lo aveva coinvolto come partigiano sulle montagne lombarde, Ulisse se n’era andato a fare l’operaio in una fabbrica tessile della Valsusa con la madre Giuditta. Militante di base del Pci, devoto a Gesù Cristo e al comunismo, sembra franato anche psicologicamente con i crolli del novecento, rimasto travolto nelle aspettative e nell’eclissi dell’ideologia comunista. La sua casa incendiata nel 1944, il tradimento di Mario Ferrari che lo aveva indicato ai fascisti, la morte della sorella Nerina nel 1946 e le fatiche della vita da operaio: i traumi della Storia lo hanno ferito e ora restituiscono la vendetta.
Il video di presentazione dell’autore.

 

Dicono del libro

Angelo Ferracuti su «il manifesto»: «La prosa abilmente inventata da Valenti è ritmica, scarna e scabra, non priva di una sua ruvida pronuncia, concentrata e martellata, compulsiva, un flusso di coscienza inarrestabile e una macchina narrativa che pare alimentarsi dalle ruote dentate di un oscuro ingranaggio psicotico. […] Il libro ha molti antenati e discendenti, certamente Fenoglio per l’epopea partigiana e i microcosmi da provincia dell’anima, ma anche Volponi […]. Come è presente anche la rielaborazione di un parlato popolare, quello sepolto della civiltà contadina che Nuto Revelli ha riportato alla luce nei suoi lacerti in molti libri-documento, come l’Autobiografia della leggera di Danilo Montaldi. Valenti di tutta questa letteratura ne fa un recupero narrativo ma soprattutto antropologico, ricostruendo lingua e Storia, la lingua contadina e operaia dei doveri, degli obblighi, delle privazioni, quella de La malora, tanto per rimettere in circolo un altro romanzo verista di Fenoglio, come la lingua rabbiosa della lotta di classe e della rivolta, quella disperata ma vitale della sconfitta. […] quello che di questo libro resta nel profondo e colpisce, non sono tanto i fatti, la tramatura intrecciata nel delirio di Ulisse, la corrente alternata dei suoi arrovellati ragionamenti, ma la natura del racconto, la scrittura corporale, sensoriale, fatta di nervi scoperti, del sangue e del dolore degli ultimi, la sua necessità espressiva in questo tempo che cancella, un organismo che Valenti monta e modella con grande bravura, senza mai cedimenti».

Paolo Barcella su «gli stati generali»: «Gli intrecci narrativi di Valenti sono posati su registri che attingono da diverse dimensioni dell’esistenza: la ricostruzione storica si sviluppa a partire da sguardi individuali; si affianca a elaborazioni e rivelazioni perverse di un soggetto a tratti psichiatrico, Ulisse; sfuma in immagini oniriche ad alto contenuto religioso. Come religiosi sono i personaggi e il mondo da cui provengono, condannato a una cupa visione della realtà, dove aleggiano il male e il peccato, anche quando il male è senza colpa e il senso di colpa è senza peccato. […]  Quello di Valenti è anche un grande romanzo sulla Resistenza – per alcuni tradita e per altri mai conclusa –, sulla lunga guerra civile italiana, con la sua estesa zona grigia, i suoi fantasmi sospesi e repressi nei corpi di persone ferite. Fantasmi che, tragicamente, sanno talvolta cercare una via per tornare, “a mettere ordine nelle cose”».

 

L’autore

Stefano Valenti (1964), valtellinese, vive a Milano. Ultimati gli studi artistici, si è dedicato alla traduzione letteraria. Il suo romanzo d’esordio, La fabbrica del panico (Feltrinelli 2013), ha vinto il Premio Campiello Opera Prima 2014, il Premio Volponi Opera Prima 2014 e il Premio Nazionale di Narrativa Bergamo 2015. Ha ancora pubblicato con Feltrinelli Rosso nella notte bianca (2016). Per i “Classici” ha tradotto Germinale (2013) di Émile Zola e Il giro del mondo in ottanta giorni (2014) di Jules Verne.