Recensioni a “Eravamo tutti vivi” di Claudia Grendene

“Eravamo tutti vivi” di Claudia Grendene

Recensioni

Il bel romanzo di Claudia va all’indietro, come la memoria. Le vicende partono, o terminano, nel 1994, e coprono circa 20 anni. Alla fine, o all’inizio, delle storie, gli amici si ritrovano per il funerale del più estroso di loro: Max. Il disincanto è protagonista, nessuno ha realizzato se stesso. Ma la narratrice non giudica, non condanna, non perdona: la trama del racconto è intessuta di comprensione, di vicinanza, di empatia. Una riflessione sulla crescita, sul viaggio che ognuno di noi intraprende per diventare adulto; una ricerca di senso che forse solo la morte può dare. Ma eravamo, e siamo ancora, tutti vivi.
Stefano Minati

“Eravamo tutti vivi” di Claudia Grendene è un romanzo filosofico: e non perché è (anche) ambientato in una Facoltà di Filosofia o perché nei dialoghi si citano (di tanto in tanto) dei filosofi. È un romanzo filosofico nel suo consegnarci – così come il “Candido” di Voltaire – un pensiero attraverso una narrazione.
I personaggi di “Eravamo tutti vivi” falliscono. È un fallimento esistenziale il loro, più che materiale. Chiara, Isabella, Elia, Agnese, Alberto, Anita e Max hanno fallito: e non perché non sono diventati ciò che avrebbero voluto o potuto (o saputo?) diventare, ma perché non sono diventati ciò che erano. Gli amanti che continuano ad amarsi. Il rivoluzionario che la rivoluzione continua a farla. La moglie materna di un marito-bambino. La ragazza felice e bella come si è felici e belle – nell’abbondanza della vita che dà a piene mani – a vent’anni.
“Eravamo tutti vivi”, mostrando il fallire dell’essere quando non riesce a essere ciò che era, offre una via di fuga: un antidoto allo sbigottimento del vivere. E questo fa la filosofia: offre un’alternativa allo sbigottimento grazie a una possibilità di comprensione – fattrice di senso. Ci si salva quando, direbbe Max il filosofo, ci si lascia scorrere. Ci si lascia cambiare. Non quando si perdono le persone, ma quando si perde (si accetta di perdere) l’immutabilità delle relazioni fra di loro e con loro. Chiara, Isabella, Elia, Agnese, Alberto e Anita si ritrovano, e a riunirli è la perdita: Max è morto, Max non è più. Ma anche loro sono morti, anche loro non sono più: nelle loro relazioni dei vent’anni. “Io non sono Agnese”, dice Chiara a un certo punto. Ma la verità è che Chiara non è neppure più Chiara.
*La morte cambia le cose dei vivi*: mi ci sono volute tre letture del romanzo per capire il vero senso dell’incipit. Il senso per me. La morte cambia le cose dei vivi nel suo metterli difronte alla morte: non come fine della vita, ma come morte dentro la vita stessa. La fine di noi stessi sempre uguali è l’unica, salvifica, possibilità per continuare: tutto.
Valentina Durante

“Un romanzo doloroso e vero”, recita nel seconda di copertina la bandella di questo libro. Vero, sì, dal momento che vi si può riconoscere la generazione che ha vissuto gli anni che precedono la “vita adulta”, quella in cui si configura in via definitiva il futuro, nel periodo fin de siécle, vale a dire nell’ultimo spasimo di quel Novecento trascorso fra guerre, fame e benessere post bellico. Doloroso, come sempre è doloroso il processo che porta ad una transizione. Protagonisti sono alcuni giovani che, incontratisi negli anni dell’Università, mantengono fra alti e bassi il rapporto di amicizia che hanno costituito durante gli studi. Già il tempo verbale del titolo, “eravamo”, ci suggerisce che stiamo per inoltrarci in una narrazione all’indietro, che si apre con un presente e si avventura nel passato. Non si tratta, si badi bene, di una semplice tecnica costituita da flashback, ma di una narrazione diacronica che racconta in evoluzione, a partire da un punto del vissuto dei protagonisti. La tragica morte di Max, uno del lontano gruppo di studenti, porta i vecchi amici ad incontrarsi al suo funerale: è da questa occasione che prende l’avvio una ricognizione del passato che s’interseca alla vita del presente dei protagonisti. Da questo momento tutta la narrazione è un’onda sinusoidale che innalza e precipita, con uno stile scorrevole e accattivante. Un libro che si legge con piacere, direi quasi d’un fiato, anche per l’affezione che riesce a suscitare nei confronti dei protagonisti. Giovani belli, intelligenti, qualcuno benestante, tutti animati dalla voglia di procurarsi un posto nel futuro, anche a costo di sacrifici, come nel caso di Chiara e di Isabella, la prima figlia di contadini, la seconda di commercianti caduti in disgrazia. Alberto, ricco di famiglia, vorrebbe fare lo scrittore, Agnese la fotografa, Elia e Giovanni, entrati nel gruppo perché sposati rispettivamente con Isabella e con Chiara, hanno i piedi ben saldati in terra. Ma uno, fra tutti, è l’anello debole del gruppo: Max, geniale e malato, colui che riesce a focalizzare su di sé l’attenzione e il desiderio sessuale femminile. Colui che attrae e porta scompiglio, tenero e crudele, appassionato e indifferente. Nel tempo quelli che erano stati “vivi”, si ritrovano ad affrontare la resa dei conti, fra lavoro, figli, tradimenti e storie d’amore frustranti. Un elemento del racconto che credo non debba passare inosservato è il ruolo dei genitori di alcuni dei personaggi: il padre di Elia, giocatore d’azzardo, perenne perdente, che chiede al figlio di procurargli i soldi per pagare i debiti; il padre di Max, che esercita la sua violenza fisica su moglie e figli cercando di compensare con il denaro; la madre che subisce in silenzio; il padre di Alberto, nobile decaduto che nega al figlio il matrimonio con una meticcia. E in questo senso è proprio la generazione dei padri che incarna il vero fallimento. Generazione che ha vissuto il boom economico e la liberalizzazione dei ruoli precostituiti e tuttavia sostanzialmente impreparata all’educazione e alla formazione dei figli.
Claudia Grendene ha ben superato lo scoglio del primo romanzo. La sua scrittura è agile, il lessico attuale, l’impianto narrativo attinge in qualche modo alla tecnica della sceneggiatura, anche per la propensione ai dialoghi, in qualche parte un po’ troppo serrati a rischio della scarsa comprensione nell’individuazione dei dialoganti. Aspettiamo di leggere quanto prima altro di suo.
Anna Maria Bonfiglio

“Eravamo tutti vivi” di Claudia Grendene colpisce già dal legame tra il titolo e la prima scena, dove la morte del motociclista Max porterebbe a concentrarsi sul significato più letterale del termine “vivi”. Ma è invece quello più metaforico, quello del “sentirsi vivi”, a prendere forza pagina dopo pagina, insieme al senso di nostalgia che si prova andando avanti.
O indietro, visto che la storia procede a ritroso.
Il romanzo, questa una delle sue caratteristiche, inizia infatti nel 2013 e si conclude nel 1994. Racconta le vite dei protagonisti e poi retrocede, indietro e indietro e indietro, e mostra come alle spalle di ogni diffidenza ci sia un tradimento, dietro ogni fragilità un dolore, dietro ogni errore un abbandono o anche un altro errore, perché a volte l’incapacità di cambiare di un uomo può essere più forte del desiderio di farlo.
E questo retrocedere si ferma lì, nel 1994, dove non hanno inizio le singole storie ma ha inizio, forse, quella che le raccoglie. Dove erano tutti vivi e dove lo era anche Max, l’autore del diario che è una delle parti più affascinanti di questo romanzo e che vivo, nonostante la sua morte venga annunciata già dalle prime righe, col suo modo di sognare e di cercare l’amore lo resta fino all’ultimo respiro.
Giorgia Tribuiani

Claudia Grendene nel suo romanzo d’esordio “Eravamo tutti vivi” è un croupier che mescola le carte del tempo senza che nessuno riesca a cogliere il movimento delle sue dita. Veloce nel gioco di bimba che fa girare la trottola, del presente passato futuro, e ogni tanto si ferma e ti sfida con gli occhi vivi. Guarda questa scena, vorresti collegarla alla precedente, ma io sola so in quale direzione portarti. E allora non è solo un croupier o una bambina, è anche creatrice del tutto relativo che governa il mondo dei suoi personaggi. In eterna contraddizione. Cosa vuole Agnese che ruba i ragazzi alle altre? Elia che ama Isabella alla follia eppure scappa per tradirla. Max che soffre nel dovere essere mezzo uomo e mezzo litio, e guida la sua moto, con l’orgoglio di un antico condottiero. Anita e Alberto, i cugini che si amano e scelgono matrimoni di comodo, e non rinunciano agli incontri clandestini per il loro amore assoluto. L’unica roccia è Chiara. Bellissima nella sua ingenuità contadina, che perdona Max e ama Giovanni, in una rinascita salvifica. Il tutto in una Padova degli anni novanta, indifferente agli studenti. Sempre di corsa al mattino per trovare i posti nelle aule, vivi nei centri sociali, nei giri in bicicletta, con i materassi di recupero, in subaffitto per i costi esagerati, con il cous-cous per le cene di laurea e fiumi di birra. Per lasciar andare la tristezza. Un romanzo che si legge tutto d’un fiato, pur sapendo dall’inizio quello che succederà. E non è un giallo.
Eliana Cazzorla

C’è molto più di quello che dicono. “Eravamo tutti vivi” di Claudia Grendene srotola la storia personale (in relazione a una ristretta cerchia di amici) di sei ex compagni di scuola più uno. Il titolo stesso punta sulla coralità, ed è stato più volte menzionato come un romanzo che parla di una generazione. Di fatto le storie narrate in linea di massima rientrano in un’ordinaria quotidianità un po’ borghese, di quelle fatte di tradimenti, fatiche (le solite di tutti), appuntamenti, incontri, qualche segreto, amori e aspirazioni, dubbi su che vestito mettersi o impegni come le consegne da lasciare all’aiuto domestico (quale merendina preparare ai pupi?)… insomma cose che a me – a dirla tutta – interessa poco leggere in un romanzo. E dunque? Dunque c’è molto di più. C’è Max. Impossibile non lasciarsi totalmente conquistare dal “+1”, dal personaggio fuori dal coro. Potrei leggere uno spin-off del suo diario per altre seicento pagine senza distaccarmi un solo secondo. Per me “Eravamo tutti vivi” è “soltanto” la storia di Max; il sole, un po’ bruciacchiato, ma portante. Gli altri sono pianeti della sua costellazione. Utili a “capire” in parte le vicende di questo personaggio; utili a smorzarne l’effetto accentratore di un componente a cui pare proprio non interessare per niente diventare protagonista; utili ad ancorare il lettore a una realtà appiattita dalla superficialità, contrapponendo verità altre e più disturbanti; utili a mostrare il formicolare del mondo che si distrae dai singoli… in somma: la storia è di Max, ma anche le altre sono utili. Per cui direi che a lettura conclusa questo romanzo è un’opera compiuta e interessante non perché generazionale, ma esattamente per il contrario: perché è reso universale da uno sguardo introspettivo sulle cose degli uomini, che non hanno davvero un tempo.
Manuela Mazzi

Nel romanzo di Claudia Grendene ‘Eravamo tutti vivi’ (Marsilio) c’è qualcosa che sta tra lo strazio e l’equilibrio. Un gruppo di uomini e donne si conosce all’università e precipita a viso aperto verso la vita, sperimentando senza vera consapevolezza l’onnipotenza dell’età adulta. Le prime pratiche di indipendenza, le scelte autonome, il futuro che si srotola come una pista da percorrere fino in fondo. E poi lentamente e a ritroso – perché la narrazione procede dal presente verso il passato – le certezze prendono a erodersi, la corsa a perdifiato rallenta. Il meccanismo si inceppa. Gli amici si disperdono. Qualcuno va e non torna. Altri vanno e non spiegano. Quelli che restano passano il tempo a farsi e rifarsi le stesse domande: come siamo arrivati fino a qui?
Il romanzo della Grendene restituisce il senso dello stupore che appartiene a tutti quelli che diventano adulti, lo scarto tra la vita che abbiano immaginato e quella che ci siamo ritrovati in sorte. Lo fa con mezzi semplici e proprio per questo efficacissimi, senza acrobazie linguistiche o di trama, con la semplicità della parola essenziale. In questo sta la sua forza. In questo, e nell’apertura al possibile. Non cade nella trappola del pessimismo cosmico a basso costo, del cinismo a buon mercato. Rende testimonianza del fatto che anche questo è essere adulti: riconoscere che non abbiamo alcun potere sul corso degli eventi, e non per questo accettare di esserne annichiliti. Non per questo rinunciare alla serenità.
Emanuela Canepa