Fernando Bandini. Il Poeta che amiamo

In questi giorni è uscita, per le edizioni Oscar Mondadori a cura di Rodolfo Zucco, la raccolta di “Tutte le poesie” di Fernando Bandini. E’ un grande riconoscimento per questo poeta vicentino, scomparso all’età di 82 anni nel 2013. Per molti anni è stato uno dei membri della Giuria Tecnica del Premio Comisso, intelligente e sensibile nelle scelte, ironico fino alla comicità nelle sue sferzate al mondo editoriale.

Volendo ricordarlo in questa occasione abbiamo scelto di ripubblicare una conversazione che egli ha avuto con Goffredo Fofi, Gianfranco Bettin e Leonardo Ruffin apparsa in un volumetto dal titolo “Il Veneto che amiamo” per le edizioni dell’Asino nel 2008.

Vi proponiamo la lettura di queste pagine dense di spunti, di riflessioni, di riferimenti, arricchiti da una vivacità intellettuale e da un estro che vi sembrerà di essere presenti, rapiti da tanta poesia.

 


Fernando Bandini 

incontro con Gianfranco Bettin, Goffredo Fofi, Leonardo Ruffin

Non mollare

GF: Due numeri fa di “Lo straniero” abbiamo “rubato” dal tuo ultimo libro Dietro i cancelli e altrove (Garzanti) due poesie molto belle, quella sulla tua presunta morte “al tempo delle guerre in Medito oriente” e quella sul suicidio di un tuo ex scolaro di quando facevi il maestro elementare.

Già, il suicidio … che oltretutto è un tema che mi è completamente estraneo. Non in assoluto, perché è ovviamente un tema appassionante: estraneo nel senso che io personalmente non ci ho mai pensato. Ogni tanto uno dice “e se me copasse?” ma a me non è mai venuto in mente. Anche come atto di sacrificio, con qualche significato collettivo patriottico, io non l’ho mai capito. Già quando ero bambino, a scuola, mi dicevo, “meglio scappare che ammazzarsi” e pensavo nella mia ingenuità che scappando si poteva essere più utili dopo, morendo no.

 GB: Un guerriero che fugge è buono per un’altra battaglia, dicono gli Apache.

E infatti non ho mai capito e faccio fatica a capire, e qualche volta ne discuto con amici più giovani, quelli che imbottiti di esplosivi si scagliano contro l’obiettivo … Dove c’è una decisione di morte, non riesco mai a trovare un segno positivo. La morte sulla croce di Gesù è una cosa diversa: sono gli altri a infliggerla.

 

Goffredo Fofi

GF: Forse bisogna mettere in conto la stanchezza, ci si ammazza anche per quella, quando non hai più motivi vitali che ti sostengono.

Non vi dico poi quando ero bambino le risate che mi facevo con Enrico Toti che scaglia la gamba di legno contro il nemico!

GF: Secondo ricerche recenti, Toti era in realtà un poco di buono, tutt’altro che l’eroe esaltato dalla scuola fascista.

È nato sull’onda della retorica della prima guerra mondiale, che però era uno spazio contraddittorio, dove si potevano trovare anche delle verità. lo sono sempre stato polemico con coloro che considerano l’intera vicenda della prima guerra mondiale come un fatto retorico e celebrativo postumo. Non è esatto: c’era davvero il risveglio di una coscienza nazionale. Anche quando noi quel nazionalismo stentiamo ad accettarlo. Altrimenti non riesci a capire Jahier, per esempio, che è stata una personalità di alta coscienza e che aveva questa idea della guerra come palingenesi.

GP: Molti hanno creduto che fosse l’occasione per una continuità del Risorgimento, che si era totalmente arenato, che era stato tradito. Ma torniamo a te, e partiamo da una constatazione curiosa: scrivi in italiano, ma usi spesso il dialetto e scrivi perfino in latino, peraltro magnificamente. Un latino che nessuno di noi frequenta più. Forse tu, Gianfranco?

GB: Ehm … a little, yes …

Dice “yes”, un segno del tempo

 

Gianfranco Bettin

 

Scriver versi in latino

GP: Perché il latino? Dopo Pascoli, sei forse il solo poeta ad aver frequentato il latino assiduamente …

Sì, almeno in un certo modo, in poesia però, come esperimento, perché l’esercizio umanistico – anche con personaggi noti – in Italia c’è sempre stato.

GB: Ma non come produzione originale …

… non come tentativo di produzione originale: e cioè di un originale significato della poesia attraverso una lingua morta. Devo dire, prima di tutto, che io non ho fatto scuole classiche, perché ho fatto le magistrali e poi ho fatto il maestro elementare per dodici anni. E so che anche tu, Goffredo, ti sei diplomato maestro.

GB: E io ho insegnato alle magistrali, non so se può contare!

Anzi! Sarei stato felice di averti avuto come insegnante, perché alle magistrali ho avuto insegnanti così spaventosi che tuoi allievi posso giudicarli fortunati. Insomma, non avevo una formazione classicistica come quella che forniva il liceo. La lettura dei poeti latini era per me un esercizio del tutto personale, privato. Direi anzi che il latino non lo capivo neanche bene, fino al paradosso di acquistare una competenza metrica prima di arrivare a una conoscenza approfondita della lingua. Un impulso particolare a tentare l’uso del latino come lingua della poesia mi è venuto da una mostra che girava l’Italia molti anni fa, trenta o quaranta o forse cinquanta, una mostra di disegni dei bambini rinchiusi nel lager di Terezin!

 

 

CB: C’è stata anche una rappresentazione teatrale fatta da bambini …

Sì, ne ho sentito parlare. Dentro c’era la storia di quelle persone che sono riuscite a procurare ai bambini pastelli, matite, carta eccetera … Siamo alla fine degli anni cinquanta o all’inizio dei sessanta, ho tentato di scriverei sopra una poesia. Ma ogni volta che tentavo dni scriverla, scivolavo nello stile poetico “impegnato” in auge in quegli anni, e a me questo dava un enorme fastidio, perché dicevo, “è inutile scrivere un’ennesima poesia con questa lingua e con questo stile, devo dire qualcosa di più”, e quel che volevo assumere nel discorso – che comportava indubbiamente, nella sua prima istanza, anche una coscienza storica – era soprattutto il sentimento universale e in un certo senso religioso che la strage dei bambini di Terezin suscitava. E non riuscivo a farcela, finché una volta, aprendo un vecchio Liber Usualis, dove si raccolgono i testi e le musiche della liturgia di tutto l’anno, mi imbatto nell’inno di Prudenzio per la strage dei Santi Innocenti, che la violenza ha stroncato ceu turbo nascentes rosas. E ho capito che una lingua morta poteva esprimere, fuori storia (proprio perché morta), qualcosa di universale, l’orrore per la storia stessa e l’angoscia della sua necessità, al di là dei linguaggi filtrati attraverso le ideologie (comprese quelle delle Poetiche). Che poteva essere cioè una sorta di lingua assoluta. Quando ho detto ‘ste robe a Fortini (che amavo), me ne ha dette di tutti i colori, te lo immagini, no? Ma sentivo degli ostacoli alla mia “volontà di dire” nel clima poetico dentro al quale crescevo. In quegli anni mandavo delle poesie ai “Quaderni piacentini” e qualche volta me le ritornavano perché non le gradivano, ne volevano altre che poi pubblicavano. Ma avevano un metro di giudizio diverso, una lucidità nelle prospettive anche letterarie che era molto più alta di quella della sinistra di quegli anni.

 

Disegno dei bambini di Terezin

 

CB: Quel che dice Prudenzio non è anche al centro del’Eneide? L’idea della violenza dentro la storia, pur riconoscendone la necessità …

È il punto di vista particolare col quale Virgilio guarda nel suo poema alla storia di Roma e fa l’elogio dell’imperialismo romano. E mette in scena un personaggio perplesso come Enea. Che obbedisce alla volontà degli dei ma sembra dire dentro di sé: “Ma chi me la fa fare? Me piaceva tanto star qua, me piaseva tanto Didone … “.

CB: Detta in veneto suona anche più convincente.

E poi quando riceve le armi di Vulcano, quando si mette lo scudo dove è istoriata anche la storia futura, crack, quasi crolla a terra e il poeta dice: tantum pondus erat romanam condere gentem … e poi non mi ricordo, dice che “quella era una cosa pesante”, no? E questo è straordinario, perché la perplessità era frutto forse, chissà, di un’educazione filosofica, una di quelle filosofie guardate con sospetto dal potere. Prudenzio parte invece da una concezione cristiana … E allora, pensando a quella poesia che volevo scrivere ho detto, “la scrivo in latino”. E l’ho scritta e poi mi sono detto, “e adesso che ne faccio?” Sapevo dell’esistenza del mitico premio Amsterdam che il Pascoli aveva vinto innumerevoli volte, e mi dico, “figurémose se vinso el nobel dei latinisti!” e però gliela mando, e poi me ne dimentico. Il premio aveva come scadenza la presentazione dei testi entro il 31 dicembre dell’anno. Passano i mesi, e a marzo mi arriva una lettera – scritta nel corsivo tipico delle persone anziane, elegantissimo e un po’ tremulo – dove si dice che hanno letto il mio poema, che era intitolato Sacrum biemale, e che ne sono rimasti entusiasti e mi premiano anche se ci sono delle cose che io dovrei rivedere. Che erano poi queste: a un certo momento io parlo di un’alba invernale, coi vetri ghiacciati, con le prime luci che si accendono nelle case e dico nunc flent larorum mane lucernule (“adesso nel mattino piangono le piccole lampade, le lucernette della casa”). Ma larorum genitivo della seconda è il genitivo di larus-i che vuol dire “gabbiano” mentre avrei dovuto scrivere larum da lar-laris che è della terza, no? E allora questo sapientissimo professore di Amsterdam mi scrive: “quid sint lucernulae larorum (italice ‘dei gabbiani’) nobis minime constat, etiam salva poetica libertate!” Ah! Avevo fatto uno di quegli errori da quattro col punto esclamativo, se fossi stato a scuola, e infatti andava a capo e diceva, “an voluisti dicere larum?“. Avevo fatto un bello sbaglio di grammatica … Comunque quella poesia è stata la prima con cui io ho inaugurato questo mio non copioso, scarsissimo esercizio di poesia in latino. Anni dopo ha avuto il dono di una traduzione bellissima di Vittorio Sereni.

 

Giovanni Pascoli

 

CB: Queste poesie nascono in latino o vengono tradotte in latino dall’italiano?

No, le scrivo in latino direttamente. Non vengono fuori come sono all’ultimo momento, perché se non riesco a trovare una soluzione, butto lì, e poi ci ritorno. Però cerco di pensare in latino.

CB: E quella che leggiamo a lato è quindi una traduzione …

Sì. Nell’ultimo libro c’è un errore di stampa che si configura maledettamente come un errore di sintassi. Nella poesia sul Ramo d’oro, premiata al Certamen Vaticanum, si legge ”fragiles corollae” _ invece di “corollas” come nella copia originale pubblicata dalla rivista “Latinitas“! Nella cerimonia di premiazione del Certamen Vaticanum ci sono anche cardinali africani: questo dà l’idea di una lingua (anche se morta) in grado di dar voce al mondo, anche se quella unità è forse un sogno relegato nel passato. La frammentarietà attraversa oggi anche le più alte attenzioni umane, è una contraddizione viva e universale della nostra storia.

CF: Dentro il ricorso alla poesia latina io vedo anche un’altra cosa, che mi sembra una tua costante, per lo meno nell’ultimo libro: una sorta di dialogo con i morti, con il passato. Per esempio vi è fortissima la presenza della madre, che compare in vari modi, anche nel Ramo d’oro.

Ci sono addirittura cose che ho detto altrove. Uno potrebbe dire, “io questa cosa l’ho già letta” ed è vero. lo, come sai, ho avuto una militanza politica molto lunga nel Partito socialista precraxiano, sono stato consigliere comunale a Vicenza per tre mandati; in quegli anni, che sono stati anche felici per me, mi consideravano un esperto di finanza locale. Perché avevo scoperto una cosa: che non esistono competenze riservate e, se uno studia, può imparare tutto. Uno dei miei rincrescimenti è di non essermi applicato allo studio della matematica, dove irrimediabilmente venivo rimandato a ottobre. Penso che sarei riuscito a imparare anche quella. Così leggevo le Gazzette Ufficiali, leggevo libri sull’amministrazione del comune. Era il periodo dell’entusiasmo e della – non dico certezza, ma almeno di una forte speranza nel futuro. Politicamente ero un austro-marxista, perché ero un seguace di Lelio Basso, abbonatissimo – non abbonato, “abbonatissimo” – alla rivista “Problemi del socialismo“, una rivista davvero bellissima. E ricordo le baruffe che facevo con i miei amici comunisti a proposito del “traditore Kautsky”.

 

Sereni

 

CB: Il “rinnegato” Kautsky!

Sì, scusa, il “rinnegato”. Che secondo me aveva la posizione più straordinaria e avanzata che avesse il marxismo in Europa.

Il clima era dunque di speranza nel futuro, una speranza filtrata attraverso le ideologie. Ed ecco che a un certo momento tutto questo diventa passato, e non riesci a capire se è un passato che ha in se stesso un senso, con cose che è possibile recuperare oppure se alle sue spalle c’è un altro passato e che bisogna recuperare anche quello. Che è poi la condizione della cultura europea e italiana all’inizio del Novecento, quella che a me ha interessato di più, più che quella del dopoguerra.

CF: L’epoca del socialismo e non del comunismo, appunto. Esattamente … e non solo: quella dei grandi movimenti, quella del modernismo in campo religioso – penso allo stesso Fogazzaro, a Buonaiuti, eccetera – quella dei filosofi che qualche volta collaboravano alla “Critica sociale”, come Rensi, per esempio. E che erano davvero dei personaggi straordinari. Naturalmente tutto questo ti si configura d’improvviso davanti come un passato che sembrava remoto e ora ti si avvicina … E si mescola, poi, con la memoria familiare, i nostri genitori e nonni, con le vicende che ti riguardano personalmente. Cordelli ha scritto in una recensione al mio ultimo libro di versi che il mio rapporto con la storia è obliquo. Ma non può che essere obliquo, il nostro rapporto con la storia! Se non hai un rapporto obliquo, sei uno che ha abbracciato un’ideologia che gli impedisce di capire la realtà, perché a un certo punto, l’ideologia tradisce. Questo è anche il senso del mio “sirventese sugli angeli”: chi è passato attraverso l’ideologia ha creduto di capire, almeno parzialmente, la realtà, salvo accorgersi al momento dei bilanci che c’era qualcosa dentro la realtà che lui non è riuscito a percepire, ad afferrare.

 

Antonio Fogazzaro

 

Gp· Torniamo ancora, se vuoi, al discorso sui morti, ma proprio come tua memoria familiare, non solo come memoria storica.

I morti ci sono sempre, tutti noi li abbiamo vicini …

Gp· Coi morti si continua a dialogare, restano presenti.

Ed è sempre stato così. A me ha sempre turbato la consapevolezza che da un certo punto all’indietro tu non conosci più un passato che pure ti riguarda. Per esempio, i miei bisnonni io non li ho mai conosciuti. Come molti di noi: chi ha conosciuto i propri bisnonni? Spesso non ce ne è stata tramandata nemmeno qualche notizia. Erano tutti morti prima. E non solo: i nostri padri – intendo quelli della generazione di chi ha sessanta, settant’anni, io ne ho 76 e quindi sono anche più in là della vostra – non parlavano molto dei loro genitori. Non ho mai capito perché. Mio padre per esempio era di Modigliana, di una famiglia poverissima, ed era emigrato in Germania, era nato nel 1898, nei primi anni del Novecento. Mario Rigoni Stern nell’intervista che gli avete fatto su “Lo straniero” dice che io non sono vicentino ma romagnolo! Forse voleva accennare a una qualche differenza nel mio Dna. Volevo anche telefonargli e dirgli “ma cosa dici?” è come dire che Jannacci che ha scritto le più belle canzoni milanesi non è milanese ma terrone. Comunque la famiglia di mio papà all’inizio del Novecento è andata a lavorare in Germania. Esattamente a Friburgo, la Friburgo tedesca, non quella svizzera. Quando è scoppiata la prima guerra mondiale, i tedeschi hanno caricato su un treno della Croce Rossa tutti gli italiani per farli tornare a casa, e da un treno che era una specie di Ultimo treno per Yuma, mio papà è sceso per andare a bere alla fontanella, e mentre stava bevendo il treno è andato via. Allora lui piangendo – aveva sedici anni, forse quindici – era uscito in stazione disperato in cerca di aiuto, e ha incontrato un uomo che passava con un carretto, uno che dalla campagna portava il luppolo in una fabbrica di birra. Mio papà aveva fatto le scuole in Germania e parlava tedesco – immagino approssimativamente, come i nostri attuali immigrati l’italiano – e ha spiegato cosa gli era successo. L’uomo l’ha caricato sul carretto e se l’è portato a casa e vi è rimasto durante gli anni della guerra. Questa storia ha un seguito nella seconda guerra mondiale: mio padre prestava servizio nella contraerea a Torino e mia mamma lavorava come sarta in una bottega che faceva abiti per soldati. lo ero solo in casa. Un giorno arriva un soldato tedesco che batte alla porta. lo ero un po’ spaurito … Lui è entrato con decisione e ha messo sul tavolo un pane nero, un panetto di burro, un pacco di zucchero, un barattolo di marmellata: cose che durante la guerra erano preziosissime! Poi mi ha fatto capire che voleva qualcosa su cui scrivere un biglietto e se ne è andato. Mia mamma, quando la sera è rientrata, si è messa a piangere vedendo quel ben di dio sulla tavola. Quel soldato era il figlio del vecchio contadino che aveva ospitato mio padre. Finita la guerra mio papà ha tentato di mettersi nuovamente in contatto con questa famiglia. Si scambiavano negli anni cartoline di auguri a Natale. Ma il contadi-no che lo aveva ospitato nel ’15-’18 era morto sotto un bombardamento aereo e il figlio era morto in Russia. A Vicenza era in licenza durante il suo passaggio in Russia. Sono cose come queste che ti inducono a cercar di capire, a proposito dei morti, chi erano … gli avi. E sono andato a Modigliana. A Modigliana questi avi erano stati talmente poveri che avevano avuto in concessione una specie di appartamento inabitabile nel rudere del castello che c’è sopra la collina del paese. Modigliana è in provincia di Forlì. O forse di Ravenna? è a pochi chilometri da Faenza. E a Faenza hanno abitato poi coi loro figli i fratelli e le sorelle di mio padre. Però io sono vicentino anche se i morti mi mettono in contatto con altri luoghi. Sono totalmente immerso in Vicenza, in un rapporto di odio¬amore, cerco di interpretare il mio tempo partendo da questo piccolo spazio.

 

Mario Rigoni Stern

 

CF: Comunque sei il poeta fondamentale di questa città o comunità.

Che ha un’identità anche strana, perché sembra provenire da altrove. Ma questo anche per una forma di snobismo, perché gli intellettuali vicentini si sentono profondamente diversi da quelli delle altre città venete. C’è qualcosa che si aggira nel Veneto e che si chiama “vicentinità”, ma è un fantasma.

CF: Vicenza ha però una tradizione culturale borghese molto forte. Borghese e aristocratica.

CB: Più di altre città del Veneto.

Sì, non ce ne sono altre di città come questa. Prendiamo Giacomo Zanella, che è un poeta classicista, di alta dignità, però militante. Ancora dentro la piccola Italia post-unitaria, mentre Fogazzaro era già un fenomeno europeo.

CF: E i suoi figli, perché bene o male da Piovene a Parise …

Piovene, Parise, e anche gli intellettuali anomali come Gian Dàuli. Un personaggio notevole, che ha nutrito il mio immaginario infantile importando in Italia il fumetto americano. Gli debbo gratitudine per avermi fatto conoscere l’Uomo Mascherato, Mandrake, Gordon …

 

Guido Piovene

 

CF: lo gli sono grato per Jack London che ha tradotto e introdotto spessissimo. Quando gli intellettuali “perbene” lo schifavano.

Poi c’è Bartolini, e tutta una serie di altri personaggi.

CF: E c’è la vena, diciamo, cattolica, a cui non so quanto tu sei legato: penso a Mazzolari, alle edizioni di La Locusta …

Ho mosso i miei primi passi dentro quell’ esperienza. Con Rienzo Colla … Mazzolari era a Vicenza spessissimo, anche se aveva l’ostracismo del vescovo di allora, che era Carlo Zinato.

CF: Ti ricordi il volumetto del Tu non uccidere? Fu molto importante per la storia dell’obiezione di coscienza in Italia e della non violenza, per esempio.

È un libro che anche io ho letto e riletto. Il tema della non-violenza mi ricorda che tu di recente hai scritto una bella pre-fazione a un poemetto di Capitini, Colloquio corale, è un testo poetico straordinario. Ignoravo questa attività en poète di Capitini … Per trovare qualcosa di analogo, con tale respiro, devi leggere Péguy.

GF: Ecco a Vicenza c’è stata anche una tradizione cattolica progressista, cattolico-sociale e non violenta.

Che discende da Fogazzaro.

 

Goffredo Parise

 

GF: Di Fogazzaro si ignora per esempio che ha fondato con Umberto Zanotti Bianco l’Associazione per gli interessi del Mezzogiorno d’Italia. Insieme a quel Franchetti dell’inchiesta Franchetti-Sonnino che si suicidò il giorno dopo Caporetto. Questo interesse per il passato aiuta a riannodare fatti e personaggi, e farti presente che sono esistite una storia nazionale, una storia culturale e sociale estremamente ricche di cui adesso si è voluto dimenticare tutto, sia la sinistra che i cosiddetti “laici” che i cattolici.

In quegli anni ci sono state istanze che avrebbero potuto portare verso altri tragitti la storia nazionale. Poi è arrivato il fascismo.

GF: Torniamo agli avi più diretti! La madre. La figura della madre nella tua poesia, il dialetto, la lingua materna… che in Zanzotto diventa un fatto un po’ mistico …

Che riguarda forse l’essere invece che l’esistere.

GB: L’ente invece che l’esistente.

Esattamente. È importante, perché il rapporto con la madre avviene anche all’interno di contesti storici particolari. Mio padre viene richiamato alle armi, e non lo vedo più per anni, e vivo solo con lei e le mie sorelle – mio fratello è nato dopo la guerra … Vivo con mia madre momenti intensissimi e terribili. C’è anche il contesto della povertà. A casa mia venivano in visita le signore della San Vincenzo de Paoli.

 

Andrea Zanzotto

 

GB: Le “dame”! lo ho fatto la stessa esperienza, un po’ d’anni dopo, ma uguale. Venivano “le dame’: da noi che eravamo nel “Bronx”, a Marghera…  

Le “dame”, proprio così, Quando dovevano arrivare le dame, mia mamma mi vestiva da festa e mi diceva ”Arriva la contessa Vattelapescà”… E io scappavo, perché questa è una delle prime grandi forme di umiliazione sociale che ho subito nella vita, e che mi hanno segnato nella mia visione del mondo. L’unica che sopportavo si chiamava Graziella Fraccon, che ha avuto il padre e i fratelli morti a Mauthausen, e che aveva militato nella Resistenza. Graziella Fraccon è morta pochi anni fa ed era una donna straordinaria come lo erano alcune persone del mondo cattolico vicentino. lo stupisco sempre i giovani, che mi considerano un laico, quando parlo a loro con nostalgia di queste persone che loro non hanno conosciuto, e ricordo come si sono opposte in anni grigi e difficili al fascismo anche a rischio della propria vita. Sono tutte cose che riguardano un livello dell’esistere che va al di là dell’impegno etico laicamente inteso. Si alimenta di altri valori: la speranza, forse la bontà. È qualcosa che trascende le ideologie, le prospettive politiche. È qualcosa di duro e compatto e che puoi anche in certi contesti storici colorire di ideologia, di prospettive politiche, ma che le trascende: perché prima viene questa cosa che le trascende, e poi, dopo, anche l’impegno politico diventa  importante, altrimenti non è che l’impegno politico può trasformare in etica la tua pochezza di spirito, di interiorità, di solidarietà verso gli altri. In questa direzione unidimensionale dell’impegno politico non viene fuori energia, ecco … Quindi, mia mamma ha sempre avuto una straordinaria influenza su di me anche quando sono diventato politico e ideologizzato, anche se anomalo, figuriamoci: austromarxista! È sempre stata lei la mia moderatrice. In quegli anni una volta mi ha mandato il parroco … perché io ero stato eletto nel comitato centrale del Psiup al momento della scissione socialista. Ricordo il numero de “l’Unità” che salutava la nascita del nuovo partito marxista di sinistra. C’era in prima pagina l’elenco del neoeletto comitato centrale. In ordine alfabetico il primo nome era quello di Avolio e il secondo il mio. E io mi sono detto “neanche morto ci sto dentro a questo partito”: avevo letto tutte le relazioni e non mi ci riconoscevo. Fu allora che lei mi mandò dal parroco perché mi sgridasse, e il parroco mi ha detto “Varda che xe vegnu’ to mama e me ga contà che te voli molar tutto, e che questo no va ben, parché ‘l Signore no vale ste robe qua, el vale che tuti fassa la so parte” (Guarda che è venuta tua mamma e mi ha raccontato che molli tutto, e che questo non va bene, perché il Signore non vuole queste cose, vuole che tutti facciano la loro parte).

CB: E tu che hai fatto?

Ho disobbedito al parroco.

CB: … e alla mamma.

E alla mamma. lo ho avuto un legame molto forte con mia madre: vedevo in lei anche un modo di guardare al mondo e alla vita, che apparteneva alla povertà ed era fatto insieme di rassegnazione e di forza, una strana miscela che permetteva però una straordinaria lucidità e perentorietà del giudizio, persone che non si sentivano certo come la classe operaia di Marx “le legittime eredi della filosofia classica tedesca” ma sapevano dove abitava il giusto e dove l’ingiusto …

 

Guido Gozzano

 

Poesia e racconto

CF Nella tua poesia c’è spesso un nodo narrativo, c’è la voglia di raccontare un episodio e di tirarne fuori un’atmosfera, un ambiente, di darne una lettura, perfino di estrarne una morale. Nella poesia contemporanea, questo è abbastanza insolito: tu non sei un ermetico, non sei un lirico puro. Sei su un’altra linea. Da cosa ti viene? Forse Pascoli, ma …

Nella tradizione italiana Pascoli è il primo poeta che anche racconta, soprattutto nei poemetti. Sto pensando a quello che forse è uno dei suoi testi più alti, La morte del Papa. C’è questa vecchietta che vive sola, in una casetta sull’Alpe, nella Lucchesia. A un certo momento passa dalle sue parti un pastore, e le grida da lontano (l’ha letto nel giornale) che Leone XIII sta morendo. Qui comincia il racconto della solitudine della vecchia, fatto di memorie che si concretano in oggetti e atmosfere, come in certi narratori solariani, nei quali la memoria è di specie un po’ diversa da quella proustiana. Si pensi a questo proposito a certe poesie delle Occasioni. La vecchi è nata nello stesso giorno del Papa ed e convinta che morirà nello stesso giorno. Quello che fa più risaltare la struttura narrativa del poemetto è l’uso del dialetto della Lucchesia, del quale Pascoli fornisce nelle note un breve Glossario. Pascoli è in assoluto il primo poeta in dialetto con una nozione nuova delle parlate popolari, realistica e insieme poeticamente straniante. Ma su strutture di racconto scrive spesso poesie Vittorio Sereni.

GB: Giudici, anche, è molto narrativo …

Giudici è il più narrativo di tutti, lo è anche su un piano fortemente prosastico, tanto è vero che qualche critico superficiale gli ha dato del neo-crepuscolare, riferendosi al fatto che il più narrativo dei poeti italiani del primo Novecento è stato indubbiamente Gozzano. Di Gozzano, ogni poesia è un racconto.

GF: In lui ce anche una forte carica di ironia, che in genere manca agli altri “narrativi’: Ma che Gozzano aveva.

Penso (senza presumere, perché quando si parla di se stessi c’è sempre il pericolo di una qualche magari involontaria falsificazione) di aver sempre avuto bisogno di scrivere poesie su cose reali (nel senso, se si possono paragonare le cose grandi alle piccole, del binomio goethiano “poesia e verità”). Questo ha comportato una ricerca affannosa di modi dove potesse configurarsi una mia modernità che non si esibisse unicamente in episodi stilistici di specie formale. La verità in poesia deve sempre essere una delle prime ricerche. Anzi il mio problema era (è successo per molti anni) che godevo di un consenso e di una stima notevoli, però mancavo di attenzione critica: non mi mettevano nelle antologie, non finivo nei repertori, rimanevo un solitario. Lo sono anche adesso, un solitario, ma oggi m’importa di meno. È che in quegli anni la critica restava perplessa davanti alla mia poesia, non apparivo aggregabile a una linea, a delle tendenze. Le uniche eccezioni sono state Giovanni Raboni nella sua recensione di Per partito preso negli anni sessanta e Andrea Zanzotto all’uscita, più di vent’anni dopo, di Santi di Dicembre. Anche altri per la verità nel corso degli anni. Cito, sperando di non dimenticare qualcuno, Gilberto Lonardi, Silvio Ramat, Giorgio Orelli.

 

GF: Chi ti ha portato a pubblicare nella collana mondadoriana de Lo Specchio, allora quotatissima, per esempio? Sereni?

Grazia Cherchi! Vittorio Sereni certo, ma il tramite è stata Grazia. Tanto è vero che quando mi scrisse dicendomi, “Guarda che ho parlato di te con Vittorio Sereni, mandagli tutto quello che hai per un libro di poesie”, io mi sono detto: “La xe deventà mata”. La collana accoglieva allora un Parnaso di nomi che io consideravo irraggiungibile. Comunque ho mandato le poesie a Sereni. E dopo qualche settimana lei mi ha telefonato: “Ho visto Sereni, ti pubblicano ne Lo Specchio.” Per poco non mi veniva un infarto!

GF: Grazia aveva delle tue lettere bellissime, che ho letto all’epoca, ha intrattenuto una corrispondenza con i poeti suoi contemporanei che credo unica nel Novecento … Grazia aveva una personalità fortemente seduttiva…

Era capace di strapparti riflessioni e confidenze. Come si dice in una frase del nostro dialetto, “la te cavava i selegati”        Frase intraducibile. Qualcosa come: “ti strappava i passerotti”   .

GF: E non scriveva solo ai poeti! Senti, lasciando da parte i poeti della tua gioventù, se oggi tu dovessi dare dei consigli a un giovane poeta … come un Rilke, mettiamo … che cosa gli consiglieresti di leggere? Non solo dei contemporanei, ma in generale, quali sono i poeti che avrebbe senso rifrequentare, o sui quali insistere?

Beh, a parte naturalmente alcuni dei massimi …

GF: A parte Omero e Dante …

… e Cavalcanti, Petrarca, Properzio, amato da Ezra Pound …

Gli direi che i poeti da leggere sono: alcuni francesi della illustre tradizione simbolista, assolutamente indispensabili. E soprattutto quelli che sono i più letti ma anche i meno meditati, cioè Baudelaire, Rimbaud (primo e secondo). Poi direi che è assolutamente da leggere Laforgue … Laforgue è indispensabile.

 

Antonio Machado

 

GF: Fu un altro amore condiviso da molti negli anni sessanta: tramite Sergio Solmi. Tutti leggemmo Laforgue.

Da notare che la più seria e rigorosa edizione di Laforgue la si trova nei tascabili, in Francia, nei Livres de poche, addirittura con in fondo le varianti … Poi ci sono gli inglesi. Assolutamente. Eliot va letto, Eliot è straordinario. lo ho letto i francesi e sapevo il francese, ma qualche volta hanno avuto più influenza su di me i poeti inglesi, dei quali non conoscevo la lingua, attraverso le traduzioni, quindi anche nelle forme non migliori. Poi Auden …

GF: Auden, certamente. E gli spagnoli no? Machado, per esempio?

Machado, sì. Come tutti noi della nostra generazione ho avuto anche una cotta per GarcIa Lorca che però poi mi è passata. Una cotta di tutti …

GF: L’epoca di Garcia Lorca, Pavese, Préoert, l’epoca di Spoon River …

Sì, tutte queste cose. Naturalmente anche la cotta per Pavese

mi è passata. A parte che ci sono delle cose di Lavorare stanca che sono magari quelle più o meno superficialmente amabili, ma c’è lo sforzo di costruire una lingua poetica, uno stile poetico nuovo. Sì, soprattutto gli inglesi: Auden è un poeta che bisogna assolutamente leggere, chiudendo naturalmente gli occhi davanti a certi suoi insopportabili manierismi barocchi; non fosse altro che per capire di cosa si può parlare in poesia. Sì, perché il problema è questo. Il problema che come ho già detto, mi sono posto fin dai miei primi tentativi è stato questo: vivo in un epoca dove l’originalità di un poeta viene demandata unicamente ai valori formali, e di conseguenza un poeta è nuovo solo se è formalmente nuovo, ma la ricerca di una verità puramente formale preclude alla possibilità di quello che Dante chiama “la volontà di dire” e cioè di dire cose. Ed è questo che rende grande la poesia anglosassone del ventesimo secolo nei confronti della nostra e di tanta poesia che si affida unicamente all’impressionismo lirico: chissà, forse è la nostalgia che ogni tanto ci prende del genere epico. Ecco perché a un certo momento, nel corso del mio esercizio poetico, io ho detto che bisognava usare le rime. Perché la rima è fondamentale. Dà il senso dell’onore di chi ha scritto la poesia. Uno vede una poesia con le rime e dice: questo è un poeta degno di onore. Soprattutto se non scrive rime scontate, ma rime inedite e in ogni caso non usuali, e soprattutto precise, che non danno idea di costringere il poeta a groppi e nodi a causa della rima.

 

Federico Garcia Lorca

GB: Di non cercare la parola tanto per rimare, ma che sia spontaneo …

Non solo. Il bello è riuscire a rovesciare la situazione: fare in modo che l’esigenza della rima diventi suscitatrice dell’inconscio. E cioè: tu non sai come andare avanti in quel discorso, e te lo suggerisce il suono prima ancora che il suono diventi senso e significato. A questo punto, se sei naturalmente protetto dalle Muse, riesci a dire cose nuove, e lo capiscono i più attenti lettori della poesia, perché il lettore viziato dalle mode dice “questo qua scrive come scrivevano cinquant’anni fa, cent’anni fa”. E non è affatto vero.

GB: Uno che non mette le sbarre!

Ah, certamente! Anche le sbarre ci sono, adesso. Allora il mio sforzo si è volto naturalmente in quella direzione. Devo dire che io scrivo pochissimo. Adesso però vado più di fretta.

Una volta mi dicevo: “Un libro di poesie ben meditato ha bisogno di almeno diecidodici anni”. Ma quando uno di anni ne ha più di settanta non può più fare ‘sti discorsi …

GF: Quando a Montale rimproveravano di pubblicare troppo poco, rispondeva: “Mica è obbligatorio scrivere un libro ogni dieci anni’: Poi con l’età è venuta fretta anche a lui.

Sì. .. ma bisogna saper resistere.

 

Cesare Pavese

 

CF: No, tu devi metterti fretta e mandare qualche poesia a “Lo straniero ‘:

Mi hai chiesto degli inediti, ci sto pensando. Perché a me succede anche una cosa che non dovrei rivelare a interlocutori come voi, succede che mi dico: “Goffredo vuole un inedito per ‘Lo straniero’, ma com’è la rivista ‘Lo straniero’? quali sono le sue posizioni, le sue preferenze?” Com’è Goffredo no, non me lo chiedo perché lo conosco da tanto. Allora mi dico: Devo scrivere una poesia che vada bene a Goffredo, a “Lo straniero”, eccetera. Che sembra una cosa artificiosissima. Mentre io ho visto che queste preoccupazioni recano frutto. Perché in realtà tu non trovi tutto dentro di te, molte cose le trovi mettendo ti nel cuore degli altri.

CF Avere una committenza è utile …

Altroché. Magari esistessero ancora dei prìncipi che ti dicano: “lo e mia moglie compiamo vent’anni di matrimonio. Se mi scrive un’ode, per lei ci sono quindici mila euro”. Madonna! uno scriverebbe un capolavoro!

CB: A qualcuno è capitato con un prosciuttificio!

Capisci? Quando tu scrivi per i vent’anni di matrimonio del principe puoi dilatare la materia in prospettive mitiche. Alla maniera di Pindaro, mettiamo ma col prosciutto come fai? È difficile, eh?

Sul dialetto

LR: Lei consiglierebbe a un giovane di scrivere, oggi, in dialetto?

lo dissuado dallo scrivere in dialetto perché mi sono accorto che da un po’ di tempo il dialetto possiede una posizione di privilegio, con tendenze alla sopravvalutazione rispetto a quello che effettivamente sta producendo. In sostanza, attraverso il dialetto si sta realizzando quel tipico monolinguismo novecentesco che era caratteristico della poesia negli anni trenta, quaranta e cinquanta, con fughe costanti verso l’idillio. Una volta ho fatto un po’ arrabbiare Franco Loi, di cui sono peraltro carissimo amico e che è un poeta autentico e grande, perché ho detto, “quelli che scrivono in dialetto, è come quando sei in spiaggia che prendi il sole e vedi uno che arriva a nuoto e dici ‘madonna come nuota quello lì” e quello lì viene fuori dall’acqua e ti accorgi che ha le pinne”. È così, sai! Il dialetto usufruisce oggi di una tale risonanza e consenso di ascolto (in un mondo di lingue alienate e alienanti) che, quando una cosa è scritta in dialetto, viene apprezzata anche al di là della sua mancanza di novità e di maggior impegno.

 

Biagio Marin

 

 

CB: In questo tuo ultimo libro il dialetto non c’è.

Non c’è. C’è solo una frase in dialetto che è quella che mi viene rivolta da mia madre morta. Avevo un paio di poesie in dialetto ma le ho escluse apposta. Ho detto: “L’unico dialetto deve restare quello di queste parole di mia madre negli inferi” e quindi non ho messo nel libro poesie in dialetto.

LR: Quindi il dialetto potrebbe risultare una scorciatoia? Per avere più ascolto.

Sì. Per avere più ascolto e per avere anche più risultati: quando devi usare questa lingua ingrata che è l’italiano, che poi è l’italiano continuamente attaccato e deformato dai media, riuscire, come diceva il vecchio Mallarmé, a rendere più puro il dialetto della tribù è una cosa davvero ingrata. Perché è proprio la lingua che ti sfugge: è atona, è logora, è sporca, no? Insomma, è l’italiano che devi affrontare, hic Rhodus hic salta. Ricorrere al dialetto non può essere considerato il recupero di una lingua magica e nativa, perché non è così, oppure lo è ma soltanto nell’eccezione della lingua della poesia come lingua morta che aveva il Pascoli, ma perché questo accada devi essere nella grazia delle Muse. Il dialetto dei poeti poi spesso non è una lingua realmente parlata. Il dialetto della poesia è una lingua della memoria!

LR: E cambia a ogni generazione.

Certamente. Il poeta che scrive in dialetto scrive in una lingua che lui ricorda, che probabilmente era la lingua di sua nonna o di sua madre, ma che non è la lingua che lui parla quotidianamente. Questo avviene, s’intende in ogni testo poetico, ma qui ci si riferisce anche all’aspetto della fonologia del dialetto. Come si chiamava il poeta di Grado?

GB: Biagio Marin.

Eravamo molto amici e ogni volta che ci incontravamo lui ripartiva dall’ultima baruffa che avevamo fatto. Biagio Marin diceva: “lo scrivo la lingua che parla il popolo di Grado”, e io gli replicavo: “No che non scrivi la lingua che parla il popolo di Grado. lo li ho sentiti parlare quelli di Grado, non parlano mica come scrivi tu!” “Come non parlano come scrivo io!?” “Ma no, assolutamente!” “E come scrivo io?” “Come parlava tuo padre o al massimo come parlavi tu da bambino”. “E tu come fai a dirlo?” “Perché tu dici bastiminti mentre i gradesi dicono bastimenti, cioè non fanno più quella che i linguisti chiamano l’apofonesi”. “Ma và là, ma cosa dlsito! I dise bastiminti!” E allora andavamo per osterie e lui provocava i clienti perché dicessero quella parola e loro dicevano bastimenti, e allora lui diceva: “No i sè de Grado, ‘sti qua!” e usciva arrabbiato dall’osteria! Non è vero che un poeta dialettale scrive in una parlata viva e autentica, no, scrive in una lingua della memoria. Ed è questo che rende, quando sono grandi i poeti, come appunto Biagio Marin o come Franco Loi, così straordinaria certa poesia: perché la loro è una lingua della memoria. Ma Franco Loi si arrabbia quando dico che il suo scrivere in dialetto è come il mio scrivere in latino perché anche la sua è una lingua, almeno in gran parte, morta!

 

Luigi Meneghello

GB: Posso immaginare cosa pensi di quelli che parlano di tutela legale del dialetto …

Quelle sono assurdità!

GB: Ricordo uno scontro in Regione, su questo …

lo sono molto amato, e mi vergogno a dirlo, dai leghisti di Vicenza!

GB: Ma sai quanti ce n’erano ai funerali di Menegbello? Tanti, anche con la fascia tricolore.

GF: Erano pochi quelli di sinistra.

Quelli di sinistra non c’erano.

GB: L’unico di sinistra che ha parlato è stato Cacciari.

C’ero anch’io, non ti ho visto ma c’ero. E c’era tanta gente!

Ci sono leghisti come quella che fino a qualche mese fa era la presidentessa della provincia, la Dal Lago, che è stata una delle più generose contributrici alle attività culturali e di ricerca della Accademia Olimpica. I leghisti pensano a una tutela legale del dialetto.

GB: Al funerale di Gigi sembravano molto rispettosi.

GF: Non c’è solo il Veneto-Veneto da prendere in considerazione; per esempio del Friuli, o di Trieste, non mi pare che si parli molto, Magris a parte …

La situazione del Friuli e della Venezia Giulia è interessante. lo sono presidente del Consiglio di amministrazione della Casa di Pasolini a Casarsa. C’è un comitato scientifico di grande eccellenza e un direttore che è Gian Mario Villalta. Lì le spinte verso il regionalismo sono antiche e il Friuli è ricco di risorse finanziarie … Ma la forte accentuazione regionalistica e la devozione alla lingua friulana fanno presentare alla nostra istituzione progetti e proposte di iniziative che spesso limitano la portata della personalità di Pasolini, la chiudono in una sorta di sotto bosco provinciale e angusto …

Contemporanei

CB: Mi piacerebbe che tu dicessi qualcosa su questi grandi contemporanei come Meneghello e Zanzotto, che sono stati e sono nel nostro cuore …

CF: lo amo e ho amato soprattutto Zanzotto, perché Meneghello non mi sembrava poi così simpatico.

Posso capire …

CF: Libera nos a Malo, I piccoli maestri e anche Pomo pero sono libri bellissimi …

Per Pomo pero io ho scritto due prefazioni, più una terza che si è scritta Meneghello stesso mettendo insieme i miei due pezzi col metodo del taglia e incolla. Devo dire che questa terza mia nota su Meneghello è fra le tre la migliore e dimostra l’intelligenza (azione un po’ corsara a parte) di Gigi … Meneghello è uno degli scrittori che hanno descritto con più efficacia la “catastrofe” (in senso etimologico) della società veneta a partire dal cosiddetto miracolo economico: è stato allora che quanto sembrava recente è diventato d’improvviso antico, e il dialetto è precipitato, molte sue parole, è precipitato in una specie di inconscio collettivo. Meneghello lo dice tante volte nei suoi libri che le parole scompaiono perché nel frattempo sono scomparse anche le cose. Guardava alla realtà locale con distacco come un viaggiatore inglese che descriva gli indigeni di qualche remota colonia. Era il gentleman inglese e insieme l’allogeno che si è staccato dalla sua tribù per andare a studiare a Oxford …

CF: Gli antropologi classici dicevano che il buon antropologo dev’essere un estraneo alla comunità che egli studia oppure un indigeno che è andato fuori e poi è tornato. Solo così può capire, facendo i confronti …

Averlo saputo: avrei potuto citarli per esprimere questo concetto …

LR: E Zanzotto?

Andrea è un grande poeta che ha creato un linguaggio inimitabile. Lo dico sempre a qualche giovane poeta che zanzoteggia: “Scherza coi fanti, ecceterà”. Parla anche lui delle cose di cui ha parlato Meneghello ma con una sorta di linguaggio astrale come se fossimo diventati gli ultimi abitanti di una galassia in declino sotto una stella che si sta spegnendo. Ma nei suoi versi si sente vibrare anche una spes contra spem. In quella sua lingua si vede l’impronta che ho definita galattica, c’è l’impronta di un umano che si rifugia nelle metamorfosi della lingua per salvarsi. Ed è una lingua che ha una sua autonomia.

Qualche volta non capisco perché Zanzotto vada in cerca di puntelli citando filosofi, psicanalisti, Lacan …

Disastri

GB: Ti va di dire qualcosa sul disastro o meno antropologico e paesaggistico?

A Vicenza c’è un in più che si aggiunge al disastro dell’identità dei luoghi, del paesaggio. La nuova base americana che si insedierà al Dal Molin, una sorta di stupro della città. Al di là di quanti vi si oppongono usando linguaggi vecchissimi …

GB: … indebolendo gli argomenti …

Mi sembra di rivedermi quando abbiamo fatto una manifestazione negli anni cinquanta, avevamo 25 anni, contro la visita del generale Ridgway: figurati le cose che potevamo tirare fuori allora! L’unico risultato fruttuoso lo ebbe un nostro amico che faceva il giornalista per “Il Giornale di Vicenza” e che in queste occasioni usava accentuare provocatoriamente la polemica anticomunista del discorso e scrisse un articolo pressappoco su questo tono: “Ieri, una trentina di persone dal viso ebete e sinistro che rivelava la profonda mancanza di intelligenza, sono sfilate, eccetera”, una specie di controinformazione alla rovescia. Così l’Associazione Industriali, che era azionista de “Il Giornale di Vicenza” lo ha fatto licenziare perché considerava quell’eccesso di zelo (del tutto finto) controproducente, avendo saputo delle reazioni incredule e stupite dei lettori. Sono andato all’assemblea organizzata da Raniero La Valle e dalla sua associazione pacifista qui a Vicenza e vi ho anche preso la parola. Sicuro, la pace è il problema centrale. Ma c’è anche una città con la sua storia e le sue tradizioni, una città che l’Unesco ha dichiarato patrimonio mondiale dell’arte. Come fai a costruire tutta ‘sta roba? A violentare l’immagine della città trasformandola in una città fortificata come quelle che progettava Federico II? Tutto il futuro urbanistico della città viene travolto e mutato, non tanto per l’intrusione della base in un verde prezioso che si trova vicinissimo al centro storico della città, a poca distanza dai monumenti palladiani e dal Teatro Olimpico, ma per gli innumerevoli riflessi indotti – quelli previsti e quelli non prevedibili – che l’episodio provocherà sulla struttura urbana.

GB: Vuoi dire che il linguaggio che utilizzano per esprimere la loro opposizione a questo progetto è minoritario?

È minoritario, un linguaggio da guerra fredda con fitti cascami del passato. Anche molti cittadini che hanno votato per il centro-destra sono profondamente convinti che la base americana a Vicenza è un corpo violentemente estraneo che s’intrude in una realtà da difendere a ogni costo … Ma il linguaggio ideologico ricompatta le diverse posizioni politiche in arcaici fronti contrapposti. Un conto è essere contro la politica di Bush e un conto essere infantilmente anti-americani.

GB: Sembrava che fino a qualche tempo fa la dimensione trasversale più aperta avesse prevalso.

Sì, perché c’è la Cinzia Bottene che guida il movimento, una donna straordinaria senza pretese da intellettuale e da leader politico. E perché ci sono molti con diversa mentalità che partecipano con convinto consenso al movimento che si oppone a questa base americana che sarà la più grande e importante d’Europa. lo amo e ho amato l’America, amo Faulkner, Jerry Lewis, i suoi intellettuali, ricordo con gratitudine il contributo fondamentale che l’America ha dato per liberare l’Europa dal nazi-fascismo. Quello che non amo è il linguaggio dei no-global e di certa sinistra radicale. Comincia con l’enunciare alcune verità e gradatamente deforma e annebbia le cose per cui vuole battersi. Prefigura mondi alieni.

LR: Chi sono i ragazzi usciti da mondi alieni di cui lei parla in una sua poesia recente?

Ah, chi sono i ragazzi? Sono quegli adolescenti di oggi che sembrano venire non dall’orizzonte terrestre, ma da qualche galassia remota. Intanto parlano un italiano spaventoso, tutto di frasi fatte, di relitti di messaggi…

GB: … di SMS e dalla pubblicità   .

… e dalla pubblicità. Déchets linguistici … Quando ero maestro di scuola elementare eravamo fervidi lettori di don Milani, e quale era allora il problema? Era quello di liberare dalla emarginazione, che non era solo culturale ma anche sociale. I ragazzini che frequentavano la scuola elementare in quel paese remoto di campagna non avevano mai sentito parlare l’italiano, la televisione non era ancora entrata in tutte le case, le radio erano poche. E il dialetto era il marchio della loro minorità sociale. Erano trattati male negli uffici comunali, alle poste, in fabbrica, durante la leva militare. Allora il nemico era il dialetto. Adesso invece, quando ogni tanto incontro maestri di scuola elementare e leggo i quaderni dei bambini capisco che oggi il nemico è l’italiano. Tu leggi i quadernetti dei ragazzi e ti metti le mani nei capelli, perché i miei allievi più bravi scrivevano un italiano così… diciamo mitico, falso e un po’ kitsch. Come: le “rondini sfrecciano nel cielo azzurro”, oppure “le cime innevate”… Ma vuoi mettere le retoriche, artificiose “rondini sfrecciano nel cielo azzurro” con le stronzate che scrivono adesso, in un italiano televisivo, i saputi nostri bambini? Qualcuno di loro si trascina dietro, anche quando diventa a venti-trent’ anni scrittore di successo, l’abnormità di questa educazione linguistica. Ecco perché, per esempio, se io facessi ancora il maestro elementare, difenderei il dialetto, la sua viva matrice. Ma dovrei anche difendere i bambini da quell’italiano.

GF: Allora l’italiano per i bambini che parlavano solo in dialetto doveva essere come è l’inglese per i bambini del terzo mondo.

Sì. Poi c’è stato anche il miracolo economico per cui risultava, dalle inchieste linguistiche, che il luogo dove c’era il più alto numero di parlanti italiani era Mestre! E perché questo? Perché arrivavano dal sud, da regioni diverse con dialetti diversi, e come facevano a capirsi tra loro un siciliano, un umbro, un calabrese? Parlavano l’italiano!

 

GB: Questa su Mestre me la segno! Ma volevo chiederti una cosa a proposito della precisione dei nomi dei fiori e degli animali nelle tue poesie, nell’appiattimento e nell’omologazione dei paesaggi e della lingua odierna. O è l’appiattimento della lingua a produrre anche l’appiattimento dei paesaggi? Questa precisione ha un intenzione poetica che è anche “politica”?

Certo: poetica e anche politica, ma come sempre dentro la realtà. lo protesto spesso con alcuni amici della Lipu, la Lega italiana per la protezione degli uccelli, perché non sanno riconoscere il verso degli uccelli che difendono. Non hanno mai visto degli uccelli che invece sono abbastanza diffusi. Mettiamo tu che passeggi per il solito Campo Marzio, e dici: “Senti, un cardellino!”, e lui risponde: “No sento gnente, mi”. C’è una perdita di contatto con la natura che viene recuperata solo attraverso il teleschermo! E i bambini conoscono i buoi, le pecore, il pettirosso dalla televisione, la realtà della natura sta sul teleschermo, non nel mondo reale.

GF Ora si stanno diffondendo gli agriturismo-pedagogici, dove i maestri di scuola portano i bambini per una settimana a vedere la natura …

Mi pare comunque una buona cosa …

GB: L’altra sera ero in casa di amici a Lusiana e c’erano diversi bambini che, quando è passato un ghiro, sono come impazziti. Un ghiro è difficilissimo da vedere. Quindi essere precisi con i nomi di animali e fiori significa …

… è un puntiglio, è un tratto, come si direbbe, parnasslano, quando usi termini di botanica e zoologia. I francesi dicono style parnassien. È anche quello magari, nei miei versi, ma è soprattutto un puntiglio.