I confini opachi tra passione e follia: “Chi se non noi”. il romanzo d’esordio di Germana Urbani

Da pochi mesi è iniziato il nuovo corso della narrativa italiana per la casa editrice Nottetempo. L’entrata in scena di Alessandro Gazoia ha portato quella che si potrebbe tranquillamente descrivere come una ventata di aria fresca o, più semplicemente, un mosaico che si andrà a comporre poco per volta. Non che la precedente visione avesse qualcosa di sbagliato, Gazoia però ha le proprie idee che diventeranno sempre più chiare. Uno dei primi titoli pubblicati sotto la sua ala è stato “Chi se non noi” della scrittrice padovana Germana Urbani.

“Chi se non noi” segue la storia di Maria, nata unica donna in una famiglia di contadini e che sembra avere un destino segnato. La madre la vorrebbe meno impegnata sui libri e più dedita al lavoro: lavora, guadagna, prepara la dote, sposati, fai figli. Il padre si esprime a silenzi, non giudica importante l’intelligenza di Maria, la sua curiosità, i complimenti degli insegnanti che lui reputa solo un modo per metterle dei grilli nella testa. Si tratta dunque di un ordine prestabilito che non ha nulla di anomalo proprio perché viene reiterato da generazioni e spesso ha a che fare con la vita contadina. La terra è l’unica cosa che si possiede davvero, la terra fornisce sostentamento alla famiglia, bisogna dedicarsi anima e corpo alla terra. Ma per Maria l’ordine prestabilito viene frantumato nel momento in cui il nonno, l’unica persona con cui sembra avere un dialogo significativo, le regala una Polaroid e la piccola Maria inizia ad avere a che fare con la luce e con i paesaggi che la circondano. Quel regalo e una visita a una villa Palladiana fanno nascere in lei un desiderio nuovo: diventare architetto.

Quando però conosce Luca, Maria inizia a dare vita a un nuovo progetto. Luca lavora in una pescheria e apparentemente sembra soddisfatto di ciò, ma lei vede del potenziale inespresso, proprio come davanti a un vecchio rudere l’architetto immagina come potrebbe diventare quella facciata dopo un restauro. Luca diventa contemporaneamente, sia un progetto che l’epicentro della vita di Maria, colui attorno al quale ruotano le sue scelte. Lei, tanto decisa con la sua famiglia, tanto fragile e disposta a mettersi da parte per riuscire a coronare l’idea di amore che, in un modo o nell’altro, la famiglia le ha fatto arrivare. Purtroppo per Maria, nessun progetto umano può prescindere dalla volontà dell’altro, nessuno può essere conosciuto fino in fondo e all’improvviso, la realtà rompe gli argini allagando ogni cosa.

Veniamo però ai tratti caratteristici che rendono “Chi se non noi” di Germana Urbani un libro che va letto con molto interesse. Al di là dello sviluppo dei personaggi, dell’arco narrativo delineato dalla scrittrice padovana, ciò che qui impressiona e che, a mio parere, risalta in maniera luminosa è il territorio. Nella narrazione Germana Urbani è stata in grado di delineare con cura e passione un territorio in cui le distanze sembrano privarci di orizzonti, in cui la nebbia ci mastica e poi ci risputa pochi metri più in là e in cui il cielo e il mare, a volte, sono un’unica tela grigio siderale.

Il paesaggio non fa solo ed esclusivamente da sfondo alle azioni dei personaggi, ma in qualche modo ne determina il destino e le scelte di ognuno di loro; e quando Maria si convince di essere riuscita a farsi una vita lontano dal luogo di origine pecca di troppa fiducia, perché quel luogo, a tratti desolante e malinconico, non è mai uscito da lei.

Quello tra Maria è la terra in cui è nata e cresciuta è un rapporto quasi simbiotico che deriva, in parte, anche dai racconti dei genitori e dei nonni. Il potenziale mitopoetico delle terre paludose, sferzate dal vento e ricoperte da coltri di nebbia è pertanto messo in luce dai racconti tramandati di generazione in generazione.

E parlando di luce è quasi doveroso soffermarsi sull’importanza del fotografo Luigi Ghirri, che diventa ovvia fin dalla copertina di “Chi se non noi”. Una presenza che ci fornisce un ulteriore elemento della narrazione di Germana Urbani che sembra quasi volerci dire: chi comprende la luce trova il significato profondo delle cose.

Gianluigi Bodi

L’intervista

(Gianluigi Bodi): La parabola di Maria è il centro portante di tutto il libro. Lei, con un nome così legato alla tradizione, forse anche desueto per la sua generazione, prova a fare uno scatto in avanti e svincolarsi dalle rigide tradizioni di paese. Possiamo dire che le scelte di Maria non sono dettate tutte dalla sua volontà, ma a volte nascono per contrasto alla situazione in cui vive, quasi come metodo di fuga? Quasi che nel tentativo di fuggire da una prigione ne avesse creata un’altra, ma diversa?

Germana Urbani

(Germana Urbani): Maria nasce in una famiglia contadina di stampo patriarcale, un nucleo per nulla diverso da com’era la maggior parte delle famiglie della provincia agricola veneta dal dopoguerra fino al periodo del boom economico. Un ambiente, già descritto da grandi maestri veneti come Comisso, Meneghello e Camon, che determinava la vita dei suoi figli, come a dire che nessuno aveva scampo. Per le donne nascere in queste campagne lontane da tutto significava sposarsi a vent’anni, mettere al mondo diversi figli, occuparsi di loro, dei vecchi di casa, dei maschi di casa oltre a lavorare nei campi come tutti gli altri.

Maria scampa a questo destino perché un giorno incontra la bellezza. Visita per caso una villa palladiana dove un architetto sta facendo delle foto e, osservando i vari attori di questo incontro un po’ casuale, in lei nasce un sogno che la porterà lontana dal solco in cui era nata e in cui tutti avrebbero forse preteso che lei restasse. Si affranca dalla terra e diventa un architetto di città, ma, probabilmente non ci si libera mai dalle nostre radici soprattutto se sono state incise da ferite mai rimarginate del tutto. Nel costruire il personaggio di Maria ho dovuto immaginare un’epica del personaggio che mi permettesse di rispondere alla domanda: perché aveva così bisogno di essere vista, riconosciuta e amata da un uomo di quel tipo. Una prigione è un limite fisico che impedisce all’uomo di spostarsi nei luoghi, Maria invece è prigioniera di un’idea di amore, posseduta da un’ossessione che non lascia scampo. Forse è una condizione peggiore.

Chi se non noi” è ancorato fortemente al paesaggio. Tu racconti con maestria luoghi e sensazioni che chi ha visto le valli da pesca e le lunghe distese di campi capisce essere intime fotografie. L’insieme di paesaggi diventa un personaggio a sé stante e non è più solo uno sfondo per l’azione di Maria e Luca. Mi chiedevo se avessi chiara fin dall’inizio l’importanza del territorio o se scrivere ti abbia aiutato a mettere a fuoco questo elemento.

Ritengo da tempo che la letteratura possa essere anche letteratura geografica e cioè narrazione capace di illuminare dei luoghi di provincia poco noti senza, però, essere provinciale. Quando ho iniziato a scrivere avevo la storia dei due protagonisti in testa e un grande amore per il Delta del Po veneto, ancora poco conosciuto ed esplorato sia dai turisti che dagli artisti italiani. Questo è un territorio in cui io vado a cercare l’infinito fotografando le cose più strane. Da queste esplorazioni, dalle istantanee scattate ma anche da tante ricerche condotte nelle biblioteche locali, nascono le parti che danno vita al personaggio paesaggio che è costantemente in dialogo con Maria, un controcanto fisico e colorato rispetto alle sue elucubrazioni dolorose e sempre più oscure.
Sicuramente sapevo sin dall’inizio che il paesaggio doveva avere un ruolo forte. L’idea mi veniva dal fascino che aveva avuto su di me “Città aperta” di Teju Cole, seguito subito dopo da “Gli anelli di Saturno” dell’inarrivabile Sebald. Diciamo che a partire dalla lettura di questi due romanzi il paesaggio, in termini di spazio, tempo, storia, fantasmatiche e geografie, è diventato uno dei miei temi d’interesse e d’elezione.

Ritornando al tema della fotografia. Nel libro, a un certo punto, citi Luigi Ghirri che, per inciso, è anche l’autore della foto riprodotta in copertina. Maria parla spesso di luce. Qual è stato il ruolo di Ghirri e della luce nella costruzione del tuo romanzo?

Come fotografa, seppur dilettante, so per esperienza che controllare o, quantomeno, interpretare nel modo giusto la luce presente nella scena dell’inquadratura è fondamentale. O almeno lo era prima dell’avvento del digitale e degli smartphone tuttofare.
Prima di oggi, quando si fotografava in manuale e niente era predeterminato automaticamente, luce e tempo erano gli unici elementi su cui il fotografo poteva contare. Ora anche io uso la macchina in automatico ma, devo dire, che fotografare in analogico era bellissimo, una vera sfida intellettuale giocata proprio tra diaframma e tempi.
Quindi la luce entra per esperienza mia, diretta, nel romanzo anche se, studiando gli architetti che vado nominando nel libro, mi sono resa conto di quanto la luce sia fondamentale anche per questi artisti. Famosissima la citazione di Le Corbusier per cui “l’architettura è un gioco sapiente, corretto e magnifico dei volumi raggruppati sotto la luce”.
Quanto al mio incontro con Ghirri posso solo dire che la sua poetica ha subito agganciato qualcosa di profondo e inconscio dentro di me. Leggo e resto sulle sue foto allo stesso modo in cui mi fermo sui versi di una poesia. Lui riteneva che i fotografi dovessero fuggire “la necessità di essere originali, creativi a tutti i costi”, perché fotografare il mondo per lui era anche un modo per comprenderlo. È questo, a mio avviso ciò che potrebbe e dovrebbe fare la letteratura, ed è sicuramente ciò che provo a fare io. Ghirri a un certo punto della sua carriera diceva che voleva “tradurre il geografico totale”, in un frammento però. E cercò di farlo con semplicità e chiarezza: le sue foto sono tutte frontali, non usa filtri, né trucchi in fase di sviluppo. Si limita a osservare il paesaggio e a cogliere “il suo offrirsi allo sguardo”.
E questo ho cercato di fare anche io con le parole: ho guardato e scritto provando a non aggiungere nulla di personale, che non fosse il mio sguardo sulle cose del mondo.

Germana Urbani - Chi se non noi
Germana Urbani – Chi se non noi
Edizioni Nottetempo