Recensioni a “Splendi come la vita” di Maria Grazia Calandrone

“Splendi come la vita” di Maria Grazia Calandrone

Citando “Il piacere del testo” di Roland Barthes, «lo scrittore è qualcuno che gioca con il corpo di sua madre per glorificarlo, per abbellirlo». Così fa Maria Grazia Calandrone con il romanzo a sfondo autobiografico “Splendi come vita”, edito Ponte alle Grazie il 28 gennaio 2021. Poetessa di lungo corso, Calandrone racconta il suo rapporto con la madre adottiva Consolazione, «bionda Madre elettiva, da me fragorosamente delusa». Col tempo, esso si fa più complesso e difficile: temendo di perdere la figlia, Consolazione la condanna al “Disamore”, una sorta di cacciata dall’Eden familiare che priva la poetessa dell’amore materno. Alla morte della madre, però, Calandrone decide di ricorrere al mezzo che più conosce per mostrarle tutto l’amore di cui è stata capace e suturare la ferita della perdita e della distanza: la parola. Lo stile del romanzo oscilla tra la prosa e la poesia attraverso l’uso di parole poeticamente evocative e il ricorso a fotografie e immagini che portano l’autrice a ricongiunge il mondo dei vivi con quello dei morti per rievocare il fantasma di Consolazione e mostrarle l’amore mai negato di una figlia per la madre. Con “Splendi come vita”, la poesia di Maria Grazia Calandrone si fonde magistralmente con la prosa in un canto doloroso, ma necessario, che cura le ferite della perdita e dell’abbandono, e che mostra un amore filiale che nemmeno il tempo può scalfire, ma che la letteratura eternizza.«Ho trovato la pietra filosofale, l’officina alchemica dove ogni dolore viene ridato al mondo come bellezza. Bussole e armi dei disarmati sono, le parole».ApprovaRifiuta

Alberto Paolo Palumbo

È un “precipizio di parole” dedicate alla madre, alla mancanza e alla presenza della mamma, il libro Splendi come vita di Maria Grazia Calandrone (Ponte alle Grazie). E il “parto a parole” di una madre adottiva, accompagnato “da abbondantissimo spargimento di sangue”. Ma il sangue non è lo stesso. È il racconto di una vita strappata alla morte, intrisa di vita, di dolore e di gioia struggente. L’autrice, abbandonata, a pochi mesi, su un prato di Villa Borghese, a Roma (come rivela senza alcuna pietà un articolo di giornale nel libro) dalla madre naturale che si è buttata nel Tevere, racconta, grazie a una cristallina prosa poetica, il suo amore tormentato per Madre, la madre adottiva, la sua vita, lo strano tentativo di andare verso la foce del Tevere. Per scoprire, poi, levando gli spini dalla carne viva senza dolore, che il dolore è condiviso e che, di Madre, non muore solo la sua. “Che il danno non è solo mio”. Un dolore disarmante quanto l’amore. Un inno, lirico e tragico, alla Madre elettiva – con la emme maiuscola – angoscioso e bellissimo, irrisolto, che tocca il mistero senza pace della vita stessa, del tempo concesso e perduto. Della morte. Nella consapevolezza tremenda dell’inutilità delle parole, per dirlo. “Mamma, ti lascio al fuoco col mio dono/da nulla, un foglio arrotolato/fra le tue belle mani./Mamma, io ti accompagno oltre le fiamme”.

Linda Terziroli