“Amen”, il racconto di Teresa Tonini primo classificato al Concorso “Scrivere è un Gioco da Ragazzi”

Amen
di Teresa Tonini

Se potessi, mi battezzerei altre cento volte. Non perchè sia credente, ma perchè c’è qualcosa nell’idea di immergermi in un’acqua finalmente pura, che mi porta conforto. E ce l’ho in testa quest’immagine, di me che mi immergo nudo in una vasca piena di acqua santa e ne esco lasciandomi indietro quarantasette anni di stanchezza, di normalità, di segreti. Ma anche dopo essere rinato, anche dopo cento battesimi, sarei comunque macchiato di quel peccato impossibile da lavare via ma facile da nascondere. E’ per questo che mi siedo sui freddi banchi di legno e non mi curo di pregare: quelli come me Dio non li ascolta, ma li osserva.

E’ per questo che stringo la mano di mia moglie e non alzo lo sguardo sulla bara di abete sotto l’altare: a quelli come me Dio dà sempre una lezione.

Nessuno lo sa, perché Mattia l’hanno ridotto così. C’è chi dice che sia stato per un debito di gioco, un bicchiere di troppo, una donna. Ma in verità tutti lo sanno, che Mattia non toccava una donna da quando era ragazzo, o forse non ne aveva mai toccata una: non si direbbe, commentavano le signore quando venivano a sapere le zone che frequentava,  le persone che incontrava , sembrava uno a posto. Anche ora, cercano tra i banchi chi poteva essere un suo simile, un suo compagno, uno che non sembri a posto: io siedo al fianco di mia moglie e ho sulle ginocchia la mia bambina, io sembro a posto, io sono uno a posto.

Padre nostro, che sei nei cieli, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra.

Non è stato il primo. C’è stato questo ragazzo, l’estate in cui avevo quattordici anni e non avevo mai baciato nessuno. L’estate in cui i miei mi mandarono in colonia pur sapendo che odiavo la montagna e camminare, quella da cui tornai con una sicurezza tutta nuova. Non è questa la mia prima lezione. C’è stata questa banda, un paio di ragazzi dell’ultimo anno, a cui non piaceva che qualche frocio se ne andasse in giro per la scuola credendo di essere come gli altri, credendo di essere al sicuro. Ma erano gli unici. Prima di Mattia, sono state le uniche persone a sapere, a pensare, che io fossi quello. Poi è arrivato lui.

Dacci oggi il nostro pane quotidiano, e rimetti a noi i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori,

Sono seduti nella terza fila dal fondo, a destra. Indossano il loro completo migliore, tengono il capo chinato e si alzano al momento giusto. Una volta finita la funzione si avvicinano alla sua foto, alla sua bara, e che peccato dicono, era davvero un brav’uomo, escono dalla piccola chiesa di pietra con le spalle curve, la fronte esageratamente aggrottata, si posizionano per seguire Mattia fino al cimitero: gli emissari di Dio, gli angeli.

e non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal male.

A cosa hai pensato Mattia, mentre hai realizzato che era finita, mentre ti spaccavano una bottiglia di Heineken sulla testa, mentre ti prendevano a calci talmente forti da romperti due costole, mentre ti sputavano addosso, mentre ti facevano passare la fiamma dell’accendino sulla barba, mentre smettevi di respirare, mentre ascoltavi le tue ultime parole.

Frocio, checca di merda, bastardo depravato, schifoso scherzo della natura.

Forse hai pensato che avevo ragione, ad essermi sposato con una bella donna, ad avere una figlia, a non averlo mai detto a nessuno, a ridere quando qualcuno faceva una barzelletta sui gay. Forse hai pensato a quando ti dicevo che ci sente lacerati, a dover scegliere ogni mattina che parte poter recitare quel giorno e a dover addormentarsi ogni sera consapevoli di non aver potuto scegliere di essere se stessi, ma ci si sente salvi, ci si sente vivi e questo è l’importante.

Forse hai pensato alla prima volta che ho ammesso che ero innamorato di te, alla vacanza passata insieme in cui abbiamo passeggiato tenendoci la mano che tanto nessuno ci conosceva lì, a quando la mia bambina un giorno ti ha chiamato papà per sbaglio, alla sera in cui ti ho detto che mi piaceva l’idea di vivere assieme, di avere una famiglia noi due.

Ma di sicuro non hai pensato che finalmente avevi espiato il tuo peccato, che finalmente eri libero dal male. Tu, Mattia, non hai negato nemmeno una volta di essere un frocio, checca di merda, bastardo depravato, schifoso scherzo della natura, non hai tradito te stesso, non hai detto che no, non mi amavi per salvarti la vita.

E ora io sono qui, seduto sui banchi freddi di legno della chiesa del paese, con quarantasette anni di segreti e di lotte che mi piegano le spalle, con la mano fredda di mia moglie stretta nella mia, con il tallone di mia figlia che batte continuamente sul mio polpaccio, vivo, a rinnegare un secondo dopo l’altro di avere mai amato l’uomo che ora è chiuso in una bara, dai tratti deformati per le torture, l’uomo morto piuttosto di essere qualcun altro, piuttosto di amare qualcun altro.

Sono qui a guardare quella fonte battesimale e a chiedermi se ne vale la pena, di battezzarsi cento volte, se tanto non sarò mai pulito. Di essere normale, al sicuro, vivo, se poi i miei giorni sono giorni di guerra contro la persona che ho deciso di essere.

Amen.

 

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