“Il giusto giustiziato” il racconto di Diego Boin terzo classificato al Concorso “Scrivere è un gioco da ragazzi”

Il giusto giustiziato
di Diego Boin

Lo ricordo come se fosse ieri quel 15 marzo del 2016.

Camminavo barcollante verso casa dopo una serata a base di allegria e buon vino passata nel centro di Rio Chiquito assieme ad i miei amici, quando vidi in un vicolo in penombra due uomini in divisa militare che tenevano una terza persona sotto tiro: le battute finali di una caccia alla lepre.

La luce non era molta, ma quella sera l’aria era limpidissima, un clima stranamente mite, e la luna sembrava voler scimmiottare il sole nei suoi comportamenti, stagliandosi pallida e imperiosa sul fondo bluastro del cielo notturno ed illuminando le superfici con il suo freddo raggio.

Nella concitazione del momento mi ero reso conto che l’uomo-lepre sembrava sfinito, come estenuato da una lunga corsa; nel suo viso mi era parso di cogliere la nota di mestizia di chi sa di non avere possibilità di scampo ed è ormai rassegnato a dover stare alla mercè altrui.

Ero completamente ipnotizzato dal veloce succedersi degli eventi, tanto che inevitabilmente mi ero estraniato dal contesto circostante, ed accadde che ad ogni sguardo io riuscissi a definire dettagli inaccessibili fino ad un istante prima: i cacciatori indossavano la tenuta dell’esercito onduregno e questo insinuò in me un dubbio che venne fugato nell’arco di neanche un minuto, tempo che mi ci volle per identificare il volto sfigurato della preda con quello del signor Garcìa.

Nelson Garcìa, uomo canuto sulla quarantina, dimostrava più anni di quanti non ne avesse effettivamente, forse per via della sua barba bianca malfatta, portava gli occhiali e la rotondità del suo viso gli conferiva indubbiamente un aspetto bonario; era un personaggio piuttosto conosciuto qui a Rio Chiquito, la gente provava affetto e stima per la sua persona, poiché si era dimostrato strenuo difensore dei più deboli, che sempre più spesso negli ultimi anni erano costretti a subire le soverchierie dei potenti locali.

L’atmosfera elettrica, carica di presagi, raggiunse un picco che investì direttamente anche me quando l’uomo, più morto che vivo, impresse sui miei occhi uno di quegli sguardi che da soli valgono come quelle parole che ci si sussurra nei momenti di ebbra sincerità, uno sguardo di una tale potenza da sembrare un passaggio di testimone, come se egli mi avesse ammesso nel suo testamento spirituale. Un panico angoscioso mi pervase, nel profondo avrei voluto fare qualcosa per salvare quello sconosciuto inerme, ma come la luna nel cielo non potei che limitarmi a guardare, impietrito, annichilito da un senso di impotenza senza precedenti.

Un attimo dopo, tutto era già finito. La notte dei misfatti aveva preso vita ed il fondo polveroso della strada in terra battuta era irrimediabilmente intriso di sangue innocente.

I due militari avevano esploso tre colpi ciascuno mirando al volto del signor Garcìa con una freddezza glaciale, quattro lo colpirono, gli altri due lo sfiorarono soltanto, dal momento che il corpo li aveva evitati nella caduta, ed il loro volo era stato frenato dall’impatto con il muro di uno degli edifici che costituivano il piccolo vicolo; si accasciò a terra l’uomo barbuto, il suo volto era orribilmente dilaniato. Ne risultava una scena macabra e cruenta che, come un incubo, temo infesterà a lungo le mie memorie.

Subito dopo i soldati fuggirono e una grande folla, attirata dagli spari, si radunò attorno al cadavere; ancora scosso, decisi di tornare a casa. Avrei dovuto riflettere a lungo quella notte e la confusione che si era venuta a creare non me lo avrebbe permesso.

Nell’ultimo periodo, Garcìa si era unito alla COPINH per tentare di difendere i diritti delle popolazioni indigene su cui tutt’ora incombe l’ombra funesta dei grandi proprietari terrieri, mai sazi di profitto e pronti a tutto pur di aumentare il loro potere; in tutto ciò si può dedurre dalla tenuta dei due mattatori quale potesse essere l’orientamento del governo nazionale in merito alla questione.

Come spesso accade a chi si contrappone con pacifiche parole ad efferata violenza, Nelson ci aveva rimesso la vita.

Una volta rincasato, capii di essere diventato diverso dalla persona che ero stato fino a poche ore prima; io, giovane della media borghesia che non aveva mai trovato un motivo per cui prendere una posizione e che viveva nell’inerzia del suo benestare, avevo avuto davanti agli occhi per qualche istante l’esempio di un uomo disposto a sacrificare la propria vita per perseguire la causa in cui credeva e tutto ad un tratto, come se, nell’istante in cui i nostri sguardi si erano incrociati, Nelson mi avesse donato tutta la fierezza della sua anima, avevo capito che anche io volevo prendere parte a questa guerra, anche io volevo combattere un sistema perverso e corrotto che anteponeva il profitto alle persone e alla natura e che giustificava ogni scelleratezza per i propri interessi, anche io volevo difendere la giustizia, vituperata da troppo tempo ormai da coloro che affermavano di sostenerla.

Se Nelson, con quello sguardo, mi aveva realmente reso partecipe della sua eredità spirituale, beh, in quella stessa notte io l’avevo accettata.

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