"Autunno e contadini" di Giovanni Comisso

Autunno e contadini

Quando viene la sera, adesso che l’estate è finita, sale dal piano dei campi e si diffonde nell’aria un odore di putredine. Forse sono le prime foglie già cadute, forse il granoturco abbattuto dalla grandine che ammuffisce col terreno, forse l’uva sulle viti ricurve che marcisce dopo che le vespe l’hanno mordicchiata. È un odore di fermento che si unisce a quello dell’uva già pigiata e ribollente entro alle tinozze sotto ai portici delle case attorno. Da molto tempo che vivo in campagna non mi ero accorto che dopo la partenza delle rondini, non vi sono altri uccelli a svolazzare tra le siepi, se non, verso sera, i pipistrelli. Già pensavo che tutti fossero fuggiti più che per l’appressarsi dell’inverno per essersi l’aria ridotta irrespirabile in questa putredine terrena, e solo i pipistrelli resistessero per la loro natura originaria di topo. Ma i contadini che tutto osservano nel continuo insistere tra i campi, mi dissero che nulla di diverso dagli altri anni era avvenuto nel movimento degli uccelli: ogni anno dopo che le nidiate si erano addestrate al volo, usignoli, merli, pettirossi, cardellini ed altri se ne erano partiti per altre regioni. Anche credevo che appunto l’assenza degli uccelli nell’aria avesse determinato quel vasto diffondersi di vermi che si trovano dovunque nelle pannocchie ancora chiuse nel cartoccio sull’alto stocco, nel frumento raccolto nel granaio, ad ogni pera tardiva, nelle patate, e persino nelle cipolle che sempre mi erano risultate non intaccabili. Così era invece l’annata: brulicante di vermi, e le donne ne inorridivano come scaturivano dalle punte delle pannocchie che staccavano dagli stocchi ancora elevati. Erano piccoli vermi scattanti come molle, pieni di un’energia data dal nutrimento sostanzioso. Le pannocchie colmavano i cesti e i cesti colmavano il carro attorno al quale era stata messa una gabbia di tavole per contenere assai.

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La prima sera del raccolto mentre attendevo nel granaio di pesare i sacchi, le donne giù nel cortile si erano messe a cantare vecchie canzoni di un tempo in cui tutti erano più felici. Non era come per gli uccelli, mi accorsi, con certezza che era la prima volta dopo tanti anni, da quando erano incominciate le guerre, che sentivo le donne a cantare in coro. Vi era stato, nell’aria delle nostre campagne, per lungo tempo, uno smorzarsi delle possibilità di cantare: non si era più cantato e in quella sera si cantava forse perché quelle donne sentivano salire nell’aria quell’odore di putredine misto al fermento dei mosti e ne ricevevano una vaga ebbrezza col rafforzarsi della luce della luna tra i rami dei salici.

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Cantavano e ci si sentiva riportati indietro nel tempo dalle parole di quelle vecchie canzoni che colla loro intonazione erano rimaste latenti nella loro mente di semplici donne contadine. Gli uomini invece che erano con me in granaio, come se quelle canzoni di altri tempi avessero dato una revisione della loro vita, si davano degli stupidi ricordando il tempo in cui avevano consegnato la caldaia della polenta per fare “cannoni”, dicevano, e persino l’anello d’oro di nozze. Di certo questo non lo avevano consegnato. Poi concludevano che le guerre si fanno perché vi è sempre il popolo pronto ad adattarsi a farle, ma se un’altra fosse avvenuta, la caldaia della polenta non l’avrebbero data e invece l’avrebbero nascosta sotterra.

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Faceva piacere sentire il contadino riconoscere il proprio indolente adattamento alle false parole di comando e si pensava che pur piccolo, fosse un segno di un futuro risveglio di questa grande massa d’uomini che in fondo finisce col determinare tutto il senso della nazione. Siamo soprattutto dei contadini e come essi si pensa e si subisce e lentamente si reagisce. Ci si compiaceva tra il canto risorto e questa tenue certezza di un risveglio umano fuori dalle menzogne scritte, dichiarate, proclamate e soprattutto predicate e concionate. Intanto le bianche pannocchie si accatastavano nel granaio dopo pesate, come cumuli di pezzi d’avorio e l’ombra della notte le riportava in una custodia di riposo orizzontale, dopo essere state dalla loro conformazione erette sullo stocco.

Il cielo di queste giornate, al principio dell’autunno, è pallido come una stoffa che si stinga e sembra che subisca il riflesso delle foglie e dell’erba che muoiono. Le acque dei fiumi si fanno, pure nella magrezza, limpide per una vena di gelo che in esse ha cominciato a disciogliersi. Le strade non hanno più polvere e la loro dura crosta si mollifica come quella del pane quando si inzuppa d’acqua. Ad ogni giorno che si avanza l’uva e le pannocchie reclamano ed incalzano di essere raccolte. Il giorno seguente le contadine continuarono nella raccolta di altre pannocchie. Le ceste si riempivano e colmarono il carro, venne la sera e dai fossi e dai campi prese ad esalare il fermento che dava nausea ed ebbrezza. Quando la luna passò dalla sua forma di piccola nube nel cielo sbiadito tra le foglie impallidite dei salici a quella forma luminosa di occhio di gatto, ero già nel granaio ad attendere per la pesatura.

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Una candela era accesa sul pavimento e illuminava radente come il sole al tramonto la grande montagna delle pannocchie accatastate. Nessun uomo saliva coi sacchi, le donne non cantavano come la sera precedente. D’improvviso due uomini salirono di corsa, scalzi, uno prese una scala e l’appoggiò al muro, l’altro corse nella sua stanza a rovistare. Le loro ombre furono proiettate grandi sulle pareti; chiesi perché non avessero portato ancora i sacchi e perché le donne non cantavano come la sera prima. Quello che aveva preso la scala stava cercando qualcosa d’incomprensibile sotto il soffitto del granaio. La sua ombra eseguiva i gesti di un acrobata che voglia tenere l’equilibrio camminando su di un filo d’acciaio teso. Disse che una donna si era rotta la vena d’una gamba, che il sangue aveva zampillato altissimo, bisognava fermarlo e il vecchio aveva detto che si cercassero subito ragnatele polverose e una palanca di rame per stringere tutto sulla vena aperta. L’altro, che rovistava nella sua stanza, disse che ricordava di aver visto nel fondo di un cassetto una di quelle vecchie palanche, ma per quanto cercasse buttando tutto all’aria da ogni cassetto non riesciva ritrovarla. Un altro uomo venne a sollecitare, perché il sangue non cessava di uscire. Non trovavano né ragnatele polverose, né la vecchia palanca di rame, e si ostinavano infrenabili seguendo l’ordine del vecchio come una sentenza di profeta.

Gridai da una finestra giù nel cortile che fasciassero subito e stringessero, altrimenti la donna sarebbe morta dissanguata, e gettai una moneta di queste nuove e leggere che luccicò nell’aria illuminata dalla luna. Era come un raggio lunare. Nell’aprire la gabbia del carro le pannocchie dure d’avorio, forate nella punta dai vermi scattanti erano precipitate sull’aia, una era rimbalzata come un folletto autunnale e aveva cercato per sua mèta quella donna, la gamba di quella donna che si gonfiava per una vena dilatata. Così non avevano iniziato il canto come la sera prima, così quella donna poteva perdere tutto il suo sangue perché era stato sentenziato da un falso profeta che occorrevano ragnatele polverose e una vecchia moneta di rame, e si erano subito adattati a seguirlo. Pensai che se a una prossima guerra avessero richiesto ancora la caldaia della polenta per fare i “cannoni” l’avrebbero di sicuro consegnata.

Giovanni Comisso

da La Nazione del 07/10/1950.

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