Cartesiano o romantico? Andrea Moro si racconta

Intervista di Isabella Panfido

Il nome del professor Andrea Moro è internazionalmente noto nel mondo della neurolinguistica, cattedratico di Linguistica generale all’Università di Pavia, scienziato di chiara fama, esordisce come romanziere con ‘Il segreto di Pietramala”, edito da La nave di Teseo. Il libro, finalista nella sezione narrativa del Premio Comisso 2018, si colloca a pieno diritto nella sfera del romanzo d’avventura, là dove per avventura si intenda accanto alla scoperta di luoghi e situazioni anche la sfida, intellettuale e etica, verso un limite ignoto e vagamente inquietante.

Una lingua artificiale, una terra antica e una metropoli dai ritmi sfrenati, Shakespeare e i numeri naturali, amore e desiderio di onnipotenza, mistero e sogno, nel romanzo di Andrea Moro tutto si tiene e tutto si concerta come una grande giostra di parole che ruota intorno al protagonista, un giovane linguista, Elia Rameau.

 

Chiediamo a Andrea Moro quanto il personaggio del romanzo abbia in comune con il suo autore.

“Più di quanto immaginassi all’inizio della mia avventura di scrittore. Elia ed io abbiamo parecchi dati biografici simili e, naturalmente, oltre la professione, anche alcune passioni letterarie, Shakespeare, ad esempio.”

Come ha concepito, nella razionalità della scienza che professa e indaga, una trama tanto impregnata di emozione e sogno?

“La narrazione attinge alla ragione, certo, ma anche alla sfera delle emozioni e la scrittura ti porta là dove mai ti saresti aspettato: così sono nate, ad esempio le due figure di Calibano e Ariel, i ragazzi che fanno gli attori a Manhattan.

Questi due personaggi mi sono spuntati sulla tastiera senza che ne avessi progettato né ruolo né presenza: sono arrivati da molto lontano, da uno dei più remoti ricordi della mia infanzia, quando mio padre mi portò a vedere a teatro ‘La Tempesta’ di Shakespeare, avrò avuto forse sette anni.

 

The Tempest’Shakespeare Theater’s

Ne restai totalmente soggiogato. Così accade con la scrittura di creazione, ti porta via, per strade insospettate.Comunque l’idea del romanzo era nata dalla voglia di condividere la novità del nostro tempo, la scoperta del linguaggio ancorato alla struttura neurobiologica.”

Professore, l’ha cambiata questa esperienza di scrittura?

“Potrei dire con un pizzico di ironia che sono partito cartesiano e sono diventato romantico: nella scrittura ho posto l’elemento razionale sotto traccia nella vena emotiva della narrazione.

La vera protagonista del romanzo è la lingua, e della neurolinguistica è disseminata la narrazione, ma la vicenda e l’intreccio hanno per fortuna avuto il sopravvento.”

 

 

Il romanzo è fitto anche di riferimenti letterari, più o meno evidenti, è un po’ come una ‘caccia al tesoro’, metafora della stessa trama romanzesca?

“Confesso che sono, fin da bambino, un collezionista di frasi interessanti, che mi sono sembrate significative; così nel romanzo ho cucito una buona parte della mia collezione, riconoscibile qualche volta in modo palese, ma più spesso criptata.”

Scienza e invenzione, una nuova possibilità per la letteratura, dopo Umberto Eco e ‘Il nome della rosa’?

“ Mi piace che si parli di Eco a questo proposito: sono stato prima suo studente e poi suo collega, ora ho pubblicato con l’editrice che lui ha creato, però penso che la maggior differenza tra quel romanzo e questo stia nel flusso dell’emozione che travolge il mio protagonista”.

 

 

Analogia e anomalia, la regola e l’eccezione, la lingua umana è fatta di queste due opposizioni ?

“Come dice il mio protagonista: le lingue umane sono oggetti naturali e non convenzioni culturali progettabili a tavolino  in equilibrio tra analogia e anomalia, corrispondono alla struttura del cervello umano che non è una tabula rasa, programmabile a piacere.”