Recensioni a “La straniera” di Claudia Durastanti

“La straniera” di Claudia Durastanti

La straniera non è un diario e nemmeno un romanzo, ma un po’ le due cose insieme, un memoir che inizia con una storia che l’autrice non ha vissuto – l’incontro fra mamma e papà – e che forse per questo è stata assorbita come le favole belle che ci vengono raccontate da bambini. Un uomo sordo e una donna sorda s’incontrano e si sposano: è una storia di magia o un evento più che normale? La risposta sia lasciata agli altri, quel che conta è che è una storia vera – e le storie vere sono proprio così, tra la magia e l’ordinario, e infatti anche quell’amore finisce, ma resta il racconto. Resterà per sempre, quello, se sapremo conservarlo, e, ascoltandolo dall’esterno, ci sembrerà un tutto e avremo ricostruito quell’unità (che non c’è più). Nel corso del libro, Durastanti torna a essere ciò che racconta: bambina da bambina, ragazza da ragazza, donna da donna, e i rimandi a un tempo secondo finiscono il più delle volte in un inciso. La scelta di una narrazione che procede a pezzi – di puzzle più che di mosaico – si rivela indovinata, perché frammenta la storia e consente una lettura accelerata. Il merito maggiore è da ritrovare in quello che il libro non fa. Su tutti, c’è il merito di non assegnare risposte universali: la ricerca produce un’analisi personale e sta al lettore trovare i punti di contatto. Nessun moralismo, poche prediche, pochi ammonimenti – anche i consigli sono allusi e passano attraverso il racconto. Si è evitato, ed è importante, un processo di vittimizzazione e/o glorificazione del disabile e della disabilità. La Durastanti restituisce, attraverso il racconto, dignità alle sconfitte e cerca, con la scrittura, una giustificazione ai propri dolori e un significato alla propria storia.

Giuseppe Del Core