“Casa è dove fa male”: nel ventre di un’umanità atterrita. Recensione e intervista a Massimo Cuomo

Il gusto per il dettaglio che illumina le fratture, i guasti di un’epoca ‘riposante’ e crudele, Massimo Cuomo lo ha più volte espresso nei suoi romanzi, come se il dato minimo – comunemente banale – potesse infrangere le apparenze, minare la superfice di una normalità disarmante. Casa è dove fa male (Edizioni e/o, 2021), rivela già dal titolo un chiaro intento sovvertitore, laddove il luogo degli affetti e dell’appropriazione di sé diviene una gabbia informe, nauseabonda, uno spazio in bilico tra la vita e la morte. Ambientato in condominio di Mestre, il romanzo di Cuomo ha un’anima inquieta, finemente travisata dalla compattezza espressiva, da uno stile che sottende rivoli torbidi, pulsanti di invenzioni. Tra tutte, i topi che infestano – e infine animano – il palazzo di provincia, rappresentandone il cuore, lo scheletro traballante.

Calandosi nel ventre di un’umanità atterrita, l’autore edifica una storia di sangue e ossa, di sudiciume e tormento, senza nascondere il disgusto per queste figure vacue, via via striate di tenerezza indolente – come un bagliore nel buio, distillando il dolore. Diversamente assenti dalla propria vita, i personaggi di Cuomo somigliano a bambole rotte, incastrate in un’esistenza che si consuma ai margini, fuori dal loro controllo o in uno spazio di ‘disinnesco’, dove è la truffa, l’inganno, a garantire un po’ di equilibrio.

Il corpo a corpo con queste vite non lascia nulla di inesplorato, come a mostrare l’orrore che pulsa sotto la superficie, il mistero di un quotidiano fatto di gesti e non detti. La galleria di volti, tanto ordinaria da apparire ‘tipica’, è avvolta da una luce distanziante, quasi a erodere il confine tra il realtà e sogno, in un microcosmo di corrispondenze tracciato a livello planimetrico, dove muri e interstizi celano il senso del dolore. Nessuna famiglia è infelice a modo suo; la ferocia del tempo sgocciola, trapassa il pavimento e marchia il piano inferiore, come una scia di umori urticanti, a ridosso dei detriti della solitudine: «Un pugno che è come una vibrazione sismica e come i gesti potenti e sinceri si propaga sul pianerottolo, allagando gli spazi della famiglia Ruzzene. E nei minuti successivi ogni componente del nucleo familiare, in modi diversi, riceve e scarica quella violenza in reazioni che nessuno sa spiegarsi, se non con la necessità di doverlo fare e basta, per il fatto – che gli uomini hanno dimenticato – di appartenere al medesimo caos, di essere tutti nella stessa confezione di latte nel frigorifero dell’Universo».

C’è un senso di oppressione in queste pagine limpide, l’idea che per narrare il male occorra respirare la polvere, incidere la carne più rispettabile, socialmente irreprensibile. Così il dottor Sbrogio, inquilino del penultimo piano, si fa tagliare a pezzetti da Monia Michelin, la bella paziente per cui ha lasciato moglie e figli, che lo scarnifica mischiando il suo sangue al sugo dell’arrosto, come una vittima sacrificale, un martire della lussuria. È il corpo – e il vizio – uno dei fuochi dell’opera, una presenza imponente, dolorosa e gloriosa, oltraggiata e imputridita. L’erotismo si spinge sino alle forme più estreme (non solo Sbrogio ma anche i coniugi Busetto, con il marito che massaggia il proprio pene con una spazzola elettrica), a confermare un’impresa condotta tra inferno e cielo, in un presente stagnante, eternamente sospeso.

Lo sguardo dell’autore è una sonda impietosa, ogni interno è dissezionato, fotografato, colto nei suoi dettagli dalla voce più inaspettata, quella dell’involucro che circonda quest’Erebo. È la voce narrate l’elemento più originale, il palazzo che osserva, non giudica, racconta per non implodere, come fosse vivo anch’esso: un grande Padre che comprende i suoi figli, pur se laidi e imperfetti.

In quest’ottica, Massimo Cuomo punta in alto, uscendo vittorioso dalla lotta con il testo che pullula di riferimenti eppure ècosa sua propria, un intenso quadro grottesco pescante da Gadda e Viani, dalla poetica del deforme che sovverte il reale e lo svela piano, nudo, intimamente più vero. La dialettica interno-esterno si configura come una lotta tra mondi, uno scontro tra l’abitudine e l’ignoto al di là del concetto di bene, come non esistesse più limite, alcun antidoto alla dannazione. Quest’occhio implacabile, talvolta venato di malinconia, fa del testo di Cuomo un regesto delle mancanze, della catastrofe incombente su un vivere pietrificato.

Al di là del contenuto, è il modo di raccontare ad assumere valore; le parole acquistano un’autonomia, suggeriscono la corporeità del dettato appuntandosi su secrezioni, umori, fluidi, deiezioni. La casa parla, si sgretola sotto il peso dei contatti e degli amplessi, come se ogni azione, ogni ossessione si insinuasse nelle crepe di un sistema definito, nell’ultimo grande ‘mito’ del nostro tempo. Ne deriva un’urticante sfida ai lettori, ammaliati – talvolta disgustati – da un racconto monstre, in grado di cogliere nessi ignoti, discorsi su tutte le forme del desiderio, del vizio, della perversione. Nel buio pesto dell’inesplicabilità del vivere.

Ginevra Amadio

L’intervista

Ginevra Amadio: La casa come sigillo, garanzia di un’esistenza appartata, della ripetizione, della devastazione della perdita. Lo stabile del suo testo è tragicamente vivo: trabocca di pulsioni, ricordi, agisce in campo e di riflesso, come una voce che si propaga nei tubi, che narra il dramma di certe vite. In che modo un luogo abitato diviene il nostro referto? Come ha scelto di farlo parlare, ‘sanguinare’?

Massimo Cuomo

Massimo Cuomo: È stata l’intuizione di un attimo, che però ha cambiato tutto: l’idea che per raccontare la verità e farla percepire come tale al lettore, occorresse uno sguardo paradossale. La maggior parte delle storie più interessanti nascono da un “se” e dal coraggio di metterlo su carta. Quanto volte abbiamo sentito dire “Se questi muri potessero parlare”? Io mi sono semplicemente impadronito di quel “se” e l’ho reso possibilità, affidando la narrazione alla voce del palazzo. È stata una scelta fondamentale per stringere un patto col lettore: accettando di credere che i muri abbiano occhi, orecchie e bocca, crederà all’intera storia, qualsiasi cosa succeda: e se alcune scene paiono incredibili è solo perché nella realtà i muri non parlano, non perché certi fatti tra le mura domestiche non accadano. Così il racconto del condominio diventa una confessione religiosa, un referto medico per davvero. Diventa umana. E dunque, insieme all’umanità, inevitabilmente soffre, sanguina.

La sua scrittura si configura come un’ibridazione tra romanzo e fotografia, un corpo a corpo con le immagini, in cui il racconto dell’oggi procede per flash o istantanee. Alcuni passaggi sembrano fermare la trama, congelano gesti, dettagli, azioni rivelatrici. Così quasi sciascianamente, si realizza un’attendibilità inedita, in grado di cogliere il senso di una vita, la peculiarità di una storia. Che rapporto intrattiene con questa forma d’arte?

Sono un fotografo mentale. La mia memoria lascia andare moltissimi ricordi ma conserva per sempre una quantità di istantanee scattate con lo sguardo puntato su situazioni, soprattutto umane, che mi colpiscono con violenza. Le trattengo per utilizzarle in qualche modo: la letteratura è uno di questi e mi consente di osservarle e farci i conti, forse liberarmene in parte. Così la mia scrittura diventa un collage, un album di fotografie che dispongo una dietro l’altro assecondando una logica istintiva che sento giusta per la narrazione che ho in mente. Non ho un passione specifica per la fotografia ma racconto per immagini e ho sempre scritto così, non posso farci nulla.

Per il condominio di Mestre la memoria è un dato importante, capace di agire sugli inquilini in funzione degli eventi. Il passato di ognuno è abitato da storie guaste, mancanze che paralizzano l’oggi e si trasformano in ossessioni, in domande senza risposta. Tutto, nella sua opera, rivela il peso dei ricordi, e tutto è intrecciato con l’esplosione del non-detto. Che valore attribuisce a tali aspetti?

Credo che l’esistenza di ciascuno di noi sia una somma di scelte. E che solo guardando indietro, ai ricordi, sia possibile visualizzare gli snodi che l’hanno portata dove siamo. Non ci sono vite giuste, non ci sono uomini o donne che non sentano di meritare qualcosa di più o che non abbiano un rimpianto. E c’è sempre qualche relazione in cui abbiamo sbagliato qualcosa, frasi che non avremmo dovuto dire, gesti che non avremmo dovuto compiere. Nei rapporti che si sono guastati abbiamo tre possibilità: affrontarli e tentare di guarirli, se si ha voglia di farli sopravvivere; terminarli; oppure fingere che non sia accaduto nulla, portandoseli addosso feriti, ammalati. A me piace esplorare queste ultime condizioni, certe vite interamente condizionate dalle scelte che non si ha avuto il coraggio di fare. Molta parte della mia scrittura ruota attorno a questi concetti, che sento vicini, importanti e dunque ogni romanzo è l’occasione per un atto di denuncia profondo, sincero. Nelle fondamenta del mio condominio letterario c’è tutto questo.

Ogni personaggio del romanzo ha un ruolo preciso, e uno sviluppo individuale che procede all’indietro, come in un viaggio all’origine della propria condizione. L’intreccio di questi fili svela la complessità dell’opera, la capacità di indagare non la povertà umana del singolo ma il suo valore paradigmatico, in un costante passaggio osmotico tra individualità e ‘mente collettiva’. Si ha l’impressione di assistere a una ciclicità, a un comune destino di nascita e morte, di bassezza e violenza. Qual è la genesi di tale idea?

La genesi di certe idee è sempre la vita, che tento di raccontare per come la vedo. Il percorso a ritroso nel passato dei personaggi è la conferma che cerco di offrire al lettore rispetto all’immagine che gli fornisco di quei personaggi nel presente: è come se, andando indietro nelle azioni precedenti che hanno compiuto, mostrassi il processo di costruzione dell’uomo o della donna che racconto e li rendessi così più credibili, per preparare il lettore allo scatto in avanti, alle azioni successive che compiranno e che sono spesso volutamente eccessive, improbabili. Tutto questo per raccontare l’umanità intera, riassunta in questi sette appartamenti nei sette vizi capitali che rappresentano. Sin dall’inizio avevo questo obiettivo molto preciso: usare il condominio per mettere in scatola, come in una teca di vetro, la specie umana e così poterla vivisezionare sotto gli occhi del lettore. In questo senso anche il confronto con varie specie animali, i ratti in particolare, ha il senso di mostrare nella maniera più precisa possibile i limiti e i difetti che ci appartengono, sebbene continuiamo a ritenerci una razza superiore rispetto a tutte quelle che abitano questo pianeta, questo condominio.

Lo stile nudo, che scarnifica la realtà, sembra opporsi ai pensieri dei personaggi, alle loro giustificazioni interiori, posticce, a volte sboccate. C’è, in questa prosa scabra, condita da pause tristi – pietrificanti – un desiderio di scalfire la superficie, di inserirsi nelle pieghe di un sistema im-perfetto, intimamente squilibrato. Come si può narrare il male?

Semplicemente mostrandolo per quello che è, che può diventare, senza il timore che chi legge possa non accettarlo. La tecnica narrativa è sempre, per me, uno strumento al servizio della verità.

Massimo Cuomo – Casa è dove fa male
Edizioni e/o
Collana: Dal Mondo
Copertina flessibile, 188 pagine