Alessandro Cinquegrani, Pensa il risveglio

“Pensa il risveglio” di Alessandro Cinquegrani: come “un’incisione del Piranesi”, narrato con l’uso dell’immaginario cinematografico

Era il 2012 quando, fresco finalista del Premio Calvino, veniva pubblicato “Cacciatori di frodo” da una piccola casa editrice di Torino che risponde al nome di Miraggi Edizioni. Da quel momento in poi “Cacciatori di frodo” ha raccolto attorno a sé un nutrito gruppo di lettori appassionati e agguerriti che si sono chiesti quando sarebbe uscito il nuovo lavoro di Alessandro Cinquegrani. Lo so perché io sono parte di questo gruppo.

Cinquegrani non ha mai smesso di scrivere, a dirla tutta, ha solo deciso di pubblicare un’altra tipologia di libri: i saggi.

Se guardiamo alla sua bibliografia, la produzione di questo autore trevigiano si è mantenuta molto costante negli anni, dedicando lavori di stampo saggistico al cinema, all’incrocio tra la settima arte e la letteratura e anche a Saba. Ha anche partecipato ad alcune raccolte di racconti ritornando quindi alla narrativa, ma non ha più dato alle stampe un romanzo. Fino a oggi.

Esce in questi giorni, grazie anche alla competenza di Terrarossa edizioni e alla passione del suo direttore editoriale Giovanni Turi, “Pensa il risveglio” e non si può fare a meno di pensare che questo romanzo sia un distillato dell’ultimo decennio della vita professionale di Cinquegrani.

Il libro inizia in medias res proponendoci uno scorcio di distopia che in realtà è principalmente una chiave di lettura per tutto quello che il romanzo ha da offrirci. La scena è claustrofobica, e l’ansia sale a mano a mano che procediamo con la lettura.

Il vecchio architetto Morini ha un incarico importante nelle forze governative, ma ha anche un segreto che quelli come lui, con la posizione che ricoprono, non possono permettersi di avere. Il suo segreto è Hèléne. Attorno a loro c’è una vera e propria insurrezione popolare e la pressione che Morini sente su di sé sembra agguantarlo con sempre maggior forza.

Stacco. Cambio di prospettiva, allarghiamo il campo.

Il narratore è alla ricerca dell’amico Lorenzo. Assieme a Caterina, moglie di Lorenzo, si inerpica sui monti alla ricerca di qualcuno che potrebbe aver visto Lorenzo e che potrebbe avere informazioni di prima mano in grado di facilitare il suo ritrovamento. Da questo in punto in poi la ricerca di Lorenzo si svolge in maniera sempre più tortuosa, aggrovigliandosi su sé stessa. Lorenzo diventa un’ossessione per il narratore che, nel frattempo, sembra sostituirsi quasi completamente all’amico appropriandosi della casa, della moglie e della sua vita professionale. Poco prima di dileguarsi Lorenzo era impegnato a girare un film intitolato “La nostalgia dell’acqua”, un’opera che in qualche modo aveva a che fare con i canoni estetici dell’architetto personale di Adolf Hitler, Albert Speer. A mano a mano che le ricerche proseguono il narratore si rende conto con delusione che Lorenzo ha utilizzato particolari della propria vita e li ha inseriti nella trama del film. È quasi come se Lorenzo non avesse avuto abbastanza forza creativa per dare vita a una storia dal nulla, come se avesse avuto bisogno di alcuni puntelli presi altrove per creare la trama del proprio film.

Il tema del nazismo è uno dei fulcri della narrazione all’interno di “Pensa il risveglio” ed è, come è giusto che sia, un terreno fertile per dare il via a riflessioni che abbiano a che fare con la memoria e l’oblio. Speer, l’uomo che non ha negato, ma che con maestria e carisma è riuscito a scampare una condanna definitiva per le atrocità commesse da Hitler e i suoi sodali, viene contrapposto a Mengele, da tutti considerato il male puro che mai ha rinnegato il suo operato e che fino alla fine dei suoi giorni ha vissuto una vita da braccato continuando a credere di aver fatto la cosa giusta. Questa contrapposizione tra le due figure storiche viene in qualche modo attualizzata nel momento in cui il narratore inizia a pensare a Lorenzo e a quella che è stata la sua esistenza. Ma Lorenzo fugge, non si fa trovare, se non, in qualche modo, alla fine.

Quella che parte a tutti gli effetti come una caccia all’uomo diventa a poco a poco un viaggio di introspezione in cui il narratore deve riuscire a recuperare, nella breccia tra una realtà e l’altra, la propria identità.

Sono molti gli elementi che fanno di “Pensa il risveglio” un libro estremamente interessante.

Alcuni degli elementi iniziali, ad esempio la delusione che il narratore prova nel rendersi conto che Lorenzo ha “saccheggiato” la propria vita per costruire il film, vengono ribaltati in maniera quasi speculare verso la fine del libro quando è lo stesso narratore a chiedersi quali siano i pilastri del proprio immaginario. L’uso dell’immaginario cinematografico, di alcuni elementi di trama che spesso vengono utilizzati con significati ben precisi, ad esempio il terremoto, sono perfettamente utilizzati per la progressione del racconto. Anche l’utilizzo dei cliché, riconosciuti in quanto tali, ha un forte valore espressivo e di significato.

Considero “Pensa il risveglio” un libro complesso, che può essere letto a più livelli con la medesima soddisfazione. La struttura è talmente ben congeniata al punto da ricordare un’incisione del Piranesi, ma, al contrario delle visioni di Piranesi, dopo aver guardato dentro l’abisso il lettore ne esce con la forte impressione che l’equilibrio sia stato ristabilito.
Gianluigi Bodi

L’intervista

[Gianluigi Bodi] 1: La prima cosa che ti vorrei chiedere è quanto il tuo lavoro come saggista abbia influenzato la tua idea di letteratura. Leggendo “Pensa il risveglio” e guardando i saggi pubblicati negli ultimi anni sembra quasi che molti dei concetti che hai espresso nel romanzo siano nati come frutto della tua ricerca universitaria.

[Alessandro Cinquegrani] 2: Quando ho scritto Cacciatori di frodo più di dieci anni fa, avevo l’impressione di dovermi liberare della mia identità di critico per raggiungere la libertà espressiva che cercavo: la scrittura critica è estremamente vincolata, tutto va dimostrato e sostenuto con la bibliografia ecc. Negli anni però le mie peregrinazioni critiche nella letteratura si sono sempre più avvicinate alle mie ossessioni: ho pubblicato due libri su come è stato raccontato il nazismo, per esempio, ci ho ragionato molto prima di scrivere a mia volta un romanzo in cui alcune figure naziste divengono archetipi di diverse forme in cui il male si manifesta.

Parallelamente ho portato avanti un ragionamento sulla narrativa degli ultimi decenni. Il ricorso quasi ossessivo alla non fiction degli ultimi anni mi pare che ci faccia perdere qualcosa del potenziale mitopoietico della narrazione. A me mancano i grandi romanzi e racconti postmoderni, e allo stesso tempo so che non possono tornare tali e quali. Ho provato a mettere in questo romanzo la narrazione forte (inseguimenti, sparizioni, interrogatori, terremoti, apocalissi, stragi) ma mantenendo ferma una forte istanza etica e politica. Nella mia idea una dimensione dovrebbe prendere senso dall’altra e viceversa. Non so se ci sono riuscito, ma è quello che speravo di fare.

Pensa il risveglio” è un libro relativamente breve eppure sei riuscito a inserire al suo interno una serie di temi di eccezionale importanza, penso al rapporto con la memoria, al rapporto con il ricordo del male, a ciò che consideriamo reale; oltre a questo ci sono numerosi cambi di registro. Il primo capitolo vive di vita propria, poi ci sono due note biografiche molto estese dedicate a Mengele e Speer e infine, per quel che riguarda lo stile c’è addirittura un cambio di narrazione dalla prima alla terza persona. Come sei riuscito a gestire tutto questo creando un libro così ben equilibrato? Avevi già in mente la struttura completa del libro o ti si è rivelata a poco a poco?

C’è tanto nel libro, è vero. Ma quando scrivi non puoi nasconderti: puoi nasconderti quando ne parli, quando rispondi alle domande di questa intervista, puoi “scomparire” si direbbe nel libro, ma quando scrivi no. Sei in ballo, non puoi avere pudore. Così hai il coraggio di affrontare i temi cardine che tu hai ricordato, anche perché sono sempre tutti filtrati dalla narrazione, dagli occhi del personaggio. Poi sì, anche dal punto di vista strutturale sperimento un po’, oso: il mio problema, anche come lettore, è la noia, mi piace leggere libri nei quali quando giro pagina non so cosa aspettarmi: mi piacerebbe che Pensa il risveglio fosse quel tipo di libro.

Non so come sono riuscito a gestirlo, soprattutto non so se sono riuscito a gestirlo. Non sono il tipo di autore che si fa mille schemini e mappe per orientarsi, procedo piuttosto per lampi, illuminazioni improvvise, che a volte tengo, a volte butto via. Ovviamente avevo in mente la traccia principale, le svolte più radicali e soprattutto il finale, ma molto è nato scrivendo. Per esempio ho capito che dovevo passare dalla prima alla terza persona a un certo punto solo scrivendo quella parte, oppure ho deciso durante la scrittura di mantenere vivo fino alla fine un filo della storia che sembrava destinato a esaurirsi a tre quarti di libro.

Sono una persona disordinata: hai presente quando si dice che le persone disordinate nel loro disordine trovano tutto? Ecco, a volte, mi sembra che questo romanzo sia così, parti apparentemente strane e sconnesse che però trovano il loro ruolo e il loro senso. Tutto si capisce, tutto trova ragione nel finale (spero).

Mi è sembrato di intravedere qua e là, un sottile richiamo a DeLillo, soprattutto nella costruzione dei dialoghi che, in “Pensa ilrisveglio” a volte hanno un effetto straniante e a volte sembrano accentuare la percezione onirica del testo. Sbaglio a citare DeLillo? Quali autori credi ti abbiano influenzato nella costruzione della tua “voce” di narratore?

Per uno che per lavoro si occupa di letteratura da sempre, è difficile distillare i riferimenti che riutilizza, anche le singole frasi che gli restano nella penna. DeLillo è il maestro dei dialoghi (non solo, ma soprattutto). Nei miei corsi di scrittura creativa ragiono molto coi ragazzi su come sono costruiti i suoi dialoghi e mi sorprendo sempre della sua grande maestria. Se riuscissi ad arrivare a un millesimo di quella maestria ne sarei felice.

Fare altri nomi è complicato, anche nel romanzo cito più o meno esplicitamente alcuni autori, dal Saba da cui ricavo il titolo (dal testo Neve), al Sebald da cui riprendo alcune righe nei primi capitoli, a Bolano da cui rubo un paio di nomi e qualcosa in più. Provo però a fare due altri riferimenti.

Nel mio immaginario letterario ci sono due libri che amo che sono in qualche modo agli antipodi: uno è Espiazione di McEwan e l’altro La trilogia di New York (in particolare La stanza chiusa) di Paul Auster. Sono agli antipodi perché uno è tutto sentimento e passione, amore e guerra, sorellanza e disperazione; l’altro è tutto razionalità, un ragionamento sul rapporto tra autore e personaggio travestito da giallo. Hanno però una cosa in comune: sollecitano continuamente il lettore a riscrivere nella propria mente la storia mentre la leggono. Ecco, è da molto tempo che mi chiedo: sarebbe possibile far convergere Espiazione e La stanza chiusa in un solo libro? Ovviamente non ci sono riuscito con Pensa il risveglio, non ho la superbia di confrontarmi con questi due giganti, però se mi chiedi cosa avevo davanti agli occhi mentre scrivevo direi questo.

La struttura del libro mi è sembrata molto solida. C’è una continua escalation fino al capitolo 5 “Questa non è una vacanza”, un capitolo che rasenta la perfezione e che all’inizio sembra mettere la parola fine alle ricerche ossessive del narratore, ma poi, all’improvviso spalanca le porte verso un abisso vorticoso che ci accompagnerà fino alla fine. Mi chiedo quanto tu abbia tenuto in considerazione la struttura di “Pensa il risveglio” considerando che il ritmo dell’intero libro sembra scandito con un metronomo.

Sono ossessionato dal ritmo, lo sono sempre stato. Sia a livello micro (le singole parole) che macro (la struttura della trama). A volte nel lavoro di editing sul testo con Giovanni Turi avevamo delle simpatiche discussioni su alcuni passaggi, in cui lui mi diceva che nel determinato punto sarebbe stato meglio usare un’altra parola al posto di quella che io avevo inserito, e lui aveva certamente ragione (Giovanni è bravissimo: ha sempre ragione!), ma – rispondevo io – quella frase è un endecasillabo regolare, senti come suona, non lo cambierò per niente al mondo! Ero disposto a sacrificare in parte il significato per salvaguardare il ritmo.

Al livello macroscopico succede la stessa cosa. Il romanzo ha una struttura certamente particolare e varia, ma nel fondo ha una divisione in tre atti, con i colpi di scena posti dove ci insegnano che devono stare, con i picchi emotivi in determinati punti. Deve suonare, crescere e calare. In qualche punto mentre scrivevo era come dicessi al lettore “respira, adesso respira, va tutto bene”, quando il ritmo calava. Ecco ho sempre avuto davanti agli occhi il lettore, è con lui che ho provato certe emozioni, ho seguito un certo ritmo. Il mio libro non esiste senza lettore. Non è una bella storia, un racconto ben fatto, non è uno sfogo personale, non è una confessione realistica: è un’esperienza di conoscenza da fare insieme al lettore. Se mai ci sarà un lettore che avrà voglia di farla con me, gliene sarò grato.

Qual è il tuo rapporto con i cliché, siano essi letterari o cinematografici? A me è sembrato che tu li abbia usati in modo originale, abbracciando il loro essere, appunto, cliché, ma sfruttandoli in quanto tali come espediente narrativo per raccontare la tua storia.

Qualche anno fa ho scritto un altro frammento di romanzo mai pubblicato e ho chiesto a Mauro Covacich di leggerlo (considero Mauro Covacich non solo uno degli scrittori italiani più importanti ma anche uno dei più consapevoli, e quindi ho approfittato della sua amicizia e della sua disponibilità). Lui l’ha più o meno stroncato, soprattutto perché secondo lui c’erano troppe coincidenze. Da allora ho cominciato a ragionare su – per usare una famosa formula di Giacomo Debenedetti – personaggi e destino, dove il destino dei personaggi era ovviamente la mano dell’autore. Più l’autore è ingombrante più i personaggi hanno un destino segnato e più la loro libertà si riduce in cliché. Nella mia storia questa tensione esplode, non esattamente perché ci siano un autore e un personaggio, ma c’è un’altra forma di tensione che ci assomiglia che mette in sospetto il protagonista che comincia a vedere la realtà che lo circonda in un’ottica diversa, a vedere delle crepe, dei margini di non senso.

Come spiego spesso nei miei corsi universitari, questo non è un discorso freddamente metaletterario, ma la tensione tra autore e personaggio è la stessa che vive l’uomo ogni giorno: a chi non capita ogni tanto di stupirsi delle coincidenze della vita? O di chiedersi se abbia davvero senso una determinata cosa successa quasi incredibile? Il discorso sulla letteratura è un discorso sull’identità dell’uomo. Ho tentato di dire delle cose senza dirle, ma ricorrendo a strutture strettamente letterarie. Sta a voi dire se ci sono riuscito.

Nella nota finale al testo scrivi che questo libro è nato dalla frase “Ho sempre sentito il bisogno di scomparire”. È un tema che ritorna spesso nel libro, com’è nata questa idea? Credi possa essere considerato questo il tema portante dell’intero libro?

Da qualche anno, grazie all’influenza di un amico (Beniamino Mirisola, che è un importante studioso di questi temi), mi sono avvicinato alla psicoanalisi junghiana e in particolare alla teoria dei tipi psicologici anche nelle sue applicazioni più concrete. Sulla carta mi lasciava un po’ perplesso però poi ho cominciato a capirla meglio. Ho fatto un po’ per gioco il celebre test Myers-Briggs dal quale è risultato che appartengo al tipo Intuitivo Introverso, con percentuali altissime, quasi incredibili. Jung sostiene che il tipo Intuitivo Introverso è “il più inutile di tutti gli uomini”, proprio perché tende a perdere totalmente il contatto con la realtà. L’evanescenza della realtà è sempre in agguato: le cose mi sembrano non quelle che sono ma come io le introietto (introverso) e le vedo non in quanto tali ma per ciò che nascondono (intuitivo). Il più celebre intuitivo introverso – Nietzsche – giunse alla follia. La tentazione o l’ambizione di scomparire per me deriva da questo.

L’unico antidoto contro questo è fare attenzione a stare dentro la realtà, cioè dentro il flusso del tempo, che è l’altro grande tema del romanzo, l’altro polo della teoria che c’è sotto. Nella mia vita devo stare dentro il flusso del tempo soprattutto da quando sono diventato padre (ho 4 figli) e la vita pratica – gli orari, le uscite, i compiti, i trasporti – è diventata invasiva e prioritaria. Essere padre significa per me dover abbandonare la tentazione di scomparire e rientrare dentro il flusso del tempo. Oltre che tornare ad assumermi la responsabilità del mondo in cui viviamo, del mondo che lasceremo ai nostri figli. “Pensa il risveglio” parla di questo. In fondo è un libro sulla paternità.

Alessandro Cinquegrani, Pensa il risveglio
Editore: TerraRossa
Copertina flessibile: 236 pagine
  1. Gianluigi Bodi è nato a Jesolo nel 1975. Ha frequentato l’Università Ca’Foscari di Venezia laureandosi in Lingue e Letterature straniere. Dal 2013 gestisce un blog chiamato Senzaudio in cui raccoglie interviste e recensioni a libri pubblicati dalla piccola e media editoria. Numerosi suoi racconti sono comparsi su riviste online e cartacee come Crack, Cadillac, Il primo amore, Narrandom e altre. Nel 2016 ha curato la raccolta di racconti “Teorie e tecniche di indipendenza” pubblicato dall’editore Verbavolant, e nel 2021 ha curato la raccolta di racconti “Hotel Lagoverde” per l’editore LiberAria.
  2. Alessandro Cinquegrani è professore associato di letteratura comparata all’Università Ca’ Foscari di Venezia. Ha pubblicato diversi volumi di critica letteraria. Nel 2012 ha pubblicato il suo primo romanzo, Cacciatori di frodo (Miraggi 2012), finalista al Premio Calvino e candidato al Premio Strega, da cui è stato tratto lo spettacolo teatrale omonimo (regia di Giuseppe Emiliani, protagonista Stefano Scandaletti), e che sarà pubblicato in francese nei prossimi mesi. Collabora con importanti riviste di critica letteraria e cinematografica. Ha scritto la drammaturgia Medea per il Teatro Bresci, selezionata nel CircuitoOff del Teatro Stabile del Veneto. Pensa il risveglio (Terrarossa, 2021) è il suo secondo romanzo.