Dentro una scatola e fuori nel mondo. Recensione e intervista ad Alessandro Busi

Dentro una scatola e fuori nel mondo. Recensione e intervista ad Alessandro Busi

Fa sempre molto piacere assistere a un esordio, ma il piacere è molto più grande quando l’esordio riesce a lasciare la sensazione di aver letto qualcosa di slegato dai soliti cliché e dalle correnti che molto spesso vengono seguite pedissequamente.

Alessandro Busi e un giovane scrittore padovano che con “Fino all’inizio” edito da Pièdimosca edizioni si affaccia nel mondo della letteratura con un passo sicuro.

La trama di “Fino all’inizio” ruota attorno alla figura del personaggio principale. Luca è un ragazzo che sembra essersi impegnato anima e corpo a fare terra bruciata attorno a sé, sabotando, quando ha potuto, tutte le relazioni che l’hanno visto protagonista. Tra tutte quella con l’ex fidanzata Arianna, portata all’esasperazione. Luca agisce in un’Italia e in un’Europa sotto la minaccia del terrorismo. Le esplosioni si susseguono senza soluzione di continuità e colpiscono ogni tipologia di città, dalle metropoli come Londra e Parigi, passando per Venezia e Barcellona per arrivare ai piccoli paesini di pochi abitanti. Il messaggio è chiaro: nessun luogo è sicuro, nessuno di noi è al sicuro.

Luca fa di questo messaggio un mantra, lo interiorizza e vive nella costante paura di essere coinvolto in un’esplosione suicida e viene da chiedersi: come mai una persona che fa di tutto per distruggere qualsiasi legame sociale ha paura di svanire per sempre?

Sta in questa domanda, che nasce da una contraddizione interna al personaggio, uno dei nuclei pulsanti del romanzo di Busi.

I suoi genitori decidono di trasferirsi in Australia recidendo forse l’ultimo legame che Luca mantiene con la realtà e facendo in modo che il figlio nutra nei loro confronti un forte sentimento che assomiglia all’odio.

La mia ragazza fu la prima a dirmi Luca, ti vorrò sempre bene, ma non possiamo più stare assieme. Parole simili le usarono anche i miei genitori, prima di farmi un ingente bonifico e trasferirsi in Australia. Sei sicuro che non vuoi venire con noi? No, mamma, nemmeno voi lo volete. Al lavoro – ero magazziniere in una grande libreria di catena – fu sufficiente non presentarmi una mattina, poi un’altra e un’altra ancora, poi respingere un paio di chiamate, e nessuno si fece più sentire. Stessa sorte toccò agli amici, spazzati via grazie ai miei silenzi telefonici, alle improvvisate a casa che ignoravo spegnendo anche le luci, e alla chiusura di tutti miei profili social. Twitter lo riaprii con un nuovo nickname – @luomochecade – ma lo avrei usato solo per seguire le agenzie stampa. “

Quello che però Busi ci mostra fin da subito è come molto spesso ci siano degli imperativi che contribuiscono a smuovere e influenzare le persone. “Non essere triste. Non devi aver timore. Devi essere felice. Devi fare ciò che vuoi nella vita” sono imperativi che pur cercando di veicolare un messaggio positivo mettono chi li riceve in una posizione difficile da sostenere. L’astio che Luca prova nasce da una sensazione di abbandono procurata proprio da chi, questi dettami, glieli ha sottoposti fin dalla tenera età; quando la pressione generata da questo sentimento si fa insopportabili il ragazzo decide di prendere un aereo e costruirsi una nuova vita negli Stati Uniti.

Durante il viaggio, Luca fa la conoscenza di Marta. Una ragazza che ha subito una menomazione proprio a causa di uno di quegli attentati che Luca tanto teme e da cui ormai è consapevolmente ossessionato.

«Posso farti una domanda?»
«Certo.»
«Hai per caso in programma di farti esplodere?»
Il silenzio è rintoccato dal rimbombo di quelli che sembrano centinaia di passi.
«No. Tu?»

Tra i due si instaura un rapporto che sembra trarre forza dalle loro differenze, un rapporto che li avvicina fino all’imprevedibile epilogo.

In “Fino all’inizio” ci sono molti spunti di riflessione. Busi attua un rovesciamento di prospettiva, ci mostra un punto di vista diverso su quello che è diventata, nel corso degli anni, una tragedia. Siamo sempre più assuefatti dagli eventi che hanno a che fare con gli sbarchi di immigrati. Considerando dove si poggia il nostro baricentro per noi è “normale” che un essere umano scappi da un paese in guerra per cercare riparo e fortuna in Italia. Busi stravolge questa normalità mostrandoci qualcuno che è costretto a lasciare l’Europa perché essa è l’epicentro del terrore. Europa non è più un punto di arrivo, ma una partenza verso lidi più accoglienti e sicuri.

Sullo stesso piano di questo rovesciamento di prospettiva l’altro punto molto interessante è legato proprio alla minaccia. Alessandro Busi mostra i meccanismi con cui la minaccia si aggrappa al nostro cervello, meccanismi che, anche senza scomodare gli scenari di questo romanzo che possiamo definire distopico, ricordano molto l’ascesa che il Covid-19 ha avuto nelle nostre vite. Quella incapacità di controllare ciò che ci circonda, la sensazione di avere a che fare con una presenza invisibili in grado di influenzare irrimediabilmente le nostre vite in pochissimo tempo.

L’orrore dell’attentato alle Torri Gemelle, la tragedia del Bataclan, hanno prodotto un’onda che è andata ben al di là del fatto di sangue, un’onda che si è propagata e che ha mostrato quanto fosse facile trovarsi in pericolo.

Luca, dunque, è un personaggio vulnerabile, un ragazzo che ha paura di essere ferito e deluso e che, a sua volta, ha il terrore di deludere e ferire e proprio per questo attua un meccanismo di autodifesa che tiene lontano tutte le persone. Ma è impossibile allontanare da sé qualcosa su cui non abbiamo la minima possibilità di controllo.

Perché mi avevano fatto una cosa simile? Perché mi avevano costretto a scoprire quanto fossi piccolo nel mondo? “

Gianluigi Bodi

L’Intervista

[Gianluigi Bodi]: C’è un particolare su cui ruota una gran parte del libro. Sei riuscito a guardare al problema della fuga dalla minaccia da un punto di vista diverso e personale. Siamo abituati a considerare l’Europa come un punto d’approdo sicuro, mentre nel caso di “Fino all’inizio” l’Europa è pervasa da una minaccia crescente. Quando hai affrontato questa tematica ti aspettavi di generare una riflessione in particolare oppure volevi mostrare quanto, molto spesso, per comprendere sia necessario un cambiamento di prospettive?

Alessandro Busi – Foto di Serena Pea

[Alessandro Busi]: Rispetto alla questione della fuga, due letture mi sono state molto utili durante la stesura e le revisioni: Una questione privata di Beppe Fenoglio e Erano solo ragazzi in cammino di Dave Eggers. Non c’entrano nulla l’una con l’altra, se non per un particolare: in entrambi ci sono contesti estremi che non annullano i vissuti intimi dei personaggi. I bambini di Eggers non smettono di fare i capricci perché diventano migranti, Milton non smette di essere geloso perché è in guerra. In Fino all’inizio, il mio tentativo è stato quello di raccontare la fuga da questa Europa fustigata dagli attentati come un’esperienza intima, non solo in senso metaforico, ma anche pratico, come un’esperienza nella quale le paure, i desideri, i sorrisi di troppo, i ricordi diventano parte attiva del fare perché sono gli elementi che costruiscono le vite di chi fugge, quindi danno senso alle scelte che i personaggi fanno ed evitano. A me interessava stare lì, dentro i loro sguardi.
Per quanto riguarda l’Europa, mi è venuto naturale considerarla un posto sicuro, ma con un forte potenziale di rischio, sicuro ma non pacificato. Se ci pensi, la guerra nei Balcani è di pochi anni fa ed era qui a una manciata di chilometri. Oggi, con le tensioni Ucraina-Russia, siamo di nuovo con una possibile guerra dentro l’Europa. La fuga di Luca, però, non è solo legata a questa lettura e al fatto che il romanzo inizi con una serie di attentati nelle capitali europee, ma anche al fatto che fuggire è un verbo che richiede un da e un verso. L’Europa rappresenta il mondo da cui proviene, quindi, per come vede lui le cose, la possibilità di ricostruirsi richiede almeno un oceano di distanza da quel mondo, perciò andare verso l’America: nei suoi termini, la terra in cui le cose si possono fare, in cui, magari andrà incontro allo schianto, ma almeno immagina di poter provare.

Luca è un personaggio davvero molto complesso e interessante. C’è in lui un’incoerenza di fondo. Si sente tradito dai genitori, li odia per aver deciso di seguire i loro desideri, è un odio che nasce dall’egoismo di Luca. Mi piacerebbe che ci raccontassi il lavoro che ha portato alla nascita di Luca. Quali aspetti hai tenuto in considerazione per modellare la sua personalità.

Fino all’inizio nasce da Luca.
L’idea iniziale era quella di un racconto: un gruppo di persone tentano di emigrare e sono chiuse dentro un luogo angusto. Qui nasce l’idea di raccontare una situazione estrema con uno sguardo che si rivolge all’introspezione dei personaggi. Mentre scrivevo, una di queste persone si è presa più spazio perché portava un dilemma ai suoi occhi irrisolvibile, quello fra tutelare sè stesso e stare in relazione.
Luca è sbucato così. Ho buttato via la vecchia trama e ho iniziato a costruire il suo modo di vedere. Non so, infatti, se parlerei di egoismo, per quanto capisco che i suoi comportamenti possano essere letti in questo modo. Il nodo, per me, è sempre mettermi nei suoi occhi: perché Luca si sente schiacciato dentro le relazioni e al contempo le anela, desidera la solitudine e ne è terrorizzato? Perché è così importante costruire relazioni di dipendenza più che relazioni in cui comprende l’altro? E tutto questo, che implicazioni genera nella sua vita? Per me, queste sono domande che aprono alla narrazione. La storia di Luca potremmo raccontarla come quella di un uomo cresciuto dentro una serie di affettuosi imperativi paradossali: Figlio mio, devi essere libero. Oppure: devi seguire i tuoi desideri; devi essere te stesso. E via dicendo. È così che Luca inizia a sentire che nei legami, qualunque scelta non può che portare alla delusione. Il punto, per Luca, quindi non è se, ma chi: deludere me stesso o gli altri? Lui tenta di salvarsi da questo dilemma, in cui perde sempre, in tre modi: provando a costringere gli altri a scegliere per lui, restando immobile (dicendosi immobile) e, quando questa immobilità diventa insopportabile, usando le situazioni estreme del mondo – gli attentati, appunto – come espedienti per convincersi che sta facendo scelte obbligate.
Devo dire che, una volta entrato in questo suo modo di ragionare, poi la sua voce è diventata così forte che è come se mi avesse tirato dentro gli eventi, dentro quella che poi sarebbe stata la trama di Fino all’inizio.

Un altro aspetto che secondo me spicca all’interno del tuo romanzo è il rapporto tra personaggi e minaccia. Nel caso di “Fino all’inizio” la minaccia è data da un’esplosione imprevedibile che può avvenire in qualsiasi momento e in qualsiasi luogo. Lo rendi ben chiaro spiegando che alcuni degli attentati sono avvenuti in piccoli paesi di scarso interesse. Forse perché il nostro panorama, negli ultimi due anni, è cambiato, ma ho percepito un parallelismo tra la minaccia degli attentati e il contagio da Covid-19. 

Pensa. Conobbi Pièdimosca nel 2018 quando pubblicai un racconto sul numero 1 della loro rivista Settepagine. Quel racconto era ambientato in un mondo nel quale sono vietati gli abbracci, perché provocano ustioni. Anche questo potrebbe avere a che fare con quello che viviamo oggi e a suo modo con la minaccia.
Il romanzo nasce nel 2017. Per 4 anni poi ci ho lavorato di revisione e riscrittura, ho aggiunto, tolto, tagliato, rimescolato… ma la sensazione di fondo c’era.
Quello che penso, quindi, è che il covid non abbia creato una visione, se mai l’ha estremizzata (l’altro non è oggi minaccioso perché potrebbe farsi esplodere, è minaccioso perché respira). Il sospetto ora ha assunto questa forma. Quando la pandemia finirà, assumerà nuove forme. Si potrebbe dire che è stato l’11 settembre a creare questo clima e di certo ha avuto un ruolo – non è un caso che Luca ne sia ossessionato – ma nuovamente, credo che noi abbiamo vissuto anche quel momento con gli strumenti che avevamo. Diciamo così, eravamo pronti a sdoganare il sospetto in modo massiccio, l’11 settembre prima, la pandemia ora, ce lo hanno permesso, ma avremmo trovato altre strade. Sia chiaro, non voglio dire che non dovremmo farlo. La costruzione di categorie, la distinzione di ingroup e outgroup sono cose che ci vengono automatiche, ci servono per dare ordine alle cose. Non credo nei divieti delle emozioni (es. Non devi avere paura di quella cosa), quindi credo sia importante conoscere gli occhiali interpretativi che stiamo indossando, per continuare a problematizzarli: a cosa mi serve sospettare? Che storia ha il mio sospetto? Come mi fa sentire? Cosa cambierebbe se…? E via dicendo.
Queste e altre sono le domande che mi sono fatto per costruire Luca – lo sguardo è sempre il suo, nel romanzo – e il mondo che abita.
Perciò, no, non credo proprio tu sia fuori strada, anzi. Nell’ucronia di Fino all’inizio si può di certo dire che gli attentati sono rapportabili al Covid, in termini di vissuto. Per questo è un’ucronia, perché è un presente che nasce da un piccolo scarto diverso, ma si muove su presupposti presi da quella che chiamiamo realtà condivisa.

Torniamo ai personaggi. Marta è una figura che fa da contraltare a Luca. Ha subito una menomazione, quindi un danno reale e tangibile che si scontra con gli ostacoli che Luca produce partendo dalle proprie ossessioni; la sua fuga verso gli Stati Uniti è necessaria per autodeterminarsi, mentre in Luca sembra quasi che sia l’ultima spiaggia, come se sia una scelta a cui lui non riesce a sottrarsi. Al di là di questo, il rapporto tra i due nasce perché i due si abbandonano all’incertezza e su questa poi costruiscono una fiducia che rimane precaria. Quello che sembra raccontare “Fino all’inizio” è che nelle difficoltà siamo pronti ad avvicinarci l’un l’altra, ma ciò che avviene dopo questo avvicinamento è imprevedibile. Sbaglio?

Per capire il loro legame non possiamo prescindere da quello che dici: lei può dirsi di scegliere, lui si deve dire non posso sottrarmi. Questa differenza e la situazione estrema, di nuovo, permettono la relazione, che è una relazione precaria. Se ci pensi: come potrebbe essere altrimenti? Non si conoscono, non si vedono. Si raccontano, certo, ma non dimentichiamo l’humus personale e di contesto in cui questa storia si genera.
Luca non può credere del tutto a Marta, non sarebbe credibile. Gli rimane sempre il dubbio di chi sia quella persona, cosa sia, addirittura. Possiamo supporre che anche Marta viva dubbi simili, ma noi abbiamo solo lo sguardo di Luca, che non è di certo un fenomeno nel mettersi nei panni delle persone che ha più vicine. Quello che riescono a fare, però, è darsi la possibilità di entrare in relazione.
Senza andare a richiamare situazioni estreme, è come succede talvolta con le amicizie da vacanza, dove persone che si vedono per pochi giorni, si raccontano le cose più intime. Perché proprio loro due? Per caso, certo, ma anche per qualche forma di sintonia non detta. Perché proprio lì? Perché sono situazioni circoscritte, in cui ci sentiamo di sperimentare panni che normalmente non indosseremmo. Talvolta quei panni li lasciamo nella memoria di quella vacanza, talvolta ce ne portiamo qualcuno a casa e lo sperimentiamo anche nella vita di tutti i giorni, e così diamo inizio a piccoli e grandi processi di cambiamento.
Questo è quello che vivono, con tinte ben più ansiogene e minacciose, Luca e Marta: un legame possibile grazie alla loro connessione e al contesto, che permette esperimenti diversi. Non rivoluzioni, sia chiaro – Luca non ha proprio il piglio del rivoluzionario -, ma piccoli esperimenti che generano altri esperimenti. È per questo, penso ora, che Luca si è preso lo spazio del romanzo e non del racconto, perché, pur nel suo terrore, comunque va verso un arco narrativo che ha a che fare con il cambiamento.

Alessandro Busi – Fino all’inizio
Pièdimosca edizioni
Collana Ossa
304 pagine; 14,8×20
ISBN 9791280289100

Alessandro Busi è psicologo e psicoterapeuta, vive a Padova. Ha pubblicato racconti su varie riviste, fra cui Grafemi, Tuffi, Tre Racconti, inutile, Altri Animali, Risme, Split, Clean, Fillide, I Libri Degli Altri, Atomi, Il rifugio dell’ircocervo.

Immagine in evidenza: foto di Norbert Kundrak da Pexels