"Resta con me, sorella" di Emanuela Canepa: le infinite prigioni di una donna

“Resta con me, sorella” di Emanuela Canepa: le infinite prigioni di una donna

Per un lettore ci sono poche cose che danno più soddisfazione del seguire il percorso di crescita di una scrittrice. “Resta con me, sorella” è il terzo romanzo di Emanuela Canepa che ha iniziato la propria carriera di romanziera con “L’animale femmina” vincitore del Premio Calvino nel 2018 al quale è poi seguito nel 2020 “Insegnami la tempesta”. Tutti e tre i romanzi sono stati pubblicati da Einaudi Stile Libero. E anche se era già facile scorgere il talento della scrittrice romana, ma padovana di adozione, fin dalle prime pagine del suo primo lavoro mi sembra di poter dire che il suo ultimo lavoro è il chiaro segnale di una parabola ascendente che non è mai né scontata né comune.

L’impressione che si ha, leggendo l’opera completa di questa scrittrice, è che con “Resta con me, sorella” la confidenza nei confronti della materia narrativa sia giunta a un livello tale di maturità da spiccare tra le pagine e che la voce di Emanuela Canepa sia ormai ferma e riconoscibile. Ciò è frutto di un lavoro costante che non solo deve avere avuto a che fare con un dialogo costante con il testo scritto ma, suppongo, con lo spostamento di un’ipotetica “asticella” a livelli sempre più alti.

La storia raccontata in “Resta con me, sorella” è quella di Anita. Anita perde la madre quando è ancora molto giovane. Il padre si risposa e porta in casa, oltre alla nuova moglie, anche Biagio e Luisa, rispettivamente fratellastro e sorellastra di Anita. Quando anche il padre muore, portato via dalla “Spagnola” Anita si trova nella scomoda posizione di dover provvedere alla famiglia, soprattutto alla sorella Luisa che ama di un amore puro. Grazie alla buona reputazione del padre sia lei che Biagio trovano lavoro presso un giornale.

Gli anni sono quelli appena successivi alla fine della Prima guerra mondiale. Le persone, che durante il conflitto remavano tutte nella stessa direzione e sognavano tutte la stessa conclusione, ora si trovano con il lusso di poter scegliere il proprio destino e ciò le mette una contro l’altra. Anita però ha altri pensieri. Biagio non è la rettitudine fatta persona e una sera compie un furto nel giornale in cui lavora. Anita a questo punto fa una scelta consapevole. Chi dei due può provvedere meglio a Luisa? Biagio che, nonostante le idee balzane, è pur sempre un uomo. Oppure Anita che, nonostante l’abnegazione e l’intelligenza non può togliersi il difetto di essere nata donna. Anita si accusa del furto e viene tradotta nel carcere della Giudecca a Venezia.

Giacomo Guardi, Le Convertite, inizio XIX secolo, Venezia, Museo Correr

Buona parte del romanzo si svolge dentro le mura del carcere. In questo luogo che è, se vogliamo, una prigione all’interno della prigione che sa essere Venezia, Anita si trova isolata dalle altre detenute a causa dell’apprezzamento che alcune delle suore che gestiscono il carcere nutrono per lei. Questo distanziamento coatto ha la forza di avvicinarla a un’altra figura femminile che rimane defilata, quella di Noemi. Le due donne legano, quando possono si parlano, nasce una relazione di forte amicizia e poi, nascono progetti per un futuro al di là del carcere.

La prima a uscire è Anita che, grazie all’interesse di una benefattrice di nome Clelia trova lavoro come donna di casa proprio a casa della stessa benefattrice. Da qui in poi lascio da parte la trama per non svelare troppo.

Il romanzo sembra essere costruito in tre atti. Il primo è appunto quello del carcere, il secondo percorre la vita di Anita al servizio dei Berlendis e il terzo e conclusivo invece racconta la presa di coscienza e, se vogliamo, una certa emancipazione della protagonista principale.

Ciò che colpisce a più riprese, fin dal prologo iniziale, è che ogni persona che incontra Anita sembra avere un’idea precisa di ciò che debba fare Anita e di come debba vivere la sua vita. La matrigna la vede come una martire, il fidanzato la vede come un oggetto utile al conseguimento di un fine, ma la cosa che più risalta è che anche le persone che dicono di volerle bene le cuciono addosso un abito che non può che starle male. La stessa Clelia che l’ha voluta in casa con sé ha dei piani su di lei. Noemi stessa, dalle mura del carcere, forza la mano per farle immaginare un futuro di cui Anita non è certa. Nessuno le chiede mai cosa desidera. E’ questa forse la disperazione più grande, la privazione assoluta: il diritto ad avere dei sogni, a cercarsi un percorso in piena autonomia. Anita non ha la possibilità di sbagliare.

Questo tipo di comportamento, se può essere previsto nel comportamento del fidanzato, diventa invece sorpresa se messo in grembo a quelle che dovrebbero essere le sodali o, meglio, le sorelle. E qui il ragionamento si sposta a un livello più generale che coinvolge il libro in quanto elemento che lo fa scaturire, ma che va ben oltre. Quali battaglie si possono vincere se anche chi dovrebbe combattere al tuo fianco è ormai pervaso dalla forma mentis del bersaglio da sconfiggere?

Per Anita il messaggio è chiaro fin da subito. Il carcere le ha lasciato una cicatrice che la rende imperfetta. Non può avere pretese, non può scegliere con chi accompagnarsi, non può scegliere un lavoro che la appaga. Deve accontentarsi perché è merce avariata e dunque il primo che capita le deve andare bene.

È il marito di Clelia probabilmente il personaggio che la vede davvero. Giacomo sembra essere un’emanazione del padre defunto, è l’unico che sembra mettere sul piatto un sincero affetto per Anita e che, anche se con discrezione, veglia su di lei. È l’unico che, a un certo punto le chiede davvero cosa voglia fare incarnando un senso di protezione caldo e avvolgente che ad Anita mancava.

Il romanzo si sviluppa quindi lungo l’asse di un contrasto continuo tra ciò che Anita desidera e ciò che le viene imposto. Anche la religione cala dall’alto. Anita è costretta a mostrare una devozione che non le appartiene sia in carcere che, poi, in casa dei Berlendis. La sua è una finzione che le permette di ottenere dei vantaggi, ma che in qualche modo la fa sentire sporca. Ha mentito quando si è incolpata del furto e non vuole costruire il resto della propria vita su ulteriori menzogne.

“Resta con me, sorella” è un romanzo in grado di fornire molteplici spunti di riflessione. Oltre a quello che potremmo considerare il libero arbitrio della protagonista, il romanzo ci porta in un ambiente storico che fotografa molto bene il post Prima guerra mondiale e che, se vogliamo, ci mostra in quale modo siano nate le tensioni che poi, durante la Seconda guerra mondiale hanno dato vita a cruente lotte fratricide. Le zuffe e le risse di cui ogni tanto si ha notizia nel romanzo sono, in un certo senso, altri modi in cui viene manifestato il libero arbitrio. Nel momento della ricostruzione di un paese ognuno aveva chiaro quale strada prendere e le mezze misure non erano contemplate.

È appunto l’aspetto storico di questo romanzo l’elemento che più lo distingue dai due precedenti lavori di Emanuela Canepa. “Resta con me, sorella” è a tutti gli effetti un romanzo storico. Il lavoro di documentazione necessario a ricreare ambienti e atmosfera deve essere stato minuzioso perché fin da subito sembra di essere trasportati indietro di un secolo. Oltre a questo, un altro elemento mi ha fatto godere di questo romanzo con estremo piacere. Le voci dei protagonisti sono sempre credibili. Mi è capitato, in passato, di leggere altre opere, opere che hanno avuto anche un successo commerciale importante, nei quali i personaggi sembravano essere appena usciti da un bar sotto casa. Come lettore questo è un aspetto che considero molto importante, in un romanzo storico mi aspetto che i personaggi non solo agiscano come ci si aspetterebbe da chi ha vissuto centinaia di anni prima, ma che anche il loro linguaggio, il tono, la confidenza che si danno e non si danno, siano congrue con il periodo storico che vanno a raffigurare. Altrimenti tutta l’opera rischia di suonare falsa.

Emanuela Canepa non corre però questo rischio perché “Resta con me, sorella” è un romanzo di pregevole fattura in cui trama, dialoghi, contenuti e voce sono armonizzati tra loro in maniera eccellente.
Gianluigi Bodi

Emanuela Canepa

L’intervista

[Gianluigi Bodi]: Come si è svolto il lavoro di ricerca che sembra essere stato indispensabile nella creazione di questo romanzo, anche per quel che riguarda la particolare autenticità che hai dato ai dialoghi? Perché hai scelto quel particolare periodo storico per raccontare la storia di Anita?

[Emanuela Canepa]: Per i dialoghi, in particolare, mi è sembrato che la strategia migliore – oltre che la più appagante in termini di puro godimento estetico – fosse leggere e rileggere la narrativa tra il primo e il terzo decennio del Novecento, scritture soprattutto femminili, che oggi sono spesso dimenticate, malgrado all’epoca fossero tutte anche di grande successo commerciale: Grazia Deledda, Alba De Cèspedes, Fausta Cialente, Anna Banti, Paola Masino, Elena Canino, Irene Brin. Ma non sono mancati anche gli sguardi maschili, senza i quali la panoramica non sarebbe stata completa: il primo Moravia de Gli indifferenti, per esempio. E anche molta letteratura legata al I conflitto mondiale, perché se è vero che il romanzo si apre subito dopo la guerra, è vero anche che molti personaggi l’hanno vissuta in prima persona e sono ancora condizionati da quel clima, e quindi: Lussu, Alvaro e Malaparte. In particolare, per la coloritura veneta necessaria allo specifico contesto della storia, mi sono stati di enorme utilità Libera nos a Malo di Meneghello, e Il prete bello di Parise. Che sono, tra le altre cose, testi straordinariamente divertenti, specie se, come me, vivi in Veneto da venticinque anni ma sei cresciuta altrove, quindi ti trovi simultaneamente della posizione di conoscerlo piuttosto bene ma anche di osservarlo dall’esterno.
La scelta del periodo storico si è concretizzata quando mi sono resa conto del fatto che si è trattato di un momento che più di altri prima o dopo ha condensato grandi potenzialità per l’emancipazione delle donne (si arrivò, ad esempio, davvero vicino al suffragio femminile) per poi andare a infrangersi rovinosamente contro il muro del fascismo che determinò, in questo come in mille altri ambiti di evoluzione del diritto, un ritardo di venticinque anni.

Ponte dell’Accademia, Venezia

C’è un aspetto di questo romanzo che mi perseguita dal momento in cui l’ho terminato. Si respira rassegnazione per larga parte del libro. La rassegnazione di chi sa che ha un ruolo cucito addosso che non può essere cambiato. È qualcosa di doloroso. Ti chiedo se uno dei nuclei di questo romanzo si svolge attorno alla lotta contro questa rassegnazione.

Rassegnazione e sacrificio costituiscono davvero i nuclei portanti del modello educativo rivolto alle donne del tempo (e su cui dovremmo continuare a interrogarci anche oggi, perché certamente siamo distanti dall’averli davvero superati), insieme al culto romantico della realizzazione che passa in via pressoché esclusiva attraverso le relazioni sentimentali e familiari, come se il mondo delle donne si risolvesse tutto all’interno di quell’unico perimetro. Perfino Anita, che molto più della media delle donne del tempo ha avuto l’occasione di riflettere su di sé e sulle sue ambizioni, fonda la scelta che dà avvio alla vicenda sul senso del sacrificio di sé per le persone amate. È doloroso e sconcertante insieme fermarsi a riflettere sul fatto che per le donne il sacrificio viene assunto molto spesso come sinonimo di identità.

I personaggi maschili di questo tuo romanzo sono quasi tutti dei pusillanimi, a partire da Biagio per finire con il prete che incontriamo verso la fine. L’unico che si salva un po’ dal torpore che sembra avvolgerlo è Giacomo che, nel suo modo molto affettato è, a tutti gli effetti, l’unico che mette Anita di fronte a una possibilità di scelta. Mi chiedo se la loro tossicità non sia solo riferibile alle loro azioni, ma anche alla capacità che hanno di influenzare la volontà delle donne al loro fianco fino al punto di farle diventare vittime sacrificali.

Mi viene spesso rivolta questa domanda, che però confligge con le intenzioni che mi animavano mentre scrivevo il romanzo, e tutto sommato anche i precedenti. A mio parere qui ci sono uomini di ogni tipo: positivi, come Giacomo e il padre di Anita, e negativi, come Bruno o Biagio. Mi pare che la percentuale sia equa, visto che poi si applica anche ai personaggi femminili, che pure hanno sfumature molto diverse. Dico una cosa banale: il patriarcato si alimenta nella stessa misura del supporto di uomini e donne, né potrebbe sopravvivere se davvero tutte le donne fossero in grado di prenderne le distanze. È sensato riflettere su quanto ciascuno di noi fa per tenere in piedi questo modello, consapevolmente o più spesso in modo inconscio. Non mi interessa molto puntare il dito, mi interessa che ognuno di noi possa dare il suo personale contributo a smantellarlo. I personaggi dei miei romanzi sono (o almeno io tento di fare in modo che siano) spunti narrativi per riflettere, indipendentemente dal genere di appartenenza.

Questo è il tuo terzo romanzo, mi chiedo se ti sei fermata un attimo a fare un bilancio del tuo percorso e se stai già visualizzando le prossime tappe.

In linea di principio il bilancio è un’attitudine molto distante dalla mia personalità. Ho lo sguardo sempre puntato al futuro. Quello che voglio fare mi interessa infinitamente di più di quello che ho già fatto.

Emanuela Canepa – Resta con me, sorella
Editore: Einaudi (2 maggio 2023)
Lingua: Italiano
Copertina flessibile: 408 pagine
ISBN-10: 8806257714
ISBN-13: 978-8806257712
Peso articolo: 350 g
Dimensioni: 13.6 x 2.4 x 21.5 cm

Emanuela Canepa (Roma, 1967) vive a Padova. Il suo esordio L’animale femmina (Einaudi 2018 e 2019), vincitore all’unanimità del Premio Calvino 2017, ha avuto un’ottima accoglienza di critica e di pubblico e ha vinto il Premio Letterario Fondazione Megamark, il Premio Anima della Confindustria e il Premio per la Cultura Mediterranea – Fondazione Carical nella sezione Narrativa Giovani. Sempre per Einaudi ha pubblicato Insegnami la tempesta (2020) e Resta con me, sorella (2023). Per Tetra è uscito Quel che resta delle case (2022).

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