Recensioni di “Beati gli inquieti” di Stefano Redaelli

“Beati gli inquieti” di Stefano Redaelli

Non è possibile dare una definizione della follia che non riguardi anche noi, i “sani”. La normalità è un’arte funambolica. Lo sapeva Edmondo De Amicis, autore di un libretto-reportage di cento pagine, oggi del tutto dimenticato: Il giardino della follia. Era il 1902 quando lo scrittore, segnato dal dolore per il suicidio di un figlio, decideva di visitare il manicomio di Torino. Vi giungeva come un osservatore disarmato, spinto da un bisogno di consolazione più che dal gusto dell’inchiesta giornalistica. L’incontro con i “derelitti” presenti nella struttura lo aveva persuaso della profonda umanità di quegli uomini e di quelle donne forzatamente tenuti a distanza dal mondo. E ricordando il figlio scomparso, pensava che avrebbe potuto ancora incontrarlo, ancora abbracciarlo, se fosse stato rinchiuso lì. “Mi sono chiesto perché nessuno frequenti i matti” si domanda invece Antonio, il ricercatore universitario protagonista del romanzo di Stefano Redaelli, Beati gli inquieti (Neo Edizioni, 2021). L’autore-narratore accompagna i suoi lettori in un coraggioso faccia a faccia con la follia, raccontando la vita, trascorsa lontano dalla vita, dei pazienti ospitati nella Casa delle Farfalle, una casa di cura post-basagliana. Ad avvolgere gli ospiti è un immobile presente, un tempo vissuto come attesa di una svolta, dell’arrivo di un dio che salvi e perdoni, o del messaggio segreto di un genio a cui sottrarre il cappello prima che il sogno svanisca e ricominci la veglia. “I matti sono nudi”: se ci guardano, non possiamo nasconderci, scoprono che anche noi lo siamo. Basterebbe un segno di rossetto sulla fronte, un tocco di ombretto sulle labbra perché la nostra maschera cada. Redaelli esorta all’inquietudine, al dubbio che ci fa guardare con sospetto alle nostre certezze, fotografando un’insospettabile continuità tra il rischio di perdersi e frammentarsi e il miracolo di ritrovarsi interi. Si cammina sempre sul filo del rasoio, lungo una fragile corda che si tende sul vuoto. Nelle pagine del suo reportage De Amicis ricordava che una volta, in un manicomio a Buenos Aires, un visitatore domandò chi fosse il più pazzo della compagnia. “Non scherzi, signore!”, rispose qualcuno fra i pazienti. La ragione “es mecanismo de nada”. Può spezzarsi per un niente.

Martina dell’Annunziata