Balene. Riflessioni di Giorgio Manacorda su un libro di Luis Sepulveda

Balene. Riflessioni di Giorgio Manacorda su un libro di Luis Sepulveda

Sto leggendo un libro di Sepulveda in cui parla di Greenpeace e del massacro delle balene, “nel mondo alla fine del mondo”. Cile, Patagonia, Terra del fuoco, Antartide. Recentemente, non so più dove, balene, capodogli e simili sono spiaggiati a centinaia. Malgrado Sepulveda, non so se mi importa qualcosa di quei giganteschi cetacei. Se sono schiattati i dinosauri, possono schiattare le balene.

Tra l’altro, a un asmatico come me quel loro modo di respirare mette un po’ d’angoscia, mi ricorda quando mi immergevo senza respiro e tornavo su nel tentativo di ingoiare un po’ d’aria prima di immergermi di nuovo in quella eterna apnea.

Quindi le capisco, e forse un po’ mi fanno pena.

Le tigri non le capisco, ma mi piacciono molto, in gabbia. I leoni sono tronfi e pigri, e fanno lavorare le mogli. Le scimmie mi somigliano troppo, tanto che un po’ ce l’ho con Darwin. I gatti sono ruffiani, ti fanno tante moine e poi se ne vanno dove gli pare. Mi piacciono i cani, questo sì, ma non fino al punto di raccattare la loro infantile cacca e di fargli il bidet, ma opportunamente lavati (da qualcun altro) disinfettati e fonati, sono affettuosamente sopportabili. Per le balene non so. Sono sempre lavate dal fatto di stare a mollo? E sia pure nel mare, che comunque non è più quello di una volta. La verità è che tutti gli animali mi fanno schifo, e se non mi fanno schifo mi fanno paura.

Ma ad avere a che fare con loro c’è un innegabile vantaggio: non hanno il dono della parola. Siamo sicuri che si tratti di un dono? Il dono è una cosa che si offre agli altri. Una cosa sospetta come sapevano gli antichi: “Timeo Danaos et dona ferentes”. Io temo le parole. Soprattutto se parlate. Ho ricevuto una buona educazione e non riesco a interrompere un parlante. Sono invece il signore della parola scritta, posso smettere in qualsiasi momento qualsiasi lettura, posso frullare un giornale o un libro dalla finestra, salvo poi raccoglierlo e gettarlo correttamente nell’immondizia.

Ma non posso buttare un parlante nella differenziata.
È molto più ingombrante di una balena.

Baia di Cook a Moorea (foto di Fanny Martre, Wikimedia Commons)

Lo confesso, questa storia delle balene mi disturba. È colpa di Sepulveda, il quale descrive il massacro di quei cetacei da parte di un capitano giapponese cattivissimo. Ma perché non apre la sua di pancia invece di quella delle balene? Perché non fa seppuku lui invece di imporlo agli altri? Sembra che ormai neppure i giapponesi abbiano il senso dell’onore. E se non ce l’hanno loro mi sa che è davvero scomparso.

È finito nel mondo animale, se è vero (anche se altamente inattendibile) che, come i piloti giapponesi della seconda guerra mondiale, le balene si sono scagliate in branco – in larga parte suicidandosi – contro la nave giapponese che le mitragliava e l’hanno quasi sfondata, costringendola alla fuga, mentre alcune di loro con una delicatezza che non oserei definire umana, visto il comportamento degli umani nei loro confronti, hanno salvato un marinaio ecologista che con la sua barchetta a remi tentava di contrastare i giapponesi.

Con uno sbuffo lo hanno depositato sul ponte della sua nave.
Io ho smesso di credere alle fiabe più di settant’anni fa, però è una bella storia.

Qui automaticamente verrebbe da citare i Lager e altre infinite atrocità ben organizzate, a me invece – in modo apparentemente più astratto – viene da citare Einstein, il quale alludendo all’atomica ha detto che ai topi non sarebbe mai venuto in mente di inventare una trappola per topi. E neppure alle balene; o a panda, falchi e serpenti – i quali come tutti gli altri, non sono né buoni né cattivi. Sono solo la catena alimentare di cui anche noi ci nutriamo, e comporta, sembra, anche lo sterminio delle balene.

Allora il capitano giapponese non è giudicabile. Non è né buono né cattivo?

Questa considerazione mi preoccupa. Non sarò cattivo come il capitano giapponese? Non è un dubbio da poco. Un ragionamento possibile è di tipo egoistico e comporta una domanda: se scompaiono le balene che mi succede? Come singolo neppure me ne accorgo – ma a me come umanità? Diciamo che arrivo a capire che più si riduce la biodiversità (animale e vegetale) più forse pagheremo delle conseguenze.

C’è chi dice che i virus si sono incazzati e reagiscono come le balene con la nave giapponese. C’è anche chi dice che è sempre successo, che le pandemie ci sono sempre state e che, anzi, adesso abbiamo le medicine e gli ospedali.

Caccia lle balene in un dipinto del 1876 di Oswald Brierly (Wikimedia Commons)

Tutto c’è sempre stato, perfino il progresso.

Una cosa sola non c’è mai stata: una bestia che non solo s’è mangiata le balene e i caprioli, i manzi e i cavolfiori, i fagioli, i ceci e le più varie insalate, ma dimostra un appetito insaziabile. La mutazione dell’ultimo secolo (più o meno) ha comportato che mentre sparivano molte specie ne è affiorata una nuova. L’unica nuova. Si tratta di ‘topi’ giganti (quelli di Einstein) che non solo hanno costruito la propria trappola, ma se la stanno divorando. Il loro stomaco non ha limiti.

Mi fermo, conscio della retorica in cui sono precipitato.

Mi sono messo a fare politica con l’ecologia? Sono arrivato all’ecologia sperando di trovare un fondamento alla politica, uno straccio di senso? La guerra al progresso è politica, patetica e perdente, ma è politica; infatti comporta una mediazione, un compromesso tra la tecnologia e il pianeta. Anche la guerra al virus è politica, implica un compromesso tra salute e economia. Ma il virus finiremo con distruggerlo, proprio come facciamo con le balene. Per il momento siamo disarmati, ma prima o poi avremo il nostro cannone e saremo salvi.

Luis Sepúlveda – Il mondo alla fine del mondo

E le balene? Siamo noi il loro vaccino, basta smettere di sparargli.

Cito Einstein e il progresso, scherzo con il mio blando cinismo, e poi mi metto a fare l’ecologista! Sono stato sedotto dall’epica del racconto? È colpa di Sepulveda? È possibile. È il fascino della letteratura. Uno scrittore ti frega sempre. Magari per un attimo, ma credi a quello che ti racconta, ti trascina in un mondo non tuo.

Un mondo alla fine del mondo!

Ecco, è bene che lo dica con chiarezza: a me la fine del mondo non mi commuove, non perché comunque non la vedrò, e non vedrò neppure la fine di tutte le specie che popolano il pianeta: è che non sono davvero cinico, mi piacerebbe, ma sono solo realista in base alla constatazione che è il pianeta a essere irrilevante.

Ogni cosa, vivente o no, è un agglomerato di materia bucherellata che si agita freneticamente. Una materia che è talmente porosa e instabile che non è neppure materiale. Potrei descrivere la materia che siamo (io e le balene) come il contenuto di un frullatore che non si ferma mai.

Ma è sufficiente la caduta di una carica elettrica (basta che qualcuno stacchi la spina al divino frullatore) e, puf, la materia non c’è più. Protoni, neutroni ecc. se ne vanno ognuno per fatti suoi, magari a svanire in un qualche buco nero – che pure per esistere deve essere fatto di qualcosa.

Allora niente buchi neri.
Basta con le metafore!
Basta con le balene!
Basta con la poesia?
Sì, certo, basta anche con la poesia.

Il nulla è nulla mascherato da qualcosa.

Giorgio Manacorda

Giorgio Manacorda è nato a Roma nel 1941, le sue pubblicazioni spaziano dalla poesia alla narrativa, dalla teoria e critica della poesia al teatro, dalla letteratura tedesca del Settecento a quella contemporanea. Tra i suoi libri di poesie, Scrivo per te, mia amata e altre poesie (1973-2007) (Scheiwiller, 2009), Viaggio al centro della terra (Elliot, 2014), Catabasi (Elliot, 2019), Strappi siberiani (Elliot 2021). Ha inoltre dedicato alla poesia, tra gli altri, i seguenti saggi: Per la poesia (Editori Riuniti, 1993), La poesia è la forma della mente (De Donato-Lerici, 2002), Apologia del critico militante (Castelvecchi, 2006), La poesia (Castelvecchi, 2016). Tra i suoi romanzi: Il corridoio di legno (Voland 2011), Delitto a Villa Ada (Voland 2012), Calceviva (Castelvecchi 2017), L’intervista (Castelvecchi 2018). Con Paolo Febbraro ha curato l'”Annuario della poesia” (1994-2012). Con Alfonso Berardinelli e Walter Siti dirige la rivista “L’età del ferro” (Castelvecchi).

Immagine in evidenza: foto di Guille Pozzi da Unsplash