"Il Duca" e il richiamo del sangue. Intervista a Matteo Melchiorre

“Il Duca” e il richiamo del sangue. Intervista a Matteo Melchiorre

È il sangue a farla da padrone in questo libro. I legami profondissimi che solo il sangue sa creare.

Il protagonista de “Il duca” è l’ultimo erede del prestigioso casato dei Cimamonte e decide di far terminare la linea ereditaria lì dove tutto ha inizio. Si trasferisce dunque a Vallorgàna, in una grandiosa villa che domina il paesello di poche anime incastonato tra le montagne e lambito dai boschi che crescono a ritmi vertiginosi e che sembra vogliano inghiottire le case. La gente del posto che vive ancorata ai ritmi di una volta, che vive di quel poco che riesce a ricavare dall’agricoltura e dall’allevamento, la gente conosce molto bene i Cimamonte e la storia che quella famiglia di padroni ha da sempre portato con sé. Inizialmente l’arrivo del duca viene preso come una leggera variazione della routine quotidiana. Il duca – che in realtà sarebbe un conte, ma che è stato appunto soprannominato “duca” dai paesani quasi a voler canzonare il suo status di altolocato – viene accettato senza troppi problemi, anzi, il suo ritorno significa che per alcuni di loro ci può essere un ritorno economico, d’altronde il lavoro è lavoro, mentre per lui si tratta di incastonarsi in un ozio dorato fatto di studio, passeggiare e piccole incombenze per la cura dei propri possedimenti. È proprio uno dei collaboratori del duca, il vecchio Nelso Tabiona di ritorno da uno di questi possedimenti a portargli una notizia spiacevole. Tornando trafelato da val di Fonda, Nelso si ferma a casa Cimamonte e dice al duca che lì nella valle gli stanno rubando del legname, parecchi quintali di legname. Una ditta del posto ha sconfinato durante il taglio degli alberi ed è entrata nella proprietà dei Cimamonte.

Quello che sembra un errore da poco, una sbadataggine dovuta al fatto che, individuare i confini, nel bosco, non è impresa da poco, in realtà si trasforma in una faida vera e propria.

Dietro a questo esproprio non autorizzato c’è il vecchio Fastrèda, un uomo capace di fare il bello e il cattivo tempo lì a Vallorgàna. Il duca capisce presto che nel periodo in cui la sua famiglia non è stata presente in paese e che quindi ha visto indebolirsi l’influenza dei Cimamonti su quelle terre è stato Fastrèda a colmare il vuoto. Lo conferma il parroco stesso del paese quando a un certo punto spiega al duca che non si può essere sempre d’accordo con quanto decide Fastrèda, ma che da quando anni fa è ritornato dal Venezuela, in paese regna l’equilibrio perché nessuna impresa viene messa in moto senza che lui non metta la sua parola a sigillo.

Le due forze si scatenano l’una contro l’altra in quella che sembra essere a tutti gli effetti una partita a scacchi. L’esproprio di Fastrèda nasconde un motivo ben chiaro, al vecchio servono quelle terre per poter raggiungere la superficie necessaria a chiedere dei contributi economici che gli permetteranno di costruire una malga in mezzo alla montagna e ottenerne un ritorno in danaro.

Ma è solo questo il motivo che spinge Fastrèda a scagliarsi contro il duca? Oppure c’è dell’altro? Qualcosa che può essere spiegato solo conoscendo la storia di Vallorgàna e dunque, la storia dei Cimamonte?

Il sangue, la storia. Il duca è ossessionato dalla documentazione storica che è conservata nella vecchia casa dei Cimamonte. La studia con cura, la viviseziona e mano a mano che questo studio procede, mano a mano che i suoi avi prendono vita tra le pagine dei vecchi documento lui inizia a sentire di essere legato a quelle persone mai viste e mai conosciute da un legame profondissimo e indissolubile, quello del sangue.

Grazie al ritrovamento di una vecchissima e fragile “Cronaca Cimamontium” a lui regalata da un amico, il duca si intrufola nel proprio passato riuscendo a raccogliere notizie attorno a molti dei suoi avi, tra tutti, quel Giuseppe che si rivela essere una presenza diabolica il cui pensiero lo tormenta. Attorno a questo avo è avvolta la nefasta presenza del Bus del Caorón, un buco, così denominato perché decenni prima del racconto un caprone, simbolo del diavolo, vi ci si era rifugiato sparendo alla vista di tutti. Quella crepa oscura sul fianco della montagna attira a sé le persone e tratteggia il percorso de “Il duca”.

Quella che racconta Matteo Melchiorre è una storia avvolgente raccontata in una lingua ricercata e misurata. Il narratore, essendo persona di altissima erudizione, racconta le proprie vicissitudini con un linguaggio che tradisce fin da subito un alto lignaggio, un linguaggio che di per sé è già una presentazione adeguata nei confronti del prossimo, un linguaggio che accompagna perfettamente le gesta raccontate nel libro. La trama, tra rallentamenti e dilatazioni volute e improvvise accelerazioni viene gestita con precisione. Quando alla fine si scopre quale sarà il destino del duca, di Fastrèda ci si rende conto che in tutto il romanzo sono state lasciate dalle tracce che, un po’ come le briciole di pane di Hansel e Gretel, ci aiutano a uscire dal fitto del bosco. Arrivati alla conclusione tutto e chiaro, tutto si presenta inesorabile davanti agli occhi. Ogni gesto, ogni parola dei protagonisti ha una limpida ragione di essere.

Se vogliamo, si può affermare che accanto alla trama vera e propria, quella che racconta lo scontro tra due entità che in un certo qual modo stanno lottando per la supremazia su Vallorgàna, accanto a questo racconto ce n’è un secondo profondamente legato al duca e allo studio delle carte di famiglia. Il duca, che inizialmente ha un rapporto distaccato con il ruolo che la sua famiglia aveva a Vallorgàna, a poco a poco inizia a guardare a quel passato non più con pigra indifferenza ma come qualcosa che è parte di lui e che lo definisce.

In tutto questo Matteo Melchiorre scrive un libro di poco più di quattrocentocinquanta pagine che si legge con una facilità disarmante pur essendo in grado di mettere in scena una lotta di sangue e potere dando al contempo il ritratto di una piccola comunità di montagna immersa nei propri segreti, le proprie usanze e la propria saggezza.

L’intervista

[Gianluigi Bodi:] Il primo aspetto che vorrei affrontare è quello della lingua. La lingua del narratore è ipnotica e colta, è spesso portatrice di arguzia e sa essere ironica in maniera mai banale. Mi chiedevo da dove arrivasse una lingua così, capace di essere essa stessa l’incarnazione pura di un personaggio come il duca.

Matteo Melchiorre

[Matteo Melchiorre]: Devo ammettere, a questo proposito, che vi sono delle sfasature sul punto dei confini che dovrebbero correre tra la lingua del Duca e il genere di lingua entro il quale sono immerso. È una lingua che si compone di tanti apporti (come ogni lingua del resto), tra i quali vi sono un’oralità (quella della narrazione popolare) in cui sono stato immerso da bambino e da ragazzo; i modelli letterari che, fatalmente, si finisce sempre per accogliere almeno quel poco allorché se ne incontrino di illuminanti (e parlo di alcune delle mie letture preferite: Meneghello, Cechov, Pavese, Israel J. Singer, Landolfi e così via); la lingua anti-letteraria, ma capace di fiammate straordinariamente potenti, dei miei documenti d’archivio (atti notarili, processi, visite pastorali, cronache, libri di conti, ricordanze, eccetera). Naturalmente si è poi trattato di rendere questo impasto, “rettificato” e “razionalizzato” quanto basta, la lingua in se stessa coerente di un personaggio. Il Duca.

Vedendo il tuo curriculum mi pare di poter dire che “Il duca” è una summa dei tuoi interessi, ma mi piacerebbe che potessi spiegarci quanto della tua esperienza personale è stato incluso nel romanzo.

In parte ho già detto qualcosa al proposito nella domanda precedente, mio malgrado. Potrebbe essere in effetti che il Duca sia una sorta di approdo di un percorso (di studio, di ricerca, di vita, di rapporto con certi determinati luoghi). C’è dentro la ricerca d’archivio, come già detto, non solo nella sua dimensione di “mercato di storie”, ossia come produttrice di contenuto specifico (vedere il mio La via di Schenèr), ma come motore di un certo modo di stare al modo e di interpretarlo. Ci sono dentro la fatica e il gusto di vivere in un luogo marginale ma vibrante come la mezza montagna, un luogo di contraddizioni e retorica, di avanguardia e di arretratezza, di isolamento e di apertura. C’è dentro la vita (persone, casi, vicende) per come la ho vista svolgersi intorno a me. Ci sono dentro, va detto, le cose che ho imparato e quelle che non ho ancora imparato.

Quella tra il duca e Fastrèda è una battaglia di potere e sangue. A me è sembrato che tu sia riuscito a mostrare nel piccolo qualcosa che è terribilmente famigliare soprattutto in questi giorni di conflitti epocali. Qual è il tuo punto di vista rispetto ai vincoli di sangue? Credi che esista un legame indissolubile tra passato e presente?

Dici bene. Il Duca è un libro che cerca di riportare dentro la forma base di un conflitto tra due individui le dinamiche e le conformazioni della guerra come estrinsecazione di quel sentimento potentissimo che è l’odio. Nel caso del Duca, peraltro il tema dell’odio si intreccia, e si motiva, con un altro tema: il sangue. Il romanzo è anche un libro sul sangue e di conseguenza una riflessione sulla struttura sociale e metaforica che ha retto l’Occidente per secoli. Il sangue come elemento di stratificazione, come metafora, come logica di governo sociale. Il protagonista del romanzo, il Duca, in un primo tempo finisce col cadere nella tentazione di questa metafora, essa motiva il suo odio nei confronti del proprio antagonista ed è il frutto al tempo stesso di quello stesso odio. E laddove infine il Duca si ravvede, e individua nel sangue una costruzione comunque culturale, ha modo di configurarsi più ampiamente la sua riflessione sul rapporto tra passato (individuale, collettivo, familiare) e presente. Un nesso forte, fortissimo, connotante, ma non del tutto indissolubile – e in questo sta il finale approdo della maturazione del personaggio Duca.

Da dove è nata l’idea di scrivere “Il duca”? Qual è stato il fulcro originale di questa narrazione così avvolgente?

È un’idea che ha lungamente covato. È stata compagna dei miei pensieri. È stato il luogo mentale dei miei pensieri, il campo in cui andavano a ritrovarsi i fili sparsi di ciò che vedevo e vivevo. Come accade sempre quando si concepiscano narrazioni di qualcosa, io penso. E poi vi sono stati gli spunti, i pretesti, che hanno messo in azione la penna. Tantissimi, in realtà. Sono brandelli, minuscoli cortometraggi di cose viste o sentite raccontare. Una donna che spela una gallina. Una giostra spenta nella notte in un paese del Feltrino che mi è caro. Un edificio antico, una Villa, che da anni incatena il mio sguardo e i miei pensieri. Anzi: forse uno dei nuclei più profondi nella concezione del libro è proprio questo: la Villa, la mia fascinazione per la potenza delle antiche dimore, sontuose o no che esse siano. Dimore che sono archivi, che sono la prova vivente del perdurare del passato nel presente.

Matteo Melchiorre – Il Duca
Editore: Einaudi (7 giugno 2022)
Lingua: Italiano
Copertina rigida: 464 pagine
ISBN-10: 8806252313
ISBN-13: 978-8806252311
Peso articolo: 540 g
Dimensioni: 14.7 x 3.2 x 22.5 cm

Matteo Melchiorre è nato nel 1981. Dopo essere stato ricercatore presso l’Università degli Studi di Udine, l’Università Ca’ Foscari e lo Iuav di Venezia, è direttore dal 2018 della Biblioteca del Museo e dell’Archivio Storico di Castelfranco Veneto. Si occupa di storia economica e sociale del medioevo e della prima età moderna, e di storia della montagna e dei boschi. Autore di numerosi saggi storici, tra gli altri libri ha pubblicato: Requiem per un albero. Resoconto dal Nord Est (Spartaco 2004), La banda della superstrada Fenadora-Anzú (con vaneggiamenti sovversivi) (Laterza 2011), La via di Schenèr. Un’esplorazione storica nelle Alpi (Marsilio 2016, Premio Mario Rigoni Stern 2017 e Premio Cortina 2017) e Storia di alberi e della loro terra (Marsilio 2017). Per Einaudi ha pubblicato Il Duca (2022).

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