Aquileia - Il viaggio in Friuli di Giovanni Comisso

Aquileia – Il viaggio in Friuli di Giovanni Comisso

Da una parte e dall’altra verdeggiano i campi di frumento e sorgono sparse le case dei contadini. Sotto questa terra, ora feconda di biade, giacciono, come le ossa dei morti i resti di quello che un tempo fu il più grande porto commerciale dell’Alto Adriatico.

Aquileia era da principio una colonia di soldati romani mandati a coltivare la vite, a seminare il grano e, nell’occorrenza, ad impugnare la spada. Con l’estendersi dell’impero, rimase quartiere d’inverno per le legioni, fu sede del capo della squadra veneta e centro di rifornimento per la zona danubiana. Spesso in questa città venne Augusto, e altri imperatori la predilessero come residenza estiva per la sua brezza marina raddolcita dalla vicinanza delle Alpi. Fu popolosa di gente d’ogni razza, ricca di commerci e di arti, aveva una zecca che batteva monete locali, il porto era formato dal fiume Natissa che la congiungeva al mare.

Il traffico era grande e la città allargava le sue mura: aveva un anfiteatro e un circo ampissimi, un vasto foro, innumerevoli magazzini, un palazzo imperiale, templi, sepolcri bellissimi e soprattutto grandi artisti del mosaico, del vetro e stupendi scultori.

Poi la forza di Roma si spense e le invasioni, gli assedii, le distruzioni annientarono questa città prosperosa. Nel 452 dopo Cristo l’indovino Agoris aveva profetizzato la rovina completa di Aquileia, avendo visto che le cicogne partivano dalle alte torri della città portando seco i piccoli nati. E Attila sopraggiunse, la arse e ne trucidò i difensori rimasti, mentre i fuggiti in un’isola vicina vi fondarono la città di Grado.

Grado – Vista aerea (foto di sky_hlv, Wikimedia Commons)

Arando la terra, il contadino scopre ogni anno qualche segno di questa grandezza e stupito non sa spiegarsi come da questa terra possano scaturire auree monete e teste di marmo, e talvolta la punta del suo aratro stride segnalando pavimenti meravigliosi di mosaico. Queste sculture testimoniano potentemente il senso del vero che dominava gli artisti di Roma. Non si attardavano essi nelle incantate armonie care ai Greci, ma miravano obbiettivi e profondi ai dati essenziali di una figura, quelli che ne determinano il carattere e l’espressione.

Alla scultura si riallacciano i mosaici. I mosaici che raffigurano due teste di gladiatori sono tra i più veritieri da vedersi, essi hanno colto lo sguardo attonito, quasi animale dello sportivo. Agli artisti cristiani della Basilica invece sembra tremasse loro la mano, hanno solo in vantaggio un leggerissimo sforzo nel realizzare il chiaroscuro, ma le espressioni sono fredde. Il verismo degli scultori e mosaicisti imperiali di Aquileia fa pensare alla prosa di Tacito. Molti mosaici una volta scoperti sono stati ricoperti e la terra è ritornata a dare frumento sopra di essi non essendovi possibilità di collocarli in alcuna parte.

Un contadino vuole sapere come mai il pavimento della sua cantina sia di marmo, e come mai nella profondità del solco spunti un’anfora od una urna. A dirgli che là, dove ora sorgono le viti e il frumento si estendeva una vasta città, importante come Trieste, egli sorride incredulo, e allora si cerca di convincerlo rifacendo la storia di Aquileia: «Quando Roma era grande e potente qui era la sicurezza, la ricchezza, la felicità, ma col decadere della forza romana, i barbari che stavano al di là delle Alpi, ad ogni primavera scendevano come ladroni verso questa città ricchissima, e la saccheggiavano, a questi assalti gli abitanti presero ad emigrare altrove, il commercio decadde, le case distrutte non vennero più ricostruite, la città venne a poco a poco abbandonata anche dalla plebe e all’opera dei barbari si associò quella del mare e dei fiumi che ne insabbiarono il porto e ne copersero le strade e le piazze». Il contadino pareva non comprendesse ancora, allora si soggiunse: «Prova a lasciare un anno incolto il tuo orto, cose che ne succede?». E furono queste parole a convincerlo del tutto.

Ma certo nel pensare a questo tragico destino v’è da mordersi le dita, sono le città come gli uomini, possono morire e venire disperse come le nostre ossa. In pochi altri luoghi come qui in Aquileia si sente reale quanto tremendo deve essere stato il periodo dello sfacelo della potenza di Roma.
Oggi la vite snoda i suoi tralci accanto al cippo istoriato di pergole dai gonfi grappoli. Il marmo prezioso d’un tempo sta accanto alla vite preziosa di oggi. Il vasetto di vetro dissepolto ha le iridescenze d’uno scarabeo dorato e le lacrime raccolte si sono rapprese in polvere. I neri cipressi della Basilica sono tempestati di bacche, come di gemme la tiara del capitano di nave scolpita nel suo sepolcro e sotto nell’ombra vi stanno dieci tombe di soldati senza nome, caduti durante l’altra guerra, quando Aquileia ritornò sede di legioni a sostenere l’urto degli eserciti invasori. Ritornano come le stagioni gli avvenimenti umani. E da qui le artiglierie sparavano verso il Carso roccioso, dove il rosso della terra antecipava sulle divise consunte il rosso del sangue.

Giovanni Comisso

da Il Gazzettino del 21/05/1950.

Immagine in evidenza: Aquileia (foto di Stefano Merli, Openverse)