Basta coi sentimenti

Basta coi sentimenti

Assolutamente basta con i sentimenti. Non voglio più allargare la schiera di questi movimenti dell’animo: troppo dobbiamo scontarli. Nel soppesarli mi sono anche accorto quale è la differenza tra un artista buono e uno cattivo. In genere si giudica che per un uomo basta essere un artista per apparire buono, ma non è vero: mi vengono così a portata di mano i nomi di due artisti che non sono buoni: Dante Alighieri e Geronimo Bosch. Se Dante fosse stato vivente certo sarebbe stato direttore di un campo di sterminio nazista.

Non ho tempo di spiegarlo con troppi dettagli, ma anche l’esempio di un artista buono mi è difficile da trovare. Io non potrei, se ritorno a nascere, essere nello stesso tempo artista e buono. Così nefanda è la razza umana e oramai mi è così facile identificarmi con le situazioni penose che non posso avvertirle senza un dolore non per me stesso, ma per quelli che le subiscono.

Vivo nella mia casa che è proprio una casa di ricovero per la mia vecchiaia, e un piccolo cane senza padrone è venuto ad essa. Ogni volta che aprivo la porta era di fuori interrogativo e aspettante. Aveva scelto il pretesto di una cagnetta della stessa statura per assediarla in questa casa giorno e notte, ma essa non era innamorata di lui e gli mostrava acuti i denti ogni volta che come un estraneo le si faceva vicino. Da principio non vi badai, pensavo fosse di qualche casa vicina e avesse bisogno di amicizia, ma la sua insistenza prese a turbarmi. Spesso la mattina, nell’aprire la finestra della mia camera, osservavo sul marciapiede che nella notte aveva piovuto e il cagnetto era rimasto di fuori senza un riparo che lo potesse proteggere. Si apriva la porta, cercava con le zampette di tenerla socchiusa e di introdurre la piccola testa. La osservavo, era una piccola testa umana rotonda, e uno degli occhi risultava spento senza pupilla, sicché egli vedeva da una parte sola. Non era un cane da tramandare nella sua specie perfetta, e per questo la cagnetta non lo amava, e forse nessuno lo amava e non aveva padroni, abbandonato a se stesso.

Quanto gli ero vicino e simile a lui, nel tardo della mia età! Capivo cosa significa essere soli sia per un cane che per un uomo. Ero nella condizione di dare sfogo ai miei sentimenti di umiliato. Lo guardavo, quella piccola testa rotonda era la mia, la sua carne era la mia, così pure la sua anima. Se mi veniva da piangere, le mie lacrime scendevano sulle mie dita ed egli si cibava di esse. Ma se così dovevo commuovermi per un cane, cosa avrei dovuto fare per i cosiddetti miei simili? Eppure non volevo allargare più la cerchia dei miei sentimenti.

Infine dovevo prendere una decisione. Le notti si facevano sempre più fredde ed egli riposava in attesa fuori dalla casa al riparo di pochi cespugli, non accennava a ricercarsi il suo padrone di origine. Egli guardava me con il suo occhio spento e avvertiva la cagnetta come un suo desiderio. Il tempo passava misurato dall’accrescere della stagione imperversa ed era un novero incancellabile. Si sapeva che per i cani non valgono le distanze, e portati lontano, fuori di mano, sanno orientarsi e ritornare dal padrone o da colui che hanno scelto come loro tutore.

Venne da me un amico e mi trovò contrariato nella pace a causa di questo cane. Per non mettere in libertà i miei sentimenti, non gli davo nè da mangiare nè da dormire. Come vivesse nelle ore in cui è necessario di più il ricovero, non lo so. Il mio amico si era anche lui angustiato per questo cane, e un giorno decise di liberarmi. Senza che me ne avvedessi lo fece salite nella sua automobile e lo portò via, assai lontano. Sapeva che in mezzo ai campi, tra i festoni delle viti, un altro mio amico si era costruito una casa rustica con portici che davano a forni che avrebbero dovuto cucinare sulla brace o polli o castagne. Quest’altro mio amico era assente e aveva bisogno di un cane. Il mio amico pensò che questi faceva per la sistemazione del cane, e sebbene la casa fosse deserta questi avrebbe potuto attendere e abitarla, pur essendo in mezzo alla campagna.

Quando ritornò, mi disse cosa aveva fatto. Il cane aveva fatto un giro attorno alla casa, come per esplorarla, e l’aveva accettata. Aveva forse avvertito nelle direzioni del vento l’odore di qualcosa di adatto per i suoi denti, e come fosse la vita, e l’aveva accettata. Mi credevo liberato da quel cane e dal suo assedio. Ogni mattina guardavo fuori dalla finestra o dalla porta e credevo di vedere il suo occhio torbido, ma non vi era ad attendermi. Come avrà passato i suoi giorni ad attendere che il mio amico tornasse nella sua casa disabitata tra le minacce del freddo e della fame! Capivo cosa vuol dire: vita da cani. Essere un cane e avere i sensi umani.

Giovanni Comisso

Pubblicato su Il Gazzettino il 4 dicembre 1966
Si ringrazia la Biblioteca Nazionale Centrale di Roma e il portale della Biblioteca Digitale