Come si fanno le cose: un romanzo che nasce dalla storia contadina e industriale del Veneto e narra di noi, oggi.

Come si fanno le cose è il romanzo di Antonio G. Bortoluzzi pubblicato da Marsilio nel 2019. Rispetto al romanzo precedente, Paesi alti, questa è un’opera più lunga e più complessa perché il mondo che ritrae è quello contemporaneo della crisi. Un mondo in cui ci si muove un po’ a tentoni, ancora increduli che le certezze con le quali siamo cresciuti vengano sottoposte a spietate revisioni che ci spingono a trovare soluzioni nuove ed inaspettate. È così che Valentino e Massimo, due operai sulla soglia dei 50 anni, liberi da vincoli famigliari (il primo separato senza figli, il secondo scapolo in leggero declino), operai da quando avevano 16 anni e con ancora una decina di anni di fabbrica, si mettono a sognare.

Essendo veneti, e per di più montanari, e perciò concreti, non sognano più l’esotico West della loro adolescenza ma il più vicino bosco del Cansiglio, il Paradiso, nel quale ritirarsi, non però a oziare e a perdersi nei bucolici trastulli delle passeggiate e della raccolta di radici e bacche ma a … lavorare, ancora e sempre a lavorare.

Certo –   sognano –  lavorare in un agriturismo,rimodernarlo, abbellirlo e poi cucinare, preparare liquori, offrire ai turisti cittadini momenti di autentico “ritorno al passato” non è come vivere in fabbrica, sottoposti a turni che fanno perdere il senso di notte e dì, con colleghi di cui conoscono vizi e vezzi ma con cui non c’è più alcun rapporto di solidarietà, con un management burocratico e con la paura che, comunque, tutto, ad un cenno di padroni invisibili, finisca senza tanti complimenti. No, l’agriturismo in Cansiglio sarà appunto il loro Paradiso, il posto in cui fare finalmente quello che si vuole perché

“ciò che conta di più è il modo in cui si lavora, come si fanno le cose, non tanto quello che si fa”.

Il Paradiso, si sa, bisogna meritarselo e i nostri eroi, che non hanno il becco d’un quattrino, progettano loro, persone di onestà cristallina, addirittura una rapina in grande: attraverso stretti cunicoli e fetidi liquami, si arriverà al tesoro che consentirà la realizzazione del sogno.

La fabbrica, motore dell’economia del XX° secolo e luogo di fatica sì, ma anche di riscatto per generazioni di figli di contadini in fuga da povertà e scomodità, ansiosi di inserirsi da protagonisti in una società in continuo progresso, la fabbrica così come era ancora conosciuta negli anni ’80 del secolo scorso quando vi entrarono i giovanissimi Valentino e Massimo, ecco – ci dice Bortoluzzi – quella fabbrica non esiste più. L’operaio “compagno”, solidale cogli altri, disposto a lottare per i diritti, per un ambiente di lavoro migliore e per rapporti meno vessatori è ora una persona più smaliziata ma anche più pessimista. Ha capito che il suo ruolo è quello di un produttore che produrrà fintantoché al “padrone”, entità anche questa misteriosa e anonima, farà comodo farlo produrre.

Bortoluzzi è bravo nel descrivere la progressiva scomparsa dei luoghi di ristoro della fabbrica, segnali di un declino della fabbrica come luogo di socialità.

E spassosa è la classificazione delle sette tipologie di colleghi che si trovano nella fabbrica (non va peraltro passato sotto silenzio il fatto che da questo elenco manchi l’operaio sindacalizzato, se non addirittura politicizzato, figura presente senza eccezioni nelle fabbriche fino agli anni ’80;Valentino mantiene sì legami con la tradizione operaia e conserva l’iscrizione ad un sindacato sempre più impotente di fronte ai ricatti della globalizzazione, ma Massimo è disilluso ed individualista e Valentino ricorda quando l’amico era “più arrabbiato con certi colleghi che con i top manager che guadagnavano anche trecento volte il suo stipendio”).

La fabbrica non è quindi più l’esperienza totalizzante degli anni del miracolo ma un luogo da cui scappare il prima possibile per cercare di fare qualcosa che valga la pena di essere fatto.

L’amicizia tra i due protagonisti è uno dei fili della vicenda. Il legame che li unisce è il supporto reciproco alle proprie esistenze solitarie, la condivisione di tempi e passatempi e, nella vicenda del romanzo, di un progetto spericolato e grandioso. Anche i legami, però, sembra dirci Bortoluzzi, sentono la crisi ed a prevalere sono, alla fine, i bisogni più intimi – ancorché divergenti – dei due uomini.  Valentino è, dei due, il più strutturato e lo mostra quando si rivela capace di cercare e vedere in sé delle risorse che l’altro vede solo fuori di sé, nel sogno più che nella realtà.  Massimo dal canto suo, pur non essendo un “grande malvagio” ma più semplicemente un individualista amorale (come del resto molti suoi coevi) ha comunque un suo orgoglio ed è proprio l’orgoglio, il non volersi far trovare in fallo, a dannarlo. Massimo cadrà comunque in piedi, da solo, senza coinvolgere nessuno e permettendo a Valentino di godersi l’illusione di un amore improbabile ma indispensabile.

E dentro e fuori i protagonisti c’è, naturalmente, la montagna. Tra tutti gli ambienti del nostro Paese forse la montagna è quello che ha avuto le trasformazioni più violente e radicali.

La tragedia del Vajont è alla base dell’industrializzazione della Val Belluna e proprio nella zona industriale di Longarone pare collocata la fabbrica dove lavorano i nostri protagonisti. Entrambi hanno lasciato nella loro infanzia i “Paesi alti” nei quali erano nati, trasferendosi a valle in anonimi appartamenti col bagno al posto del cesso e con l’acqua calda. Ma la montagna resta nei cuori con le sue storie, i suoi lavori, i suoi cibi ed i suoi profumi ed in essa vogliono ritornare a vivere. E qui forse vi è il maggiore contrasto tra i due:

Valentino vede nella montagna il paradiso perduto e si accontenta di cercarvi le tracce di un passato quasi mitico, fatto di ricordi e di storie; per Massimo invece la montagna è il paradiso da conquistare anche attraverso il rischio per poi rigenerarsi come persona più libera.

Ed è questa differenza a far scattare l’intreccio della storia ed a risolverlo in una forma inaspettata e convincente.

Aldo Miotto è nato a Valdobbiadene (Tv) nel 1951, vi è sempre vissuto, se si esclude il periodo tra i 15 ed i 30 anni trascorso negli studi liceali e poi universitari (laurea in Filologia Romanza), nel servizio militare e in un biennio passato a fare il lettore di lingua italiana in un’università inglese. Tornato al paese, ha insegnato lettere alla scuola media per 25 anni e poi è stato dirigente scolastico fino al pensionamento. Ha passato diversi anni nell’amministrazione comunale ricoprendo vari incarichi, talvoltaall’opposizione e talvolta in maggioranza. Abbandonato l’impegno politico, si è dedicato, senza grosse pretese, a occupazioni meno stressanti e più gratificanti, come la lettura, l’esercizio fisico e, più recentemente, la scrittura.

La sua storia familiare incontra anche la grande letteratura, quando Giovanni Comisso nel 1958, scrisse la prefazione a 40 strofe … per una poesia, un volume di versi del padre Olivo B. Miotto, stampato presso lo Stabilimento Tipografico “P. Castaldi” di Feltre.