Comisso l’archivio della vita

Articolo pubblicato su il Giornale di Vicenza il 19/01/2019

Morì in un letto d’ospedale, ridotto all’immobilità in seguito a un’ischemia devastante: triste contrappasso di una vita sempre presa a morsi golosi.

Morì pochi giorni dopo aver ricevuto la visita di Goffredo Parise, uno degli amici-discepoli prediletti, al quale aveva insegnato che «la nostra narrativa è legata a questi cieli veneti, e a questi paesaggi».

Giovanni Comisso morì 50 anni fa, il 21 gennaio 1969, e l’associazione Amici a lui intitolata, presieduta da Ennio Bianco, lo ricorda con un ambizioso progetto condotto in collaborazione con la Biblioteca civica e il Rotary club Treviso: la digitalizzazione del suo sterminato archivio, che comprende i manoscritti originali dei romanzi e oltre 15mila tra lettere, appunti, disegni, fotografie e articoli di giornale, che appena possibile saranno consultabili dal pubblico.

Ma servono fondi per il completamento e il Comune di Treviso, con l’assessore Lavinia Colonna Preti, si sta attivando.

Di natali borghesi era Comisso, ma senza vergogna di quella terra «feconda di grasse verdure» come lui: la celebrò ne “La mia casa di campagna” e in molte altre opere grandi e piccole, la difese con intensità nell’epoca delle prime speculazioni legate alla ricostruzione dopo la Seconda guerra mondiale.

D’altronde il piglio polemico e ribelle non gli mancava: ai genitori, a cui peraltro era legatissimo, scrisse che visto che lo volevano vedere sposato li accontentava «sposando la libertà».

«La più originale e stralunata personalità di artista italiano in questi anni di gestione impiegatizia», lo definì sempre Parise in tempi in cui era snobbato dalla critica. Fu entusiasta di una Grande guerra combattuta da vincitore e vissuta, pur nel dramma, come se fosse un’esperienza sensuale (“Giorni di guerra”). Ebbe l’orgoglio della partecipazione all’impresa di Fiume, dove soggiornò a lungo e che trasfigurò nel “Porto dell’amore”, il suo debutto.

Alimentò una curiosità insaziabile come il suo erotismo.

Della prima rimangono reportage per una decina di giornali, dalle città del Veneto al lontano Oriente, ma perfino da «inviato immaginario» nel cosmo e in quella New York nella quale in realtà non aveva messo piede. Il secondo era figlio diretto della sua voglia di vivere, fin dai tempi in cui molestava le cameriere di casa, ma non fu mai disciolto dalla profonda malinconia per la morte prematura dell’amato Guido Bottegal, giovane poeta giustiziato nel 1945 a Tresché Conca dai partigiani perché scambiato per una spia.

Dell’Altopiano di Asiago, a firma di Comisso, rimangono anche memorabili descrizioni di pascoli e pastori. Di Bassano, fantasie di banchetti sul Brenta e battaglie per la sistemazione dei musei; di Vicenza, ricordi di «orge nel disordine di un appartamento abbandonato», provocazioni («Qui tutti sono conti, come diceva Casanova, ed esagerati: se sono di moda le gonne corte, le donne vicentine le portano cortissime») ma anche l’incanto per la «metafisica del Palladio» e delle sue ville, «farfalle che vivono della loro pura bellezza per l’amore e per la festa della loro danza».

Curiosità ed erotismo: spenti l’una e l’altro, e spentasi quasi contemporaneamente l’amata madre, Comisso cominciò a ripiegare su se stesso, atterrito dal tempo che passava, dall’età che iniziava a fiaccarlo, dalla scomparsa degli amici artisti, da Arturo Martini a De Pisis.

«Siamo sempre magnifiche onde in attesa di disfarsi nel crollo», scrisse in uno dei suoi più bei frammenti. Ce l’aveva coi capelloni, ma suo malgrado fu un surfista dei tempi.