Dalla terra redenta al centro industriale - Il viaggio in Sardegna di Giovanni Comisso

Dalla terra redenta al centro industriale – Il viaggio in Sardegna di Giovanni Comisso

Non ci si può dimenticare di Mussolinia (dal 1944, Arborea – NDR) tanto facilmente. Rappresenta, così nettamente in piena azione vittoriosa, il problema della terra sarda. Rivedo ancora la terra di quello che era il lago Sassu, prosciugata da poco, conchigliosa, sabbiosa, salata ancora, pezzata di salicornia e delle prime erbe, reagente pigra all’uomo che la risanava. Un tecnico agrario mi aveva accompagnato a vedere, la terra era ancora così molle da non poter sopportare il peso delle bestie per erpicarla, il lavoro era stato forzatamente assunto dagli uomini che in quattro trainavano l’erpice. Gli uomini lavoravano con grande fatica, ma non chiedevano riposo, la terra pareva sfuggire alla loro morsa come una materia viscida inafferrabile. Già erano state seminate erbe per foraggio e il tecnico era ansioso di vederne l’esito.

I veneti in terra sarda

Bisognava progredire per tappe: tolta l’acqua, ora bisognava dissalare la terra, poi l’irrigazione sana, la concimazione e il lavoro faranno il resto. A cento metri la terra che anni fa era in queste condizioni, oggi dà frumento, granturco, vino virgola e foraggio alle grasse stalle. Di ritorno in paese ho voluto sostare sulla piazza e sentirne l’aria, l’aria di paese. Era un pomeriggio di sabato, gli uffici, le officine, avevano smesso il lavoro, e i giovani fascisti con la loro divisa passavano in bicicletta per presentarsi alla caserma. Passando, le loro voci avvertivano le regioni d’origine. Sull’atrio della Chiesa mi sono messo a leggere le pubblicazioni di matrimonio; il parroco, che è un salesiano reduce dalle missioni, mi disse che sono avvenuti anche matrimoni tra veneti e donne sarde dei paesi vicini. Al Dopolavoro stavano giocando alle bocce, qui vi è anche un’osteria dove il buon vino taglia l’influsso del libeccio. I veneti li riconobbi a volo, parlai con loro, qui si trovano veramente bene, c’è qualcosa di diverso dall’ambiente dove sono nati ma qui si guadagna bene e ci si passa sopra. Per esempio, qui nelle case la cucina serve puramente per cucinare e non è come nel Veneto luogo dove si mangia; poi il granaio non è unito alla casa, ma nelle adiacenze, la casa insomma per ragioni di clima è diversa, ma vi ci sono abituati, e mi dicono che per quella sera hanno organizzato un ballo nella propria casa. Del Veneto non rimpiangono niente; solo, nel lasciarli, mi hanno incaricato di un saluto formalmente nostalgico al Piave.

Scendeva la sera, gli impiegati si erano vestiti da festa e chiacchieravano davanti al municipio, signorine passavano in bicicletta, bambinaie conducevano la carrozzella, i giovani fascisti sostavano davanti al cinematografo, dal Dopolavoro veniva il suono delle bocce colpite e voci applaudenti, nel bar si ascoltava la radio, il parroco venne ad appendere nell’atrio una nuova pubblicazione di matrimonio. pochi anni fa qui il silenzio dominava mortale tra qualche albero di sughero e gli stagni. La presenza di coloni di diversa regione è stata utile per suscitare l’emulazione. Tanto più preziosa in quanto per un certo numero sono stati incorporati anche contadini sardi, e questo è veramente lo scopo finale di Mussolinia, di attrarre a questo nuovo sistema di vita il contadino locale; e la Direzione della società mi aveva fatto vedere domande da parte di questi che arrivavano numerosissime ogni giorno. Qualcuno prospettava il quesito se entro a qualche decina d’anni a Mussolinia si sarebbe parlato Veneto (data la maggioranza di contadini di questa regione) o sardo. Credo che sia da augurarsi che per quel tempo ha Mussolinia si parli sardo, un sardo parlato da nuovi sardi, nati in proporzione alla nuova terra e potuti nascere in base alle migliorate condizioni di vita.

Iglesias – Veduta (foto di Sailko, Wikimedia Commons)

Da Mussolinia mi porto ad Iglesias il centro minerario e industriale della Sardegna. Sono ansioso di vedere i sardi alle prese con le macchine. Dopo averli visti erpicare coi rami di olivastro, dopo averli visti lavare con l’acqua tiepida le mammelle delle mucche prima della mungitura in stalle pienamente razionali, ora spero vederli alla massima prova, quella dell’opera industriale. Cioè vederli in questi altri ambienti, che con Fertilia e Mussolinia rappresentano il futuro di questa terra che non può più rimanere a vivere nel suo ozio arcadico. Si attraversa il Campidano, vasta piana, ora giallastra, limitata da monti cinerei, A San Gavino si ha la prima apparizione di una fabbrica: è una fonderia. momento in momento che ci si avvicina ad Iglesias, le montagne si fanno di un aspetto metallico, erte e compatte, sdegnano il bosco palesando la nuda roccia grigiastra. Qua e là si vede che sono stati fatti assaggi e si vedono frane di terra rossa.

Miniera di Masua e Pan di Zucchero (foto di Raffaele Pagani, Wikimedia Commons)

Miniere famose da un secolo

Scendendo poi alla città, colla brezza che scende dal monte l’odore di minerale è nell’aria. Le vie sono tutte piene di gente per la festa di Nostra Signora del Buon Cammino. Ovunque si sono installati venditori di polipi, di frutta di mare, di mostaccioli e di altri dolciumi. Le cantine assai più sotto del livello della strada, con botti allineate, ospitano gli abitanti dei paesi vicini, e grandi bicchieri stanno davanti al loro con un vino dorato e fortissimo. Iglesias e in una posizione assai bella sulle colline e già si dischiudono i campi divisi da aggrovigliate siepi di fichidindia, qui il tipo umano è già assai diverso, siamo nel 12:00 della Sardegna, qui è più piccolo di statura, più chiassoso, e le donne più vivaci, meno chiuse in sé stesse. Il centro minerario e industriale è verso il mare.

Famose da quasi un secolo queste miniere danno lo zinco e il piombo, ma solo con la guerra e negli ultimi anni sono stati introdotti metodi appropriati per le scavo, la selezione e purificazione dei minerali. Un tempo, il lavoro era limitato per la malaria che uccideva le maestranze; inoltre per altre direttive economiche dell’Italia d’allora si preferiva lasciare in abbandono queste nostre ricchezze naturali per fare i nostri acquisti all’estero. Oggi altre sono le direttive, sono stati adottati sistemi di selezione tali da poter avere lo zinco ad un costo che non ci permetterà più di ritornare sui mercati stranieri. Il Belgio e l’Inghilterra favoriti dall’avere il carbone in casa per i lavori di fonderia potevano esibire lo zinco a prezzi tali da impedirne ogni nostra produzione e commercio, ma potuta creare anche in Sardegna l’energia elettrica con gli impianti di Tirso e di Coghinas e adottato il progetto del prof. Cambi, che produce zinco elettrolitico con trattamento diretto, fu risolto l’importante problema.

Miniera di Monteponi (foto di Alex10, Wikimedia Commons)

Questo sistema elettrometallurgico è quello di Broken Hill in Rodesia il solo esistente. In tale modo sono state sfruttate le nostre risorse nazionali qui in quest’isola, colla possibilità di poter dare lavoro ad un notevole numero di operai. Numerosi sono anche gli operai sardi specializzati, e la fiorente Scuola Mineraria di Iglesias fornisce anche il numero necessario di tecnici minerari. Visitando i grandi stabilimenti attigui alle miniere, tra larghe vasche piene di poltiglia rossastra, altri conformi fusorii da cui il piombo colava come un pus, altri ancora in ogni angolo imbevuti di rosso, la sala di elettrolisi o dei filtri, ho visto l’operaio sardo (l’originario pastore) attento al suo gregge di macchine con un tranquillo e vigilante amore. Uno, aperto uno sportello e presa la cazzeruola, ne estrasse liquido e lucente Il piombo come un latte appena munto e lo versò con misurato ritmo su stampi girevoli. Il suo lavoro era sincronizzato col muoversi di questi stampi posti su di una giostra. Quando furono colmi gli chiesi da quanto tempo lavorava in quella fabbrica, e tanto prima di rispondere quanto dopo (erano trent’anni) sorrise come per una cosa da nulla.

Giovanni Comisso

da la Gazzetta del Popolo del 01/01/1937.

Immagine in evidenza: Arborea (foto di Cristiano Cani, Wikimedia Commons)