Giovanni Comisso e i ricordi di un tempo: Gabriele D'Annunzio

Giovanni Comisso e i ricordi di un tempo: Gabriele D’Annunzio

Ho visto D’Annunzio, la prima volta, a Udine, durante la grande guerra, arrivare in piazza con una grossa auto scoperta e mi colpì la sua agilità nel passare dal posto davanti a quello dietro equilibrandosi sui predellini, senza toccare terra. Quella grande guerra aveva bisogno di pubblicità per animare italiani e combattenti, non vi era ancora la radio e la televisione, il cinema saltellava i primi passi, così governo e comando supremo dovevano servirsi dei poeti, degli oratori, dei giornalisti.

Gabriele D’Annunzio c. 1908 (fonte Wikimedia Commons)

D’Annunzio aveva solennizzato la guerra di Libia con dodici canzoni pubblicate sul Corriere della Sera a piena pagina, una alla volta, per iniziativa di Albertini che dirigeva quel giornale da cui dipendeva l’opinione pubblica della nazione. Quel direttore era di casa al comando supremo, tutti i giornalisti erano ospiti accarezzati, bastava un titolo di un articolo, un sottotitolo, per dare rinomanza a un generale più che l’esito effettivo di un’azione. D’Annunzio il quale con ogni parola, uscita come dalla “bocca rotonda del cannone” poteva fermare nella storia un nome o un fatto bellico, era conteso. Si dice che il Re gli fosse andato incontro al cancello della villa, dove abitava al fronte, quando andò a visitarlo. I generali lo guardavano scocciati con vane maldicenze, ma nello stesso tempo lo invitavano alla loro mensa, pronti ad adombrarsi quando egli traeva, maligno, dal taschino un piccolo siluro d’oro, simbolo della sua squadriglia navale, e si divertiva a puntarlo verso qualcuno di loro come per avvertire imminente l’affondamento.

Dopo Udine lo vidi a Roma nel 1919, dove ero andato da Fiume, per frequentare l’università. Mangiavo a una trattoria vicina al Campidoglio, un giorno vidi gente arrivare, si disse che vi era D’Annunzio e doveva tenere un discorso. Al grande davanzale distese una bandiera e giurò sulla spada di Nino Bixio che l’avrebbe sventolata su tutte le città contese della Dalmazia. La bandiera arrivò a toccare l’acqua dell’urna sottostante e poi si risollevò al vento. Dovei ritornare al mio reparto in Fiume, ai primi di settembre arrivò D’Annunzio seguito da migliaia di armati. Fui io ad aprirgli la porta al palazzo del comando. Stanchissimo e febbricitante, salì sulla terrazza, con una forza inattesa prese a parlare, ridistese la bandiera, ricordò che dopo essersi bagnata nell’acqua capitolina si era risollevata, era venuto a Fiume per assicurarla all’Italia seguito da volontari e da tutti i morti della guerra. Così il poeta conquistava la città contesa, la folla delirante e anche me e divenne il mio comandante.

Fiume, D’Annunzio all’alza bandiera italiana, accanto all’ingegnere Carlo Alessandro Conighi, (E. Varutti, Wikimedia Commons)

Ebbi l’incarico delle comunicazioni telefoniche, avevo apparecchi per l’intercettazione e riescii a captare tutte le conversazioni tra i comandi italiani che ci accerchiavano. Una volta intesi un generale dire dalla vicina Sussak a un altro che era al comando di Badoglio che non dovevano fidarsi di D’Annunzio e dei suoi legionari perché erano briganti. Trasmisi subito alla segreteria di D’Annunzio la conversazione e con una successiva avvertii che quel generale sarebbe andato in auto ad Abazia da Badoglio, a una certa ora passando per la strada che fiancheggiava il nostro territorio. D’Annunzio vi mandò un plotone di arditi che gli portarono prigioniero quel generale temerario.

Altra volta riescii a far liberare un nostro aviatore caduto nelle linee governative, trasmettendo a Sussak un fonogramma a firma di Badoglio, che ordinava di consegnarlo ai nostri avamposti. Il mio servizio andava bene, il comandante ne era fiero e chiedeva sempre al suo segretario: “Cosa dice il mio informatore segreto?”. La sera del trucco telefonico volle conoscermi e mi invitò nella trattoria dell’Ornitorinco a mangiare gli scampi con i suoi ufficiali. Rimanevo a guardarlo, stupito per il pallore cereo del suo volto. Come per venire incontro ai miei pensieri mi disse che finita l’impresa di Fiume, avrebbe chiesto al museo Grévin di Parigi la sua statua in cera, perfetta, con pizzetto e monocolo per metterla alla finestra della sua casetta rossa sul Canal Grande, così i gondolieri passando avrebbero detto ai forestieri: “Là abita il poeta, ecco per combinazione sta dietro alla finestra”. Sapeva sempre inventare e meravigliare.

Guido Keller (fonte Wikimedia Commons)

Due miei amici stranieri, uno americano, l’altro belga, dirigevano l‘ufficio affari esteriori ed erano imbarazzati perché il Comandante faceva loro sempre osservazioni di stile nei rapporti sulla stampa che gli inviavano. Specialmente non gli piaceva il doppio genitivo. Allora decisero di assumermi come revisore di quanto scrivevano. Per poco ebbi questo incarico, poi mi legai di amicizia con l’aviatore Guido Keller che si era ritirato dal posto di segretario d’azione del Comandante. Assieme si visse ore beate in una villa del mare e si stabiliva come doveva essere la società futura. Alla fine delle nostre fantasie si mandava lunghe lettere al Comandante, spronandolo a muoversi, e lo si avvertiva che si sarebbe fuggiti in Russia per portargli i cosacchi per impadronirsi di Roma. Infine ci rispose che non poteva stare come noi appollaiato sugli alberi, ma viveva in fiamme per dare la nuova costituzione di Fiume e ci mandò la prima copia in bozze della Carta del Carnaro. Così si rimandò la nostra partenza per la quale già ci si allenava con voli verso Trieste.

Il Comandante voleva che il suo ardito segretario gli ritornasse vicino e per farlo ritornare ideò di rapirgli un’aquila che viveva con noi. Keller infuriato mi mandò con un altro ufficiale a portare un cartello di sfida al Comandante. Lo trovammo nel palazzo che guardava negli occhi l’aquila e rideva della sua domestichezza. Ce la consegnò con un cartiglio appeso al collo dove aveva scritto: “Imperii spes alta futuri”. E il duello non si fece.

L’editore italiano Arnoldo Mondadori e lo scrittore Gabriele D’Annunzio (fonte Wikimedia Commons)

Altra volta si decise con Keller di rapire una donna che si credeva influisse sulle decisioni del Comandante. Proposi di rifare la festa del Castello d’amore che nel medioevo aveva suscitato guerra tra Padova e Venezia, dentro si dovevano mettere le donne a difenderlo comandate da quella che si doveva rapire e i legionari avrebbero dato l’assalto. Si andò dal Comandante a chiedergli l’autorizzazione e gli spiegai di quale festa si trattava. Subito si oppose: “No, no, sembra la mia Francesca da Rimini, poi direbbero che sono il solito D’Annunzio”, e ordinò un’altra festa mezza omerica, mezza cristiana con l’uccisione dei capretti perché si era di Pasqua. Allora noi si decise di fare un giornale e si andò dal Comandante per informarlo. Ci chiese il titolo e io dissi: “Abbiamo scelto il titolo di un giornale che lei voleva fare a Roma, quando era deputato: L’uomo libero di parte Franca. Lo vidi come retrocedere smarrito per il ricordo di un’epoca lontana: “Sì, sì è stata sempre una mia idea: parte franca, parte schiava, ma adesso non è il momento”. Ci promise di collaborare, ma voleva vedere tutte le bozze prima che uscisse. Si sentiva che noi eravamo la parte schiava e ci si ribellò: si diede altro titolo, non gli si fece vedere niente e non lo si volle come collaboratore. Si giocava come giovani semidei sulla trama della storia.

Il Vittoriale degli italiani (foto di Mateus, 2019, Wikimedia Commons)

Dopo Fiume nel 1932 gli mandai alcuni miei libri e mi scrisse una lunga lettera di otto pagine invitandomi al Vittoriale per visitare la tomba del mio amico Keller. Tra l’altro mi scrisse: “Ho dato una scorsa non disattenta a Giorni di guerra e all’altro libro. Ho letto interamente Gente di mare che preferisco. Non lasciare smarrire questa vena ma cerca di esplorarla e di illuminarla sino in fondo”. La lettera era accompagnata da molti doni gentili e terminava con questa sua frase preziosa: “La vecchiezza di un uomo possente è talvolta simile a una pubertà disperata”, e tra parentesi vi metteva il titolo di un mio racconto marino: Donna sul mare, che trattava della esasperazione che dà il navigare.

Giovanni Comisso

da La Nazione del 21/03/1965.

Immagine in evidenza: Picture of Gabriele D’Annunzio – Part. (fonte Wikimedia Commons)