“Giovanni Comisso e le osterie” di Franco Caramanti

Fra i tanti scritti di Comisso è singolare che spesso comincino o si svolgano all’osteria. Dove, ecco, come un teatro di marionette, entrano in scena vari personaggi, a volte tragici, a volte comici ma sempre autentici.

La prima edizione di “Un gatto attraversa la strada” Premio Strega 1955

Il primo racconto che mi sento di prendere in considerazione è L’ostessa maligna , contenuto nell’opera con la quale Comisso vinse il Premio Strega nel 1955 ( Un gatto attraversa la strada). Vi si racconta la storia di una donna maldicente che mette sottosopra una comunità e muore fulminata. In contrapposizione a lei  c’è un uomo timido e sfuggente che, poiché l’ostessa dimentica di mettergli da parte il risotto e la quaglia, senza intenzione maliziosa, scopre la fatalità del suo destino di perdente.

 

La prima edizione d “Gente di mare” (Treves, 1928)

Completamente diversa è l’atmosfera  che si respira ne L’osteria dei pescatori , racconto contenuto nell’opera Gente di mare (1928) dove viene messo a confronto il clima che si vive in inverno, quando i pescatori non lavorano e sono senza soldi, rispetto al periodo primavera/estate/primo autunno, quando , al contrario, l’osteria è piena di vita (soprattutto maschile) e come un crocevia di persone, di viandanti e abitudinari, di sorrisi e sventure, di cibo e di vino.

 

 

 

Attraverso il tempo
( Longanesi 1955)

L’osteria dei tre gradini , contenuta nella raccolta Attraverso il tempo (1968) merita una citazione: “Siamo tristi come tutte le genti annoiate, non vi è domani, non vi è speranza , ma la “trattoria dei tre scalini” vive ed è eterna per un istinto. Vengono i clienti come a un comando e sanno quello che vogliono mangiare: caldo d’inverno, freddo d’estate. Il padrone dà alto il comando come un ordine di battaglia e i camerieri lo trasmettono come dovesse arrivare  agli estremi limiti della vita. Il cuoco prende le padelle necessarie ed esegue. Le fiamme si accendono come venissero da generatori sotterranei, sibilano e urlano mentre mordono la crudezza delle vivande. I mangiatori abituali sono fedeli devoti al ritmo delle preghiere e i camerieri, fedeli e umili sacrestani, ubbidiscono al cuoco e al padrone come sacerdoti. Passano  gli anni e se con essi non passasse la storia, sarebbe difficile accorgersi. Passano le epoche, passano le persone, passano le mode e rimane sempre uguale l’istinto della fame e sempre vi saranno i tre scalini per salire scendere con l’equilibrio di un gioco per coloro che non sono ancora nati”.

 

Nel volume La mia casa di campagna (1968) Comisso raccoglie quelle che lui chiama “le baruffe d’osteria”. Ci sono pezzi esilaranti e pezzi drammatici che rappresentano perfettamente la varietà umana con le sue debolezze e le sue verità.

 

La mia casa di campagna (Longanesi, 1968)

“Sapeva che erano andati nell’osteria a giocare a carte, sicuri di vincere e di farsi pagare dai perdenti mezzo litro di vino e invece erano essi che perdevano e e che dovevano pagare, tra il furore, nelle liti con i compagni inesperti, le bestemmie e i tonfi irati sulla tavola. Sapeva che erano andati alla sagra del villaggio nella speranza di incontrare amici attesi o ragazze sperate per ballare, ma avevano trovato solo polvere, frastuono di musichette, per finire sudati e stanchi come avessero zappato la terra, solitari e delusi”.

Si parla e si scrive di osterie (più di recente si parla di bar sport) con gli amici, di fronte a un buon bicchiere di vino e scopri che un discorso tira l’altro, ti ritrovi a discutere di tutto quanto accade e che non funziona.

Ma è davvero così: osterie, buona cucina, ottimo vino, canzoni, mestieri, tradizioni e cultura, sono legati tra loro più di quanto si possa credere.

Franco Caramanti