Giuseppe Sgarbi, Non chiedere cosa sarà il futuro

Giuseppe Sgarbi, Non chiedere cosa sarà il futuro

Editore: Skira

Padre di Vittorio ed Elisabetta, Giuseppe Sgarbi per quasi mezzo secolo ha esercitato la professione di farmacista. Nel 2014 il suo romanzo d’esordio Lungo l’argine del tempo. Memorie di un farmacista ha vinto il premio Bancarella Opera Prima e il Premio Internazionale Martoglio.
Ora pubblica il suo bilancio della vita e la conclusione che ciò che conta non è fare ma essere.

Sinossi

Giuseppe Sgarbi torna con riflessione sullo scorrere del tempo e dell’esistenza: il bilancio di una vita vissuta con passione e intensità, gli incontri importanti come quelli con Giorgio Bassani e Valerio Zurlini, si fondono a scene sfiorate, immaginate o solo vagheggiate, dando vita a una riflessione lieve e profonda sulla memoria, lo spazio e il senso delle cose.
Giuseppe “Nino” Sgarbi tesse, in un gioco di rimandi fra passato, presente e futuro, i tre elementi che hanno ispirato la sua vita: l’aria – la passione per il volo, la caccia, il cinema; l’acqua – il fiume, la pesca, il mare; il pensiero – i grandi incontri con i libri, la poesia e con personaggi del Novecento spesso riuniti nella sua casa-museo, cenacolo di scrittori, artisti e personalità della cultura.
Prende corpo così una geografia dell’anima e dei luoghi che mette allo scoperto le radici di una storia personale e familiare fusa con quella nazionale: con la guerra in Grecia ed Albania, la disfatta, la fame, i rastrellamenti, e poi la ricostruzione; ma intrisa anche di quella locale: l’alluvione del Polesine e una vita di comunità provinciale, a volte rassicurante, a volte un po’ arrogante e invidiosa.

Ne ha parlato Arturo Stalteri su Radio3 a «Qui comincia».

L’autore racconta la sua vita al programma video Rai «Pane quotidiano».

 

Dicono di lui

Claudio Magris firma la prefazione del suo secondo libro, definendo l’illustre farmacista uno scrittore: «ossia qualcuno che ci fa sentire le cose, ci riporta in mano la loro irripetibile unicità e la familiarità o estraneità col nostro essere».

 

Dicono del libro

Un intervento di Claudio Magris si legge anche sul «Corriere della Sera».

Cristina Benussi scrive su «Il Piccolo»: Giuseppe Sgrarbi «ha saputo vivere trasformazioni epocali mantenendo fermo un decalogo interno che aveva come punto di riferimento il rispetto degli altri e il legame con le proprie tradizioni, vissute non tanto come un dovere, ma come ancora di salvezza per lasciar scatenare fantasia e sensi. La gioia di capire un quadro, la capacità di ascoltare le più diverse musiche, l’ammirazione per l’ordine e l’armonia su cui si fonda la bellezza di una poesia, così come della natura, sono disposizioni d’animo che lo portano a dare lo stesso peso, per quanto riguarda la ricerca della felicità, a forme di godimento estetico legato alla fisicità»