“I rural chic, Dio ce ne scampi”. Matteo Melchiorre contro l’iconoclastia della memoria

Con Storia di alberi e della loro terra Matteo Melchiorre chiude il cerchio di riflessioni e considerazioni attorno al ricordo dell’Alberón, il maestoso olmo centenario che fino a quindici anni fa svettava su una collina nei pressi di Tomo, un piccolo paese arroccato tra le montagne a sud di Feltre.

Nel precedente Requiem per un albero del 2004 lo sradicamento dell’Alberón era stato interpretato come un suicidio, una premonizione del dramma che di lì a poco avrebbe colpito svariati imprenditori del Nord Est, schiacciati dalla crisi.

Il nuovo libro, partendo dal testo del 2004, riprende, con qualche aggiustamento, la storia dell’olmo secolare aggiungendovi il racconto di nuovi alberi, altrettanto significativi nell’esperienza di vita di Melchiorre.

 

L’autore, storico per vocazione e formazione, decide di soffermarsi in special modo sulla dialettica tra radicamento e sradicamento che ha ripercussioni importanti sulla vita di chi, come lui, appartiene alla generazione degli anni Settanta – Ottanta. I nati dell’epoca, a differenza dei loro genitori, si sono trovati, infatti, con le radici scoperte, un terreno più fragile sul quale crescere, le prospettive cambiate.

Il venir meno di un elemento portante della «scenografia» di Tomo, rinvia alla lenta ma inesorabile disgregazione che ha colpito il paese. Dal dopoguerra in poi, infatti, Tomo si è letteralmente spopolata e, uno alla volta, sono andati spegnendosi anche tutti i centri di aggregazione:

In cinquant’anni circa la popolazione si è dimezzata […] C’è un solo bar. Hanno chiuso l’unica bottega e quindi a Tomo non si compra niente […] Per il quotidiano si va a Feltre oppure al bar, contentandosi del «Gazzettino».

Poi è stata chiusa la scuola elementare perché classi da quattro o cinque persone non si potevano sostenere.

 

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La lirica ha sempre avuto un legame profondo con la natura, con gli alberi in particolar modo. Citi La quercia sradicata dal vento di Andrea Zanzotto, ma gli esempi in poesia non si contano: le betulle di Alda Merini, Il glicine di Pasolini, L’agave di Primo Levi… però la mia impressione, Matteo, è che tu preferisca – credo per forma mentis – evitare il più possibile la deriva poetica per quanto riguarda gli alberi, in modo da rimanere su dati storici, scientifici.

 

Più che la deriva poetica, direi la deriva retorica. La poesia è una virtù e non si discute. Poi c’è poesia e poesia, questo è vero, e può esserci anche il pasticcio orrendo della poesia retorica. Quanto ai miei alberi, io ho cercato di tenere assieme due sguardi: da un lato quello, appunto, poetico, che ha a che fare con l’incanto, con l’evocazione, con il fatto che un albero è poetico in sé, e ti tiene lì, stupefatto, in ascolto di qualcosa; dall’altro lato lo sguardo, mi verrebbe da dire, “materialista”, che ha a che fare invece con il disincanto e con lo sguardo della gente che con gli alberi ha a che fare in forma pratica, boscaioli ad esempio, falegnami; e, in un certo senso, anche gli storici, dal momento che nei documenti si trovano molte e intelligenti cose riguardo agli alberi.

 

E poi c’è questa faccenda, che in fondo è la trama del nuovo libro, una faccenda tutto sommato individuale, per cui ci sono sempre stati degli alberi a segnare svolte nella mia vita. Pioppi, tigli, ippocastani, bagolari, farnie. Sempre questi alberi in mezzo ai piedi, ora piacevolmente ora meno, che ci invitano, nel nostro tempo così votato al movimento a oltranza, a trovare un equilibrio tra radicamento e sradicamento.

 

 

Nel libro si avverte tutto il tuo risentimento nei confronti di quei cittadini – rural chic, li chiami – che hanno scoperto tardivamente l’amore per la natura e gli alberi, caricandoli un po’ a caso di simboli mitologici o pseudo religiosi, etc. Si tratta solo di moda, secondo te, o in questo ritrovato interesse per la natura risiede anche qualcosa di autentico?

 

Penso che vadano fatti dei distinguo. Anche qui, la chiave di tutto è l’approccio. Se non c’è retorica, ben venga il ritorno alla natura. Se c’è retorica, allora non è niente di buono. È un abito indossato per darsi uno stile. Come scegliere di indossare una scarpa lucida o una scarpa da trekking. In questo mio malessere nei confronti di molti “riscopritori” della natura c’è forse il muso duro, un pelo cocciuto e intransigente, tipico di chi ha sempre cercato, con umiltà e riservatezza, di coltivare il rapporto con la natura semplicemente come pratica quotidiana. Mi viene in mente una delle mie frasi di riferimento, a questo proposito

 

Guarda caso, Comisso. Scrisse che la vita di campagna “bisogna subirla”.

A me pare la formulazione più esatta del mondo. Quando la luna è giusta, bisogna tagliare gli alberi. Quando il tempo gira, bisogna mettere via il fieno. Quando arriva non so che uccello che fa un certo verso che io riconosco benissimo, è ora di potare.

I rural chic, dio ce ne liberi, non hanno quest’approccio riservato e umile. Seguono una corrente del momento, una tendenza slow che oggigiorno dà un tono rispettabile ed è spendibilissima sul mercato.

 

 

Hai scritto che lo spopolamento di Tomo ha preservato «memoria, identità e paesaggio». Ma un centro che ha perso gran parte della propria comunità, e che fatica ad arricchirsi di nuovi membri, come può aver mantenuto intatta la propria identità?

 

È un’idea un po’ stramba, non è vero? Eppure la penso così. La base di tutto è il paesaggio. La cosa si può facilmente constatare. Prendiamo uno qualsiasi tra le centinaia di paesi, veneti o non veneti, che sono stati “baciati” negli anni Sessanta-Novanta dal cosiddetto “sviluppo”. Vecchi palazzi demoliti per tirare su obbrobri assortiti. Strade tracciate senza logica qua e là.

E poi questa spaventosa iconoclastia della memoria: via tutto, disintegrare un rapporto con il paesaggio costruito nel corso dei secoli; mandare a farsi benedire un patrimonio di cose piccole e cose grandi; la famelica etica dell’affermazione economica che tutto inghiottisce.

Anche a non essere ecologisti, dico, i paesi che si sono sviluppati hanno perso il senso della propria identità e questo è avvenuto, ovviamente, mentre le preposte istituzioni e la cultura dominante si facevano portavoce di iniziative molto dubbie per la “valorizzazione delle nostre tradizioni”. E invece, a Tomo come in altri paesi non raggiunti, forse per caso, da questa travolgente idea di progresso, la memoria e il paesaggio si sono conservati e sono ancora qui a parlarci e a porci domande utilissime.

 

 

Mi ha colpito la tua passione per la falegnameria, intesa come di desiderio di creare oggetti «che abbiano una pratica utilità e che al contempo raccontino qualcosa».

 

Già. Questa è davvero una lunga storia, cui nel libro ho sentito il bisogno di dedicare un capitolo piuttosto denso. Ognuno di noi, bene o male, è figlio della formazione che ha incontrato. Per quanto mi riguarda, tra un dottorato e un assegno di ricerca, tra ore in archivio e impegni universitari, tra articoli scientifici e scrittura narrativa, una cosa è sempre rimasta la mia bussola: le mani, la manualità. E così è finita che mi sono costruito, fin da bambino, questa passione per la falegnameria. Ho frequentato falegnami con la stessa devozione con cui ho frequentato ordinari di Storia economica.

 

Ultimamente mi è venuta questa idea di collegare legno e narrazione.

L’altro giorno, ad esempio, ho costruito per una signora un tavolino fatto in questo modo: come pianale, un vecchio cassetto pieno di caratteri mobili incisi nel legno, sporchi di inchiostro, preso da una gloriosa tipografia del XIX secolo andata in fallimento; come piedi del tavolino, invece, ho usato uno straordinario legno di larice che veniva da mobilia dismessa di una distilleria degli anni Cinquanta. Perciò, in questo oggetto che ha una pratica utilità, c’è dentro una narrazione potente, una storia che si perpetua nella materia lignea. E poi ci sono le lampade, fatte magari con un corniolo della Val Morel di Buzzati. O una cucina con un legno di pioppo che è quel pioppo di cui scrivo nel libro.

Cose così: fare degli oggetti narrativi. Le persone che prendono queste mie mattane lignee sono molto felici di avere, ad esempio, una lampada che fa luce e che racconta una storia. Anche a questo servono gli alberi.

 

 

Il tuo libro è difficilmente ascrivibile a un genere preciso. Quali sono le tue fonti d’ispirazione?

 

È un problema che mi tiro dietro. Penso che Storia di alberi sia un romanzo, così come il precedente La via di Schenèr. Il romanzo nel senso classico del termine è morto e sepolto, dicono alcuni studiosi di letteratura. Non è ormai che un settore di mercato. Nel mio modo di vedere la funzione della scrittura, la storia, il contenuto, viene prima del genere. Serve avere qualcosa di vero e franco da raccontare e aver accettato, con pazienza infinita, i tempi lunghi dell’educazione letteraria. Dico avere buoni esempi, buone letture, per imparare le tecniche giuste, l’umiltà necessaria a chiunque voglia raccontare qualcosa al prossimo, qualche trucco del mestiere. Su questa base, il genere diventa secondario.

Le fonti d’ispirazione? L’elenco potrebbe essere molto lungo. I racconti orali di certi nostri vecchi, che sapevano raccontare con ritmo e competenza.

Tucidide, La guerra del Peloponneso. Cechov, sempre e su tutti. Meneghello. Di Comisso ho già detto. E aggiungerei senz’altro Sebald. Ma anche Robert Walser. E sicuramente, gli archivi, che conservano storie più sorprendenti di ogni invenzione romanzata.

 

 

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Ho 36 anni. Vivo tra Tomo e Feltre. Storico di formazione e, al momento, di professione. Studioso di tardomedioevo, mi interesso dei secoli XIV e XV; sforo ogni tanto nel XVI. Pazienza. Svolgo e ho svolto attività di ricerca presso vari atenei (Udine, Venezia Ca’ Foscari, IUAV). Dal punto di vista degli interessi scientifici, frequento principalmente archivi, per confrontarmi con vita concreta, tangibile. Poi: scrivo testi “narrativi”, ma non è una professione. Secondo alcuni, per questo, perché scrivo narrativa, sono uno storico recalcitrante. Secondo altri, viceversa, perché mi occupo di storia, sono uno scrittore recalcitrante. Io so meno degli altri quale delle due definizioni funzioni meglio. Boh. Forse tutte e due. Nella mia idea, storia e scrittura narrativa sarebbero un tutt’uno, come ho cercato di dimostrare nel mio libro forse più diffuso (La via di Schenèr. Un’esplorazione storica nelle Alpi, Marsilio 2016). Dal punto di vista “etico-esistenziale”, che pure avrebbe un peso in un profilo biografico, ho ancora meno certezze. Quello che c’era da dire a questo proposito l’ho scritto in Storia di alberi e della loro terra. Diciamo, al nocciolo, che sono uno che starà bene dove sta (margini del regno, provincia, montagna/campagna, piccole città) se il futuro gli darà modo di stare dove sta.