“Vita d’ospedale” di Giovanni Comisso

Qualcuno di voi si sentirà particolarmente coinvolto dalle  parole di Comisso che ricorda le proprie esperienze di ricovero in ospedale dapprima in tempo di guerra, poi in tempo di pace.

“gli ospedali, come il carcere, come i cimiteri, come i manicomi, sono voluti dall’uomo (e che) è inutile affliggersi per la loro presenza: bisogna accettarli.”

E poiché  per quanti progressi si facciano nella scienza, quegli angoli rimangono eternamente uguali, sia in pace che in guerra. Bisogna quindi affidarsi alle possibilità del caso o della inventiva per trovare un argomento che ci renda allegri.

Niente di meglio della visita di un amico, una parola di conforto, una battuta per rendere meno penosa la degenza ospedaliera.

Un Augurio per un anno migliore quindi a tutti i nostri amici, ed un abbraccio ideale a chi in questo momento ne ha particolarmente bisogno.

 

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“Per raccogliere i miei ricordi di una vita d’ospedale, bisogna risalire al tempo della grande guerra. Prima, solo i poveri che non avevano una casa per essere ospitati e qualche familiare per curarli, andavano all’ospedale; ora, se uno si ammala, le cure devono essere così assidue e complicate che è necessario affidarlo a gente specializzata e organizzata.

Oggi, andare all’ospedale, se si sta male, è come per una macchina andare dal meccanico speciale per il guasto subìto.

Ricordo, nel 1916, un ospedale alla periferia di Udine dove venni ricoverato per esaurimento nel fare solo un anno di guerra e non mi bastavano le medicine private a base di fosfati, di ferro e di arsenico, che mi spedivano da casa, come fossi un topo o un terreno infecondo. I soldati che venivano scaricati dalle autoambulanze, erano smemorati e intontiti, mentre gli scritturali compilavano le schede: non sapevano quando erano nati, né il nome della loro madre. « Nunsaccio » rispondevano, sempre con un senso di rassegnazione e di protesta.

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Sembravano bestie portate via dal macello. Molti avevano l’itterizia, ma se l’erano procurata mangiando polvere pirica tolta alle cartucce. Venivano riconosciuti nella loro lesione e passati ad altra sala che avrebbe preceduto quella del tribunale, ma intanto avevano evitato un’offensiva imminente.

Nelle soste di quelle ore pregne di noia, di fatalismo, di incoscienza, giocavano a tombola.

I numeri estratti scandivano il tempo e nel tono dei  dialetti risultavano vicine le più lontane regioni d’Italia. Le montagne viste dalle terrazze di quell’ospedale segnavano il confine orientale che si faceva cupo sotto il cielo tempestoso e in quella guerra senza fine.

 

Gioco della tombola

 

Altro ospedale fu più tardi. nella pianura veneta, in una casa di campagna con ammalati divenuti neri come di altra razza. Erano soldati che avevano preso , il tifo nelle trincee del Grappa e fu una sorpresa vedere  che venivano fatte a loro iniezioni di grandi di fiale, come se avessero perduto tutto il sangue. L’ospedale era circondato di un verde campestre e vibrante, che risanava dopo lunghi mesi dl montagne invernali, e aveva vicino una chiesa che sembra va tutta d’oro.

Poi venne altro ospedaletto, nel sotterraneo di una casa lungo la strada maggiore per dove passavano i soldati francesi, vestiti di violetta, e ritornavano nella loro patria per una grande offensiva che doveva cambiare la testa al nemico comune e la voce delle storia. Erano allegri e sicuri della vittoria. La guerra stava per finire e la fine mi prese assieme alla febbre spagnuola, alle porte di Udine liberata. Così ritornai in quello stesso ospedale della periferia.

 

Non vi era più guerra, il Presidente americano era sbarcato in Europa, tutta la vita futura sembrava sospesa alla sua parola, si mescolavano i popoli secondo il suo gusto e si disponeva dei confini come gli sembrava, noi sopravvissuti avevamo fame, sembrava che tutti dovessero morire per quella febbre. In un magazzino trovai una vecchia spada e per la rabbia la scagliai trafiggendo una porta. Dalla solita suora pietosa ebbi una torta di castagne e di cioccolata con tanto zucchero.

Traducevo Orazio in Veneto e si aspettava di uscire verso la nuova vita. In un mattino radioso lasciai quell’ospedale come fosse un porto dal quale incominciavo una navigazione lontana. Ero stato vicino a morire e avevo un’energia irruente verso la vita futura.

 

I quattro grandi alla Conferenza di pace di Parigi (da sinistra a destra Lloyd George, Vittorio Emanuele Orlando, Georges Clemenceau, Woodrow Wilson)

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Da allora non ho avuto mai occasione di entrare in un ospedale, altro che per visitare amici che vi erano degenti e mi facevano pena. Avevo scritto nei miei libri che gli ospedali, come il carcere, come i cimiteri, come i manicomi, sono voluti dall’uomo e che è inutile affliggersi per la loro presenza: bisogna accettarli. Qualcosa di triste, di sconsolato e di irrimediabile, si ritrova in certi angoli di quegli stessi cortili dove il vento si raccoglie a turbinare al sole. Per quanti progressi si facciano nella scienza, quegli angoli rimangono eternamente uguali, sia in pace che in guerra. Bisogna quindi affidarsi alle possibilità del caso o della inventiva per trovare un argomento che ci renda allegri.

Di recente sono stato costretto a ricorrere a un ospedale per  cure che non potevo avere a casa. Tutto era regolare e prestabilito. Alle ore più impensabili della notte venivano infermieri a dare una pillola o a fare una iniezione.

 

Ad altre ore venivano medici attenti che scrutavano con strani apparecchi i battiti delle arterie o con altri, inventati dalla scienza rinnovata, le reazioni del cervello; ma la cucina aveva sempre lo stesso sapore, come gli angoli dei cortili avevano sempre lo stesso aspetto triste e desolato. Un giorno un mio vecchio amico venne a trovarmi, ma, sbagliata la porta della stanza, si trovò di fronte a un altro ammalato disteso affannosamente su di un lettino. Credette che il male mi avesse così alterato da sembrare un altro e lo chiamò affettuoso con il mio nome ricordando la vita vissuta assieme. Quell’ammalato rimaneva sempre più assorto e stupefatto per questa visita che non attendeva. Infine il mio amico fu ancora così in equilibrio da accorgersi che non ero io e, salutando quell’ammalato e chiedendo scusa, si dileguò riescendo infine a trovare la mia stanza, dove lo attendevo. Posso dire che lo sbaglio del mio amico fu tanto divertente da sostenermi nella mia vita attuale d’ospedale per tutto il tempo che vi fui degente.”

Giovanni Comisso

Il Gazzettino 5 giugno 1966