Il soliloquio di Amleto. Qualche notazione di Sergio Perosa

IL SOLILOQUIO DI AMLETO

 

Essere o non essere, questo è il quesito:

se sia più nobile soffrire interiormente

i colpi e i dardi dell’oltraggiosa fortuna,

o insorgere contro la marea dei mali,

e opponendo resistenza porvi fine.

Morire… dormire, null’altro; e dire

che con un sonno si troncano gli affanni

e i mille impatti naturali che sono

retaggio della carne, è un compimento

da desiderare devotamente. Morire,

dormire; dormire… magari sognare…

Ah, lì è l’intoppo: perché quali sogni

possano arrivare nel sonno della morte,

una volta spogliati del viluppo mortale,

ci fa esitare – ed è questa cautela

che rende la calamità di lunga vita.

Perché chi mai subirebbe le sferzate

e il disprezzo del mondo, i torti

dell’oppressore, le contumelie

degli arroganti, le pene dell’amore

disdegnato, i ritardi della legge,

l’insolenza dei potenti, e le ripulse

inflitte al merito paziente dagli inetti,

quando da sé potrebbe dar quietanza

con un pugnale? Chi sudando e gemendo

porterebbe il peso d’una vita di stenti,

non fosse che il timore di qualcosa

dopo la morte, la terra inesplorata

dai cui confini nessuno mai ritorna,

sgomenta la volontà e ci fa sopportare

i nostri mali, piuttosto che incorrere

in altri che non conosciamo?  Così

la coscienza ci rende tutti codardi,

e il color proprio della risolutezza

sbiadisce al pallido riflesso del pensiero,

e imprese di gran valore e altezza

in questo modo deviano il loro corso

e perdono la qualifica d’azione. Piano,

la bella Ofelia!  – Ninfa, nelle tue orazioni

vengan ricordati tutti i miei peccati.

 

William Shakespeare

 

Qualche notazione (un’annotazione esaustiva richiederebbe una risma di carta).

Come mi rammenta l’amico e collega Angelo Righetti, il Soliloquio è pieno di trappole, trabocchetti, insidie e ambivalenze, stratificazioni e livelli linguistici divergenti, zeppo di parole usate da Shakespeare una sola volta – o pochissime altre volte –,  due coniate qui, che sono spesso un conglomerato di significati diversi, contrastanti o elusivi, un verbo usato come sostantivo e simili, metafore fortemente ‘mischiate’ (mixed metaphors),  che cominciano in un modo e finiscono in un altro.

Quindi, nei particolari: quesito, il termine usato per le dispute filosofiche, giuridiche o retoriche (quaestio), che dà anche un buon puntello di allitterazione all’inizio; interiormente congloba i possibili significati di in the mind: nella mente, nell’animo, nello spirito, nel cuore;  colpi (slings)  della fortuna sono propriamente ‘fiondate’– ma chi lo userebbe oggi in scena?

 

 

insorgere (take arms) meglio di ‘prender l’armi’, ‘armarsi’, ‘all’armi all’armi’, per di più contro il mare (ma lo fanno gli eroi celtici, notevolmente Cuchulain, anche nella poesia di W.B. Yeats); marea per sea of troubles evita la stereotipo ‘mare di guai’, già tale all’epoca di Shakespeare; opponendo resistenza (opposing) non è necessariamente inteso con successo: il ‘por fine ai mali’ avviene anche uscendone soccombenti.

Benché giustamente triste, melanconico, vestito di nero per il lutto e lo sfregio subiti, Amleto è Principe del sangue, primo in una possibile successione al trono e tale proclamato nel dramma, dove è detto con ammirazione courtier, scholar, soldier – personaggio di corte, studente e studioso, ma anche uno che si tiene fisicamente in forma, si allena ed è provetto schermitore, come dimostra nel duello finale dove sfoggia  bravura pur soccombendo al duplice tradimento:

onde lo vedo bene dichiarare una ‘opposizione’ anche nel Soliloquio e aver poco da spartire con adolescenti titubanti, giovani arrabbiati e intellettuali scontenti che vorrebbero identificarsi (?) con lui, che è privo invece di sdilinquimenti (seppur  ne mostri nella pur brillante resa cinematografica di Laurence Olivier).

 

Amleto, principe di Danimarca, da un dipinto di Kaufmann del 1789

 

Impatti per shocks è rischioso e moderno, ma rischio; compimento cerca di adeguarsi a consummation,che richiama il consummatum est del Vangelo di San Giovanni (19, 30: It is finished  nella ‘Authorized Version’ del 1611, ‘Ogni cosa è compiuta’ in quella di Giovanni Diodati, 1607, ‘tutto è compiuto’ in quelle correnti)ma ha il duplice significato di conclusione, fine, e di estinzione, annientamento, morte (usato in questa accezione in Cymbeline, IV, ii, 280; nella traduzione coeva dei Saggi di Montaigne, John Florio usa consummation of one’s being per aneantissement  de nostre estre,Libro III, cap. XII); al limite, ‘trapasso’.

Intoppo (rub)  –   tanto per ricadere sulla terra  –  è l’ostacolo per la palla che rotola nel gioco delle bocce; viluppo (coil) si presume ad un tempo la spira del corpo mortale e il groviglio, l’intrico della vita terrena; fa esitare (give pause) perché dà da pensare, fa riflettere,e così ci arresta, ci blocca; cautela (respect) che segue è forse il ‘farsi riguardo’ (come dicono i veneti), comunque l’esitazione per il sospetto e il dubbio sul dopo-morte, che impedendoci il suicidio fa durare a lungo le calamità della vita.

 

Michel de Montaigne

 

Dar quietanza traduce letteralmente quietus make, la formula commerciale del tempo per ‘saldare il conto’, ‘pagato’ – ma ritiene una parvenza del senso di ‘quiete [o requiem] eterna’ (benché nel Soliloquio Shakespeare non parli mai di eternità, né vi sia alcun riferimento religioso).

Ripulse (per spurns, usato qui per la prima volta come sostantivo) sono propriamente i ‘calci’ che si danno per esempio ai cani molesti per scacciarli via, e per traslato ‘umiliazioni’; inetti o incapaci per unworthy (‘indegni’) evita l’eccessiva presenza di ‘disprezzo’, ‘disdegno’ nella lunga elencazione. Nessuno mai: tralascio traveller, viandante o viaggiatore dell’originale, che ci fa scambiare il morto per uno che va a esplorare l’aldilà, e inserisco mai per completare il verso e calcare il senso di ineluttabilità: ma lo spettro del padre di Amleto era pur tornato sulla terra all’inizio del dramma…

Sgomenta la volontà: puzzles the will è più che ‘la rende perplessa’, la scombussola, mina, blocca, al limite paralizza;uso ‘coscienza’ per conscience sebbene in primo luogo indichi la consapevolezza, la cognizione, la considerazione del rischio di ‘sognare’ che ci attende dopo morti, perché ormai è frase proverbiale detta così; il ‘color proprio’ (native) della risolutezza (o decisione) viene offuscato, illividito e sbiadisce a contatto con la ‘tinta’ che fa impallidire del pensiero, ossia della riflessione, che secondo il Soliloquio ci crea tutti i problemi suddetti – ma c’è chi intende cast come ‘cera’, ‘modello di cera’ (del pensiero):  ho preferito un generico ‘riflesso’, che richiama la riflessione.

 

Dante Alighieri

 

Poi la metafora, già contorta, va per la tangente, le alte imprese deviano dal loro corso come fiumi, e ‘perdono il nome d’azione’ – a cui preferisco il più duro ma più adatto termine ‘qualifica’. (Diceva icasticamente Dante stesso di sé: ‘pensando, consumai la impresa / Che fu nel cominciar cotanto tosta’, Inferno, II, 41-42).

‘Piano’ per Soft you now vale zitto, smetti di parlare adesso, aspetta, ma anche bada, attento, fa’ attenzione: il Soliloquio si chiude propriamente conl’arrivo di Ofelia, che tronca la riflessione solitaria e riporta il dramma alla sua sostanza di lotta terrena nel crudele séguito in cui Amleto strapazza a morte la giovane innocente e finirà per uccidere Polonio.

– La scena a metà tragedia (III, i) è, come spesso in Shakespeare, di svolta ed avvia al prolungato e  rovinoso dénouement.

 

John Everett Millais, Ophelia

 

Le ormai centinaia e centinaia di critici ed esegeti di questo Soliloquio si dividono fra chi lo considera un dibattito (interiore o meno) sul suicidio mai nominato come tale, ma solo richiamato ipoteticamente e per metafora, e chi lo ritiene invece una meditazione (espositiva o meno) sulla vita e sulla morte senza nessuna interferenza di anelito al suicidio personale – che pure viene menzionato all’inizio del dramma (I, ii, 132, self-slaughter), ricordandone con rammarico l’interdetto divino, là ma non qui.

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© Sergio Perosa

 

Sergio Perosa è professore emerito di Lingua e letteratura anglo-americana all’Università di Venezia, dov’è stato anche Preside della Facoltà di Lingue e letterature straniere. Dal 1969 collaboratore del «Corriere della Sera». Già Presidente dell’Ateneo Veneto, ha diretto gli «Annali di Ca’ Foscari», la «Rivista di Studi Anglo-Americani» e co-diretto il «Tutto Shakespeare» bilingue edito da Garzanti. Ha curato edizioni e traduzioni di W. Shakespeare, H. James, H. Melville e altri e il Meridiano Mondadori di V. Woolf nel 1978. Annovera numerose pubblicazioni sia in inglese che in italiano, tra cui antologie di riferimento per la    narrativa e il teatro americani.