Giovanni Comisso. Ladri di polli

Ladri di polli

Esiste nella vita di campagna un profondo mistero che non viene mai svelato; è il mistero dei ladri di polli. Questi ladri sono sempre minutamente informati dove i contadini tengono raccolti i loro preziosi polli, quante siano le porte e di quale specie le serrature da scassinare, se invece le inferriate siano traballanti e facili da divellere; ma più ancora sono sempre sapientemente illuminati circa il tempo per compiere con sicurezza l’impresa. Questa loro sapienza non ha non solo rapporti umani, ma persino astronomici.

Sanno che per riescire bene bisogna che le notti siano ancora lunghe, quindi l’estate con le sue notti fuggevoli è una stagione nefasta alle loro imprese. Sanno ancora che quelle notti devono essere oscure di luna o, se sono in periodo di luna, occorre sapere verso quale ora essa compaia dal cielo.

I rapporti umani della loro sapienza consistono nel sapere in quali notti e verso quale ora i contadini sono più profondamente immersi nel sonno. E le notti più propizie sono quelle di aprile nel quale mese incominciano i primi lavori, i contadini di aratura sono assai più stanchi e anche perché in questo mese è dolce il dormire.

La preparazione di certe imprese da parte di questi ladri è così precisa che immancabilmente riescono benissimo senza che siano mai scoperti durante l’operazione e mai scoperti dopo eseguita. Le loro informazioni sono sempre esattissime, l’ora scelta è sempre la più opportuna.

L’altra notte era una delle più fauste per poter rubare i polli al contadino vicino alla mia casa; la notte era ancora lunga. Era una notte di aprile con una luna ridotta a un quarto, che sarebbe tramontata presto; i contadini avevano lavorato tutto il giorno a portare fuori il letame, ad arare e a seminare il granone. Sembrava fosse stata scelta anche in rapporto a me che fino a tardi ero rimasto sveglio a leggere, ma ad ogni modo l’impresa andò male e proprio per causa mia.

Ladri di polli in tempi recenti… (da La Domenica del Corriere, disegno di Walter Molino, 1958)

Verso il colmo della notte mi svegliai come al rumore di un tarlo, di un tarlo che non lavorava nel legno, ma nel muro della casa. Intesi piccoli e rapidi colpi sul muro esterno della casa, come se venisse battuto uno scalpello per divellere un mattone alla volta.

Accesi subito la luce, rimasi in ascolto e subito i colpi si fermarono. Rispensi la luce e dopo poco i colpi ripresero come prima. Allora decisamente mi alzai, senza accendere la luce, e con lentezza socchiusi l’imposta. Una piccola luna stava bassa all’orizzonte, mezzo coperta dalle nuvole nel grande silenzio della campagna appena incrinato dal canto di qualche uccello notturno. Non un cane abbaiava. Non si sentiva dalla grande strada alcun passaggio di autocarri, nessun altro rumore oltre il flebile lavoro di quell’uccello.

Allo stridere dell’imposta si era anche subito taciuto il rumore di scalpello battuto sul muro. Andai verso l’abitazione del contadino e, battendogli alla porta, dapprima si svegliò sua moglie e poi anche lui. Venne dalla parte del granaio, sbalordito come un burattino, mentre ancora si assestava il vestito, e gli spiegai che avevo sentito un rumore sul muro. Ritornò nella stanza a prendere la pistola e ci mettemmo a spiare dalle imposte socchiuse. La campagna era sempre veramente assopita nel grande silenzio tra il barlume della luna che se ne andava.

Nè da una parte nè dall’altra della casa si vedeva ombra di persona, quando la moglie ci richiamò dicendo che aveva inteso un fischio giù nel cortile e poco dopo verso i campi si intendeva un colpo di pistola spegnersi nel silenzio. I ladri, accortisi del nostro risveglio nella casa, dovevano essersi dati alla fuga e per salvarsi da un supposto inseguimento avevano sparato quel colpo. Allora il contadino volle sparare anche lui, fiero della sua pistola; disse che avrebbe sparato due colpi dalla finestra in direzione della campagna. Stavo in attesa da un’altra finestra, spiando se qualcuno fuggisse agli spari e siccome questi si susseguivano fiochi, talmente fiochi che sembravano sparati da un fuciletto da bambino, neanche l’uccello lamentoso si tacque in allarme. Non vi era più altro da fare che ritornarcene a letto. Quella notte, per i sapienti ladri di polli impresa non era andata bene.

Ma quando ritornai nel mio letto non mi fu subito facile riprendere di sonno dal quale ero emerso. Da principio pensai a quell’immenso silenzio della terra nella notte. Addormentati gli uomini, quella terra è ritornata come al tempo in cui era stata abitata, come nella preistoria quando appena qualche nucleo stava sulle pendici delle colline vulcaniche isolate sulla pianura selvosa e intrisa di paludi. Poi lentamente prima gli Etruschi, poi Romani erano penetrati in quella pianura stendendo le prime strade, fondando le prime città, le prime colonie agricole, liberando la terra dalle selve che subito si era rivelata feconda. Non erano ancora cento anni che le ferrovie si erano accompagnate a quelle strade e che le città venivano illuminate durante la notte. La storia di questo mondo era un ridicolo episodio. Quei fiochi colpi di pistola mi fecero pensare che uno scoccare di due frecce al tempo delle selve avrebbe fatto maggiore rumore.

I secoli della preistoria mi erano stati riportati vicini dal silenzio di quella notte. Ma poi ricordandomi del ladro che voleva rodere come un tarlo le pietre del muro per andare a rubare i polli del contadino, cercai di pensare quale altra cosa preziosa avrebbe potuto rubare anche a me. Tutte le cose che avevo con me nella mia casa e che alla luce del giorno consideravo per una ragione o per l’altra di un certo valore, nel silenzio di quella notte, venute dal mio sonno, come da un altro mondo, dove mi fossi trovato dopo la mia morte, non riescivano ad avere più alcun valore.

Dormiva forse ancora il mio corpo, sebbene il pensiero era sveglio. Le tenebre in silenzio tenevano il mio corpo come distaccato da me nel mondo del nulla.

Quel poco denaro, pur poco, piegato in una tasca della mia giubba non era neanche carta. o se era di carta, non riuscivo a capirne la differenza da quella di un giornale. Un gioiello d’oro con brillante, che alla luce del sole avevo visto scintillare come una goccia di rugiada, mi risultava assurdo che potesse avere un valore diverso da un altro metallo e da un’altra pietra. I quadri appesi alle pareti e che durante il giorno mi piaceva guardare e a cui attribuivo tutto un valore, nel crescere delle mie emozioni, in quella notte con la luna già tramontata, mi risultavano informi. I miei vestiti, le mie scarpe, le mie stoviglie, i miei libri, tutto quello che avevo era lontano da me, inutile a me, privo di qualsiasi valore e pensavo che nessun ladro avrebbe potuto meditare di rubarle.

In tutta la casa, la sola cosa di valore, in quella notte della preistoria, erano ancora e soltanto i polli del contadino.

Giovanni Comisso

Pubblicato nel quotidiano “Il Tempo” il 30 aprile 1951

Immagine in evidenza: “Chicken”, foto di Alvesgaspar, Wikimedia Commons