“Martini è infinito”. Il giovane scultore nei “Taccuini” di Giovanni Comisso

Con Comisso ci eravamo conosciuti fuggevolmente, sebbene io avessi studiato a Treviso, perché i suoi erano gente severa e non lasciavano che egli frequentasse troppo la compagnia di Arturo Martini, Giorgio Zamberlan, Bepi Fabiano, Gino Rossi e di altri giovani artisti con i quali battevo i mauvais lieux della città in simbiosi con biscazzieri, sciantose, dissoluti e peggio”così Tito Spagnol ricorda il periodo trascorso a Treviso a pochi mesi dallo scoppio del primo conflitto bellico. Periodo di gran fermento politico ed artistico, ben ricostruito da Luigi Urettini nel saggio “Il giovane Arturo Martini nei taccuini di Giovanni Comisso (1913-1914) ( in Terra d’Este, 1996 anno 6- numero 11 ).

1913. Immaginatevi il giovane Comisso, “timido liceale”, frequentare lo studio di Neva Garatti, dove si discute di “arte, poesia, letteratura, filosofia, politica”. E’  lì che “sente parlare per la prima volta di Nietzche, Whitman, Dostojewski, Wilde, Rimbaud, Leopardi”.

E’ lì che incontra e si confronta con Arturo Martini “il mio maestro, il fratello maggiore, il compagno più esperto che dissipava le nebbie che ancora mi avvolgevano nella mia giovinezza “( Comisso nella sua Introduzione alle Lettere di Arturo Martini)

E’ lì che si ritrovano i giovani repubblicani discutendo di un possibile intervento in guerra dell’Italia.

E’ in questi mesi che Comisso inizia ad annotare su dei “piccoli taccuini i suoi pensieri, spesso confusi e dalla sintassi ancora incerta”.

Leggiamoli insieme.

Aldo Sebelin, Arturo Malossi, Arturo Martini, Bepi Fabiano un ragazzo non identificato, Antonio Sirena. (Immagine tratta da Il giovane Arturo Martini, opere dal 1905 al 1921, catalogo della mostra del Museo Civico Luigi Bailo di Treviso, 15 ottobre 1989 – 10 gennaio 1990, Roma, De Luca Edizioni d’Arte, p. 171).

 

“Ho visitato un artista ma più del suo genio più della sua arte più delle sue creazioni mi piacque, mi interessò e mi colpì la forza che la sua vecchia madre gli infondeva, lo spirito la vita, la volontà che ella ben sapeva con divino estro infondergli”. (Taccuino” Autunno 1913″, foglio n. 23)

“Martini è un eroe. Egli è capace di creare meglio di un Previati o di un Bistolfi che al giorno d’oggi sono diffusi e pagati, ed egli si sacrifica non importandogli né del denaro, né degli elogi per fare un’ arte che è primitiva e della quale egli è certo che in avvenire sarà dispensatore fra la gente convertita. lo lo stimo per il suo valore di aver creato cose che egli à già spazzate, spezzate, per lasciar posto a dei pupazzi.

La Prostituta, terracotta dipinta, 1909-1913, Venezia, Galleria internazionale d’arte moderna di Ca’ Pesaro

Egli si dice felice, ma adesso perché ha la gran ricchezza di esser giovane e sano, ma quando non lo sarà più, allora si suiciderà e allora egli sarà una bestia. La sua arte-pupazzo non potrà trionfare sul mondo giacché il mondo in superiorità è ignorante” e resterà sempre, e questo non si contenta altro che di cose che siano naturali. Mentre dinanzi a dei lavori (sculture) che egli si sente in forza di fare perché crede di essere superiore a ciò che fanno gli altri, resta ridente come davanti a una stupidaggine. Con tutto ciò io considero per la sua concezione alta del genere umano, di se stesso, della vita, lo considero un GENIO.” (Taccuino “Inverno 1913”, fogli n. 9 e 10).

“Il Martini dice essere grande il suo pensiero quando si trova fra la folla, di sentirsi superiore a tutta quella massa, di sentirsi un genio e di sentire quelli degli idioti. Sì, è grande il pensiero per Martini, ma credo che egli non abbia troppo vissuto accanto a questi idioti che pur ànno un animo. Se egli avesse vissuto come io ho vissuto, vedrebbe che non grande è la differenza tra il genio e l’idiota; poche idee di più, è il resto uguale e forse più splendido o superiore nell’idiota. Idiota, o l’uomo in genere, à tali cose celate che chi che non le osserva crede manchino in esso, ma l’osservatore le vede e dice che pure l’idiota le à.” (Taccuino “Inverno 1913”, foglio n. 11).

Fanciulla piena d’amore, maiolica dorata, 1913, Venezia, Galleria internazionale d’arte moderna di Ca’ Pesaro

“Il pittore mi mostrò la sua tavolozza: ‘è vecchia assai ma è così buona che mi sembra giovine, vedi si “accartoccia” già, ma non ha una screpolatura e poi ha così assorbiti i colori che pare un marmo, vedi come è solida la crosta che gli si è fatta sopra, è per me come per quei fumatori perenni, la loro pipa che à la gromma: e poi io ho un’ affezione forte per questa mia compagna, ella mi fu sempre accanto nella lotta; io sono a lei tanto affezionato.’ Il pittore parlava con sincera ira.” (Taccuino “Inverno 1913”, fogli n. 13 e 14).

“Questa mattina tra un’ aria cruda e una nebbia fitta, ò trovato per la strada M., cosa strana, egli mi disse che usa dormire fino a mezzogiorno. Perché si sarà alzato così presto; lo fermo e glielo chiedo: che combinazione, così presto! – o sì, così presto e con questo freddo io non uso già – e che vuol dire? – si pensi che alle sei stamattina, nella campagna all’aguazzo baciavo una ragazza – Bravo è un eroe lei – Sì, un eroe.
E continuai ancora a parlare, il suo volto era molto stanco … egli avrà tanta fame e mi pensai che fosse andato a rubare. Perché egli vive! Egli mi parlò che ave a bisogno di denaro, che gliene accorrevano, che aveva fame. Trovarlo così, presto, l’amore? e, non credo! e fui cattivo, pensai al male.” (Taccuino “Inverno 1913”, foglio n. 39).

“Il futurismo è una vera fortuna: moltissimi futuristi, se questa idea non fosse balzata fuori, si sarebbero dati all’ arte, con quella inferiorità tanto comune; ora tra l’essere inferiori e l’essere fuori dell’inferiorità è preferibile quest’ultima. Almeno non darà noia.” (Taccuino “Inverno 1913”, foglio n. 50).

I Futuristi Luigi Russolo, Carlo Carrà, Filippo Tommaso Marinetti, Umberto Boccioni Gino Severini

 

lo non leggo né Wictor Ugo (sic!) e similtà. A tutti piacciono, anche agli imbecilli, perderei del tempo.” (ibidem).

“Sapevo che gli avrei fatto un piacere se gli avessi portato qualcosa da mangiare, il povero amico lasciava passare il mezzogiorno nel sonno perché non aveva di che mangiare. Gli portai delle banane. Offrendagliele egli si schernì: ‘no, no, non voglio, mangiane tu.’ Quasi voleva dirmi non credere che abbia fame; ma al mio insistere ne accettò una, io presi l’altra per non offenderlo. Se le avessi date tutte due a lui si sarebbe offeso; io sbucciai la mia e così lui fece, dicendo: ‘la fragranza delicata’. Ne mangiò una punta e poi uscì di camera, andò in cucina e chiamò: ‘questa è buona per i suoi denti.’ lo stavo mangiando il mio, ma a malincuore. Il suo atto splendido mi commosse.” (Taccuino, “Inverno 1913”, fogli n. 65 e 66).

“Il Futurismo è l’annunzio di una nuova vita; troppo ridicoli sono i saggi dei nostri giorni, troppo ridicole le loro opere: il Futurismo trascende nella pratica, ma forse non è trasceso San Francesco nella sua Povertà? Gli esempi devono essere oltre la perfezione: dietro al Futurismo sorgeranno numi più forti; sorgeranno! L’ammonimento del futurismo è giusto.” (Taccuino “Primavera 1914, I”, foglio n. 60).

“Martini crea delle belle anime senza corpo il quale per la scultura è l’anima. Egli però mesi fa creava delle anime con bruttissimo corpo. Questo per lui era carne.” (Taccuino “Primavera 1914, Il”, foglio n.60).

“Martini mi predica continuamente d’esser originale; grandiosa dote dell’artista! Egli à ragione. Il cantare, il narrare due volte una stessa cosa può piacere ancora si, ma anche annoiare, e se piace non è neanche da mettere al confronto col piacere che suscita una cosa nuovissima. lo dunque farò delle cose nuove” (Taccuino “Primavera 1914,II”, fogli n. 77-78).

“Il dramma: la lotta tra un individuo e la folla che idiota non comprende il suo genio e vuole sopprimerlo. Egli lotta, lotta e vincerà.” ( Taccuini “Estate 1914”, foglio n. 18).

“Martini è un innamorato esageratamente di se stesso, un parolaio, un millantatore, un giovane intelligente.”(Taccuino “Estate 1914”, foglio n. 25).

” Martini è infinito: sono 8 mesi che io lo conosco e ho ancora da trovarlo una volta simile ad una volta passata: io lo trovo sempre nuovo: finora mi piace.

Però se giungerò a comprenderlo lo amerò: ché io amo e mi fido solo di chi so completamente”. (Taccuino “Estate 1914”, fogli n. 37 e 38).

“L’errore di Martini fu di credersi troppo presto perfetto, o di far convinti gli altri di esserlo, mentre non lo era. Questo gli era imposto dalla miseria. Per questo è anche perdonabile.
Beato io (sic!) che non son spinto da questo male all’errore. E nella mia vita dovrò cercare di mantenere questo mio stato ò i alarmi da ogni esigenza. Allora sarei sicuro di essere e rimanere sempre io, come lo sono adesso.” (Taccuino “Estate 1914”, fogli n. 71 e 72).

“L’arte non è fatta per far digerire, per dilettare, per dar riposo. Questo non è il suo scopo. Ella è più attiva ed ella deve imporsi agli uomini: perché suo ufficio è di dar idea di forza, di progresso, di trasformazione. Le opere d’arte che non avessero questo seme, ma contenessero paglia, cioè dilettassero solamente, quelle sono da esser messe all’indice, ché per dilettare l’uomo è uno spreco fare assolutamente dell’arte: Basta il cinematografo.” (Taccuino “Estate -Autunno 1914/1, foglio n. 23).

“Ottobre 1914 – Oggi io partirei subitissimo per la Francia coi miei amici, anche per morire, ma non per essere fermato a metà strada; il che mi è odiosissimo, mi fa rinunziare a decidere. Presto invece partirò per la nostra guerra, perché assolutamente devo vivere quella vita. Se morrò non conta. Se non morrò, avrò meco il frutto di una grande vita, e vivrò ancora intensamente per quanto mi sarà possibile. Se raggiungerò così una alta vetta, va bene come se fossi morto in guerra. Se non raggiungerò, mi ucciderò in una gran solitudine.” (Taccuino “Estate-Autunno 1914, foglio n. 61).

“Dinnanzi all’infinito: la vita nei suoi aspetti mi riesce vana, e la mia stessa vita che tende a una perfezione di grandezza mi riesce vana, pari alla morte, pari ad una misera vita. Ora nella mia vita scriverò delle opere perché così mi conduce la mia energia, e in queste opere la vita sarà riprodotta quale io la sento col pensiero dell’infinito: Ecco la mia vita.” (Taccuino “Estate-Autunno 1914” foglio n. 62).

 

Disegno di Comisso nell’ultima pagina del Taccuino “Estate-Autunno 1914”

“Come, c’è la guerra! Il governo dunque vuole ancora del sangue. Ma vada mungere le donne che ne hanno sempre da buttar via.” (Taccuino “Estate-Autunno 1914”, foglio n. 82).

“Scena: un agitatore di folle che parla fortemente. Sovraggiunge un temporale. Egli bellissimo sullo sfondo dei lampi. (Tenzone tra la sua voce e il tuono. Nervosità degli animi.).” (Taccuino “Estate-Autunno 1914”, foglio n. 85).

“lo mi sento di essere economista e trovo che il sangue di un genio val meglio speso pel suo trionfo nella trincea dell’ arte, che non sulla trincea della propria patria, anche in pericolo: Abbasso certi pregiudizi. Bisogna essere saggi.” (Taccuino “Estate-Autunno 1914”, foglio n. 85)·

“Il repubblicano parlò a lungo della sua fede. Poi tacque e soggiunse: ‘Ma ciò che ho detto non è da prendersi in senso tragico. Lasciate questo al governo. lo sono repubblicano, ma potrei anche non esserlo. Lo sono così, come uno è socialista o radicale.’ Mi piacque. Era superiore. Aveva esagerato, ma anche semplificato.” (Taccuino “Estate-Autunno 1914”, foglio n. 86).

“Martini è partito lieto e forte come una cosa giovine. Egli è partito verso la vita. Il treno, veloce, portò via la sua bella anima. lo guardavo dietro, pieno di desiderio. Anch’io partirò.” (Taccuino “Estate-Autunno 1914”, foglio 106).

“Il mio ideale è superiore a quello di morire per la Patria. Io non partirò. Coloro che non hanno ideali o che ne hanno di inferiori, essi partono.” (Taccuino”Estate-Autunno 1914″, ultima pagina).