Storia di un matrimonio imperfetto: "Museo di un amore infranto" di Fabrizio Bonetto. Recensione e intervista

Storia di un matrimonio imperfetto: “Museo di un amore infranto” di Fabrizio Bonetto. Recensione e intervista

L’opera prima di Fabrizio Bonetto intitolata “Museo di un amore infranto” esce per Accento Edizioni, la casa editrice di Alessandro Cattelan che ha come direttore editoriale Matteo B. Bianchi. Questo binomio ha portato, fin da subito, nella scelta dei libri da pubblicare, una ventata di aria fresca e se vogliamo un tocco di cultura pop all’interno del mondo editoriale. Sia che si tratti di romanzi che di raccolte di racconti, sia che si tratti di autori e autrici italiane o di stranieri, sia che si tratti di inediti o di ripescaggi, Accento ha messo al centro di tutto un linguaggio schietto e mi verrebbe da dire giovane.

“Museo di un amore infranto” non fa accezione a questa linea editoriale.
Il romanzo di Fabrizio Bonetto è un’opera a due voci che racconta la fine di un matrimonio. Si badi bene, non la fine di una storia d’amore perché è evidente fin da subito che l’amore con il tempo si è perso ai lati della strada e il percorso comune dei due protagonisti di questa storia è stato vissuto con il pilota automatico.

La forma utilizzata, quella dei capitoli alternati che ci permettono di seguire l’andamento della storia un po’ dal punto di vista di Veronica e un po’ da quello di Giacomo, ricorda il romanzo epistolare. I capitoli, dunque, sono paragonabili a lettere non spedite e fanno da contrasto a quella che potrebbe essere una corrispondenza amorosa tra due innamorati alle prime fasi della loro storia d’amore. Ciò porta in primo piano quella che pare essere la lenta causa di logorio del rapporto tra Veronica e Giacomo: mancanza di comunicazione.

Ma non solo, la mancanza di comunicazione è solo uno degli elementi, forse il più importante, ma di certo non l’unico. Quello che porta i due ad allontanarsi è il non riuscire più a leggere i desideri dell’altro, cosa che porta a un costante fraintendimento.

Qual è quindi il messaggio che reca con sé “Museo di un amore infranto”? A mio parere Fabrizio Bonetto descrivere con delicatezza la deriva presa da certi rapporti amorosi e, soprattutto, il fatto che molto spesso si cerchi di trovare un colpevole anche quando in realtà non esiste una colpa ma solo un destino ineluttabile. Bonetto inframmezza i capitoli dedicati a Veronica e Giacomo con delle schede che raccontano gli oggetti che sono stati spediti al Museo di un amore infranto di Zagabria. In quelle lettere che accompagnano gli oggetti c’è forte il senso della fine delle emozioni, ma c’è anche la consapevolezza che nella nostra vita ci sono oggetti che possono testimoniare il passaggio di quelle che sono state persone importanti per un periodo della nostra vita. Quando tutto viene distrutto ciò che rimane sono pochi resti apparentemente senza valore che però hanno un significato enorme in quanto testimoni silenziosi dell’amore che c’è stato e non c’è più.

La cosa che ho apprezzato di più del romanzo di Fabrizio Bonetto è stata la discrezione con la quale ha scavato nella vita e nei sentimenti dei personaggi. Non c’è assolutamente l’intenzione di calcare la mano sulla pornografia del dolore, ma la volontà di studiare, quasi con piglio scientifico, la dissoluzione di un rapporto amoroso. Inoltre l’autore non ha voluto raccontare un amore perfetto andato in rovina, ma ha voluto mostrare quanto siano fragili i rapporti tra le persone e lo ha fatto entrando in punta di piedi, raccontando la storia con un lento accumulo di particolari.

In questo senso è interessante anche come è stato trattato Giovanni, quello che potremmo definire il terzo incomodo. Un uomo simile al protagonista dal punto di vista dell’aspetto fisico, inferiore dal punto di vista della posizione lavorativa, ma che ha in comune con Veronica un vuoto da riempire. Giovanni e Veronica cercano di riempire a vicenda questo vuoto che si portano dentro e lo fanno provando ad ascoltarsi, provando a frantumare le rispettive routines. Bonetto non mette Giovanni su un piedistallo, non lo presenta come un’alternativa più giovane, più prestante, non mette sul piatto l’estasi che riesce a darti la novità, che riesce a darti l’essere corteggiato da una persona più giovane che ci ricorda com’era avere qualche anno in meno, Bonetto mette in gioco un essere umano tale e quale a Veronica e Giacomo, con un matrimonio altrettanto imperfetto.

Questa vicinanza con la quotidianità rende la storia raccontata da “Museo di un amore infranto” un romanzo che sa dipingere con un velo di malinconia quanto a volte sia semplice non accorgersi del momento in cui ha inizio la fine di un amore.
Gianluigi Bodi

Museum of Broken Relationships – Zagabria

L’intervista

[Gianluigi Bodi]: Il tema della fine di un amore è un tema che viene spesso raccontato nei romanzi. Io ho percepito nel tuo romanzo una certa originalità data sia dalla struttura (ma quello lo vedremo dopo) sia dalla tua voce e dal modo in cui hai trattato un tema molto delicato. Io ti vorrei chiedere qual è stata secondo te la tua chiave di lettura e su quali elementi che contribuiscono a rendere originale “Museo di un amore infranto” hai cercato di lavorare e in che modo l’hai fatto.

Fabrizio Bonetto

[Fabrizio Bonetto]: Il primo motore è stato l’angoscia che ho sempre provato nei confronti degli “stargate” esistenziali: aprire un cancello, attraversare una porta e scoprire che tutto quello che hai costruito non esiste più. Un passo prima la tua vita è ancora bella apparecchiata, un passo dopo è stata inghiottita dal vuoto: amore, quotidianità con i figli, casa, mutuo, tutto da ricostruire perché il tuo partner ha deciso di andarsene.
Ma questo non mi bastava, così ho fatto in modo che oltre lo stargate ci fosse anche la terza persona, la causa della fuga del partner. Non ho mai sentito parlare di qualcuno che rientra a casa e trova la compagna seduta ad aspettarlo assieme all’amante, considerato ormai un dato di fatto, una parte del problema scontata da prendere in considerazione, non nascosto in un armadio, ma esposto quasi come un vanto: ti presento Giovanni, ha un sacco di optional, qualcuno in più di te.
È il paradosso di stare in coppia da tanto tempo: la confidenza, l’abitudine a condividere le cose (non la comunicazione), potrebbe illudere che non sia crudele voler raccontare anche questo a tuo marito, volergli presentare chi ti sta regalando momenti che non ti saresti mai aspettata di rivivere, l’esempio da seguire per farti stare bene. Questo mi sembrava l’elemento iniziale di rottura, l’evento che sta sulla coda della curva di Gauss, lontano rispetto alla media dei casi di cronaca matrimoniale a cui siamo abituati.

E veniamo alla struttura. Questo tuo romanzo è molto particolare, sembra quasi un romanzo epistolare visto che i capitoli si alternano con i punti di vista di Veronica e Giacomo. È nata prima l’idea di raccontare la storia, o la struttura a punti di vista alternati e con l’inserimento delle schede degli oggetti da donare al museo?

È partita come una sfida. Ho sempre affrontato con fatica i romanzi epistolari, da lettore mi sento quasi escluso, ho bisogno di un narratore che mi venga a riprendere per mano. Nel Museo però aumenta il contrasto, sottolinea l’incapacità di comunicare della coppia: Giacomo e Veronica sembrano raccontarsi tutto, in realtà si dicono pochissimo in quel salotto, ognuno parla all’altro, ma è come se stesse parlando a se stesso, al lettore, è quasi una narrazione in seconda persona con il lettore che diventa a volte l’uno, a volte l’altro protagonista.
All’inizio mi immaginavo di scrivere un romanzo con due copertine, da una parte Giacomo, dall’altra Veronica, il lettore avrebbe scelto da che parte iniziare fino alla metà per poi capovolgere il romanzo e ripartire. Rileggendo il racconto di Giacomo però mi sono accorto che la sua voce era in alcuni momenti troppo rabbiosa, andava mitigata con le ragioni di lei.
L’incontro con il Museo of Broken Relationships lo ha voluto il destino; mi è capitata in mano la guida piena di racconti, di oggetti curiosi legati alla fine di un amore. Dopo averla letta ho iniziato a fantasticare su altre storie di confine, su altri oggetti che raccontavano il non-amore e mi sembravano ideali per intervallare lo scambio tennistico così denso tra Veronica e Giacomo, un modo per far respirare il lettore e per raccontare ancora più in dettaglio il confine tra il prima e il dopo. Gli oggetti del Museo sono quelli che ti rimangono in mano dopo aver attraversato lo “stargate”, mentre ti guardi intorno spaesato. Gran parte di quello che so del non-amore in coppia è in questo romanzo e speravo che, tracciandone per bene il perimetro, risaltasse anche l’insieme complementare dell’amore.

Questa è una domanda che faccio spesso. Siccome sono convinto che l’esordio sia un passo molto importante per qualsiasi scrittore e che non arrivi mai di punto in bianco e inoltre che non sia slegato dal percorso fatto dall’autore stesso anche come lettore mi chiedevo se potessi dirmi quali sono state le tue influenze. Quando hai iniziato a scrivere questo romanzo hai individuato uno o più autori, una o più autrici da cui “rubare” un po’ della loro essenza?

Vent’anni fa ho frequentato uno dei primi laboratori di scrittura creativa a Padova. Quel passo è stato fondamentale, senza non avrei maturato a sufficienza il rispetto dovuto a chi legge qualcosa di tuo. Da lì, in seguito, ci sono stati i concorsi vinti, la finale al Premio La Giara, le due finali al torneo Ioscrittore, ma mai una pubblicazione con un editore su scala nazionale.
Da lettore in passato ho vissuto fasi di attaccamento: Pennac, gli autori della “scuola campana” De Luca, Starnone, Piccolo, De Silva, poi Franzen, Mc Ewan. Ora sono meno polarizzato e leggo autori sempre diversi. Se devo parlare di influenza però l’unico che mi viene in mente è Hrabal. Una sera sono andato a sentire Tiziano Scarpa che leggeva pagine di Una solitudine troppo rumorosa e sono rimasto folgorato dallo stile dell’autore ceco. Al tempo, facevo parte di un gruppo di recitazione che proponeva anche letture nelle biblioteche, ho iniziato anch’io a leggere in pubblico le pagine di Hrabal ed ero così felice di misurare nelle persone lo stesso stupore che avevo provato durante la serata con Scarpa.
Poi, otto anni fa, alcuni brani di un mio precedente romanzo inedito, Benzoapirene, sono stati messi in scena dal regista e attore Stefano Rota. Stare in mezzo al pubblico, avere la conferma immediata che l’effetto voluto era efficace, è stata una delle sensazioni più belle che abbia mai provato grazie alla scrittura.
Nel caso del Museo i miei trascorsi forse hanno aiutato a ricreare un effetto quasi teatrale nella scrittura. Rileggendo il romanzo ad alta voce a volte mi lasciavo trasportare dai suoni della rabbia nelle parole di Giacomo e forzavo ancora di più il ritmo.

Ho letto altre opere uscite nel corso degli ultimi due anni con Accento Edizioni e quando ho iniziato a leggere “Museo di un amore infranto” mi sono subito reso conto che il tuo romanzo calzava alla perfezione nella loro linea editoriale. Come sei venuto in contatto con Accento, qual è stato il percorso che hai dovuto affrontare per arrivare alla pubblicazione?

Il mio caso è peculiare e forse vale la pena di raccontarlo. A ottobre del 2022 ho proposto un altro romanzo, poco prima che chiudessero la casella di posta ormai bersagliata dagli invii.
A marzo 2023 ho ricevuto la famosa “chiamata”, ero il secondo che contattavano su mille e duecento. Quel giorno al telefono con Matteo B. Bianchi tremavo, nessuna casa editrice mi aveva mai richiamato (ora so che quando ti chiedono il numero di cellulare è il segnale giusto). Matteo però era quasi dispiaciuto, il suo era un sì a metà che equivaleva a un no: il romanzo piaceva per lo stile, ma non per la parte finale. Di nuovo il destino mi lasciava a piedi a un passo dalla pubblicazione dopo anni di tentativi. Così ho pronunciato la frase della disperazione: sto scrivendo un altro romanzo, il Romanzo Della Vita, detta proprio così, con tutte maiuscole.
Il Romanzo Della Vita era il nucleo principale del Museo e Accento mi ha concesso il tempo di lavorarci. Matteo ha dato alcuni saggi consigli su aggiustamenti da apportare e abbiamo lavorato con la editor Eleonora Daniel su macro e micro- editing per circa quattro mesi.
Il Romanzo Della Vita è nato in seno alla casa editrice a cui sarò per sempre grato e mi sento un privilegiato per il percorso fatto, le persone incontrate, l’umanità e la professionalità.

Fabrizio Bonetto – Museo di un amore infranto
Editore: Accento (14 febbraio 2024)
Copertina flessibile: 200 pagine
ISBN-13: 979-1281055223
Peso articolo: 140 g
Dimensioni: 11.4 x 1.7 x 18.6 cm

Fabrizio Bonetto è nato a Valdobbiadene nel 1974, risiede a Crocetta del Montello con la famiglia. È bancario per passione e scrittore per bisogno.

Immagine in evidenza: Foto di Vera Arsic

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