Nicola De Cilia in viaggio nell’Italia perduta di Giovanni Comisso

Si avverte una grande soddisfazione nella voce di Nicola De Cilia alla vigilia della pubblicazione di “Viaggi nell’Italia perduta” di Giovanni Comisso di cui è il curatore. L’antologia di racconti, fortemente voluta da Goffredo Fofi delle edizioni dell’asino da sempre grande estimatore di Giovanni Comisso, aveva lo scopo iniziale di raccogliere una selezione di racconti particolarmente significativi sul tema del viaggio in Italia.

Antologie di racconti di Comisso erano già state proposte da Naldini e La Capria, lo ricorda De Cilia stesso nella approfondita ed accurata introduzione.

Il tema del viaggio è stato quindi reinterpretato dall’autore veneto, arricchendolo delle sue molteplici accezioni.  Quale è “il senso del viaggio” nella ricca produzione del Comisso? La domanda non ha un’unica risposta, lo scopriamo leggendo e rileggendo i brani che De Cilia ha selezionato per noi.

Compito dichiaratamente difficile quello di Nicola: come  riuscire a scegliere tra una quantità di scritti di così elevato livello? La selezione è stata effettuata sulla base di criteri di carattere geografico  e cronologico, privilegiando quei racconti capaci di raccontare l’Italia con arguzia e delicatezza tipicamente comissiane.

Uno tra tutti, il racconto con cui si apre la raccolta “Archetipo. Viaggio in Toscana”, tratto da “Avventure terrene” del 1930 che riprende un altro tema tipicamente comissiano, quello della deriva dell’abbandono alle gioie dell’avventura come aveva insegnato Arthur Rimbaud, sviluppato poi nel “Porto dell’amore”.

Nicola riesce ad offrirci, attraverso le parole di Giovanni Comisso,  l’ affresco di una patria “sì bella e perduta” , ritratta in un periodo tra gli anni Trenta e  Cinquanta.

Sarà interessante capire quanto di questa bella Italia sia andato davvero perduto…

Iniziamo insieme il viaggio leggendo la prima parte dell’Introduzione alla raccolta che, ricordiamo, uscirà nei prossimi giorni con l’appoggio dell’Associazione degli Amici di Giovanni Comisso.

 

Un battello ubriaco di golfi e di mari: il senso del viaggio in Giovanni Comisso

I

Viaggi nell’Italia perduta di Giovanni Comisso

Io sono stato come un uccello sbandato in valli oscure, ò dormito in piccole locande dove non c’era neanche luce elettrica, ò mangiato accanto al fuoco, ò visto boschi di betulle, dal tronco bianco e sottile… Quali nebbie divine nel fondo delle valli!

(Giovanni Comisso)

 

Giovanni Comisso (Treviso, 1895-1969) si è dimostrato artista di razza, vorace di avventure, goloso di vita, “assolutamente moderno” e classico al tempo stesso. Per inseguire le sue chimere attraverso il mondo, ha calzato “suole di vento”, come Arthur Rimbaud. Questo libro nasce dal desiderio di riunire in un ideale florilegio il meglio dei suoi racconti di viaggio lungo l’Italia, sparsi tra i suoi libri dagli anni Venti fino ai tardi Cinquanta, nella convinzione di offrire al lettore contemporaneo la possibilità di scoprire (o riscoprire) sia un Paese, sia un autore tra i più originali del nostro panorama letterario.

Quale fosse l’origine dell’irrequietezza che ne ha fatto un viaggiatore inesausto e curioso, simile a “un battello ubriaco di mari e di golfi”, è Comisso stesso a spiegarla, a modo suo:

 “Dalla mia nascita ò avuto la condizione di errare nella mia sete di cibo dalle mammelle sterili di mia madre a quelle della prima balia che si erano pure isterilite perché nuovamente ingravidata dal suo amante, e poi a quelle della seconda balia che doveva dimezzare il latte con il figlio. Questo mio errare è stato lo schema prestabilito del continuo mio muovermi per tutta la vita da un paese all’altro pure avendo invece il desiderio di stare fermo in incanto e contemplazione.”

Con un movimento fluido e leggero, Comisso stringe in un nodo indissolubile il viaggio con l’eros, l’inquietudine con il desiderio. Il suo programma di vita è espresso in modo chiaro e sintetico:

“Non avere padroni, né servitori, non avere l’incubo delle ore, non avere alcuna preoccupazione di denaro e lasciare che la mente e i sensi vivano tra il sogno e l’azione, liberi e folli, secondo l’estro determinato quasi da una consistenza astrale.

L’apprendistato giovanile all’ombra del magistero di Arturo Martini, in una Treviso sonnacchiosa ma vitale, gli aveva permesso di conoscere le opere di Rimbaud, Nietzsche, Baudelaire, declamate poi nelle serate alcoliche a voce alta e imperiosa per le strette viuzze trevigiane, tra le imprecazioni dei borghesi; grazie all’amico scultore, il giovane era venuto a contatto con i vasti orizzonti di una cultura ribelle le cui vibrazioni giungevano fin nella provincia più nascosta e indolente. Poi ci aveva pensato la guerra, la Grande Guerra, a sconvolgere tutto, rimescolare le carte e portare Comisso alla scoperta della libertà più folle. In una lettera ai genitori, che lo avrebbero voluto avvocato seguendo le orme paterne, scrive nel 1916:

“Bisogna che vi adattiate, sarà una cosa dura, ma è così, a lasciarmi la gabbia aperta, perché io voglio vivere come voglio. Fuori di ogni legame civile e legislativo. Girerò, girerò molto. Sarò un battello ubriaco di golfi e di mari…”

L’esperienza della guerra, prima, con la rotta di Caporetto – modello originario di un’erranza tra imprevisti e scoperte –, con le battaglie sul Montello, sul Piave e sul Grappa, luoghi della sua infanzia dove rivivere la guerra con spirito adolescenziale; l’impresa fiumana, in seguito, accanto a d’Annunzio – ma più ancora l’amicizia con Guido Keller, asso dell’aviazione, anarcoide e irrequieto avventuriero: sono questi i due momenti che segnano l’imprinting indelebile, un punto di non ritorno per Comisso, deciso a rifiutare gli schemi di una vita borghese e della sua conseguente morale.

Di ritorno da Fiume, dopo aver dato un calcio alla mitragliatrice, Comisso, non ancora ventiseienne e scarsamente intenzionato a laurearsi in giurisprudenza, coglie al volo l’opportunità di vivere a bordo del Gioiello, un veliero che faceva sponda tra Chioggia e le coste del Quarnaro e dalmate. Per lunghi periodi, Comisso si abbandonerà “al vento dell’Adriatico”, condividendo con i marinai avventure che confluiranno in Gente di mare (1928). Prima, però, nel 1924, pubblica Il porto dell’amore, suo secondo libro, dopo la plaquette di poesie edita nel 1916 a cura di Arturo Martini.

Il Porto dell’amore è una cronaca estrosa in prima persona della vita durante l’anno extra lege con i legionari fiumani, tra goliardia, noia, eros e morte. Compare qui un episodio sorta di archetipo che fissa i canoni ideali del viaggio per Comisso. Stanchi della città e desiderosi di avventure, Keller e Comisso un giorno salgono su “una piccola barca armata d’una vela, d’un fiocco, d’un timone dalla barra posticcia e di due remi dalle spatole corrose”; scendono verso la terra morlacca per conoscere chi viveva in quei luoghi, che si favoleggia essere abitati da “gente bellissima, dolce e generosa”.

Non hanno viveri, non hanno bussola né carte nautiche, non hanno cannocchiali né denari, non sono neppure del tutto vestiti; possiedono solo una bottiglia di olio di lauro per difendersi dal sole. Quando sbarcano dal loro “bateauivre”, i corpi si ricoprono in modo favoloso delle fosforescenze che brulicano nell’acqua: alla stregua di due semidei del mito, due apparizioni miracolose. Si addormentano sereni “come ritornati in una notte d’infanzia”.

Vagabondano ancora, nei giorni successivi, spinti dalla fame e dalla curiosità: toccano nuovamente terra ai piedi di un convento, la cui serenità li inebria “come una perfezione raggiunta”. Anche il latte che offrono i frati è immaginato “di un sapore straordinario”. In seguito, approdano in un luogo deserto e selvaggio. È il caso di lasciare la parola a Comisso: “Il sole radiava dal cielo, il profilo dei monti squallidi di un’isola vicina chiudeva l’orizzonte del mare, l’azzurro intenso appariva tra i pini contorti dai venti. Si era muti nell’osservare, sentivamo i nostri corpi ignudi aderire felici all’ambiente solitario. Talmente era completo il silenzio della mente, che in seguito ho dovuto sempre giudicare quel momento il più soave della mia vita.” Dormono per terra e il contatto con l’elemento terrestre moltiplica le loro forze, come in un sogno di Nietzsche.

Sarà stata la lettura di questo capitolo a far scrivere a Montale che Comisso è unnarratore di momenti, affidato come un sughero alla corrente che viene e va, scrittore che rifiuta ogni altro senso, ogni altra grazia che non sian quelle che gli fornisce giorno per giorno la giostra dei sensi.

Un altro passaggio del Porto dell’amore può aiutare a comprendere meglio quale sia il metronomo della narrazione di Comisso, pendolo tra l’illusione esercitata da un’attesa e la delusione che ne segue. Sempre con l’inseparabile Keller, frequentano di notte una baracca nel bosco, chiamata la “baracca della ladra”. Dentro, con la madre e la sorella,vive un gobbo, una specie di lenone che offre i piaceri di bellezze popolari. Spinti dal desiderio, lo tormentano per avere una donna e finalmente, una sera, il gobbo li avverte che, al sorgere della luna, avrebbero trovato una ragazza nel bosco vicino, a completa disposizione. Comisso chiede e ottiene di andare per primo. “Fremevo d’impazienza. L’idea del bosco, della luna e di questa contadina facile all’amore nella notte, mi confermava che i più bei sogni d’adolescenza fossero realizzabili nella vita.” Eros, sogno, natura: sembra di trovarci di fronte a Thoreau impastato con Radiguet. “Corsi alla donna e la portai vicino alla roccia, teneva il volto stretto in un fazzoletto. Mi pareva troppo solida di forme, ma la bocca era straordinariamente bella e fu subito baciata di colpo.”Ma l’illusione manca e la realtà si mostra in tutta la sua avarizia: la donna si rivela essere un legionario siciliano, e Comisso comprende di essere stato vittima di uno scherzo ben giocato.

Nel 1930 pubblica Giorni di guerra, in cui le terribili vicende della Grande Guerra vengono affrontate in un’ottica inusuale e straniante. La guerra, nelle pagine di Comisso, pur senza perdere nulla della tragicità, diventa una grande avventura, sfida, azzardo, in cui assaporare il senso di una libertà pressoché totale e pienezza di vita, di emozioni, sensualità: “Accolsi la guerra con la gioia di liberare non tanto Trento e Trieste, ma me stesso verso una vita che vale sempre di essere goduta in pieno…”.

Ha ragione Zanzotto, nel definire Giorni di guerra un capolavoroperché in esso è l’occhio, è la bocca del bambino, dell’enfant terrible, che rivela tutto l’orrore della guerra e insieme tutto l’incanto della giovinezza, che di questo orrore trionfa… arriva a dire cose atroci come passando accanto a esse con la forza di voltar pagina, di negare la morte nel momento stesso in cui si verifica, di testimoniare comunque per la vita, per il suo invincibile valore.”

Verso la fine degli anni ’20 sono iniziate anche le collaborazioni con i giornali che porteranno Comisso in un breve arco di tempo a viaggiare nel Nord Africa, in Europa settentrionale e infine, per il “Corriere della sera”, attraverso il Medio e l’Estremo Oriente, fino in Cina e Giappone con ritorno attraverso la Siberia e la Russia. Nasceranno diversi libri:Cina-Giappone (Treves 1932), e il controcanto erotico Amori d’oriente (Longanesi 1949), a cui va aggiunto Gioco d’infanzia (pubblicato per Longanesi solo nel 1968), sorta di libro segreto, “rielaborazione letteraria del suo viaggio sognando di fare della sua avventurosa sessualità bimetallica (così Wilde a proposito di Verlaine) il tema un ‘romanzo-capolavoro’” (Naldini).

Con i soldi guadagnati dai reportage, compra terra e casa nella campagna trevigiana, in un paese che si chiama Zero Branco, assumendo i tratti di uno “scalcinato satiro pagano, più voluttuoso che sensuale; facendo grandi sieste e grandi sogni dai quali si risveglia con la mente irraggiata dalle magie della realtà che prende subito a trascrivere come un antico cronista lirico e satirico, un allegro commediante, un poeta gnomico, un naturalista ebbro delle sue scoperte, un viaggiatore incantato” (così ancora Naldini).

Dopo la guerra, dopo Fiume, Zero è il terzo vertice e risponde a quel “desiderio di stare fermo in incanto e contemplazione.”

Dal 1933 al 1954 abiterà nella casa di campagna, sognando di vivere dei proventi dei campi, in una sorta di autarkeia di stampo classico, ma si allontanerà ogni volta che l’estro zingaresco, la smania di avventure lo spingono al viaggio: una sorta di frenesia, di irrefrenabile desiderio di novità, la necessità di sfuggire all’oppressione della noia, in una perenne fluttuazione tra curiosità e delusione, alla ricerca di un istante, di un volto, di un’emozione, di un attimo di bellezza.

Nicola De Cilia