Recensioni a “Due vite” di Emanuele Trevi

“Due vite” di Emanuele Trevi

Per definire il suo ultimo romanzo “Austerlitz”, lo scrittore W.G. Sebald usò la definizione “lunga elegia in prosa”. È la stessa definizione che si potrebbe usare per “Due vite” di Emanuele Trevi, edito Neri Pozza nel maggio 2020. In questo libro, che come le opere di Sebald è un misto tra romanzo e saggio, l’autore romano racconta, infatti, di due scrittori, due amici in primo luogo, a partire dalla loro perdita: Rocco Carbone e Pia Pera, l’uno morto nel 2008 per un incidente in moto a Roma, e l’altra nel 2016 per la SLA nella sua casa in campagna a Lucca. L’uno era affetto da bipolarismo, si lasciò abbandonare all’alcol e doveva combattere con il demone dell’infelicità e le sue Furie, l’altra era timida, sfrontata, capricciosa, una “signorina inglese” costretta a subire delusioni dopo delusioni nel suo rapporto con gli uomini. Sono, però, entrambi legati non solo dall’infelicità, ma anche dalla letteratura, che per entrambi costituiva uno strumento per confrontarsi con il proprio dolore. Per ricostruire le loro storie, Trevi usa uno stile accademico che paradossalmente, invece di creare distanza, lo porta ad avvicinarsi ancora di più ai suoi amici, anche addentrandosi nelle loro opere. “Due vite”, dunque, è l’atto di amore di uno scrittore verso i suoi amici, che decide di usare la scrittura per riportarli in vita, confrontarsi con le sue colpe e per dar loro la consolazione di cui solo la letteratura è capace.«Perché noi viviamo due vite, entrambe destinate a finire: la prima è la vita fisica, fatta di sangue e respiro, la seconda è quella che si svolge nella mente di chi ci ha voluto bene. E quando anche l’ultima persona che ci ha conosciuto da vicino muore, ebbene, allora davvero noi ci dissolviamo, evaporiamo, e inizia la grande e interminabile festa del Nulla, dove gli aculei della mancanza non possono più pungere nessuno».

Alberto Paolo Palumbo