Recensioni a “Due vite” di Emanuele Trevi

“Due vite” di Emanuele Trevi

Punto di sutura tra saggio e romanzo, narrazione sospesa tra biografia e racconto. Di cosa parla? Lo dice il titolo: due vite. Una donna ed un uomo, due scrittori, amici tra loro e con l’autore, Pia Pera e Rocco Carbone (sembrerebbero nomi inventati) persone complesse, fragili e geniali, scomparse prematuramente. Attraverso le loro storie conosciamo anche la vita di Trevi. Centoventuno pagine tristi e avvincenti, scritte in modo epico e con una vena poetica che non guasta, un libro che non vuole mai essere troppo pretenzioso, a volte sembra di chiacchierare con un amico erudito seduto sul divano di casa tua che ti spiega quello che ha capito della vita e dell’amicizia nel senso più nobile della parola.

Luca Manzo

Emanuele Trevi in Due vite compie un’opera di sottrazione attraverso la moltiplicazione: sottrae all’oblio le vite di due cari amici, Rocco Carbone e Pia Pera, moltiplicando il numero delle memorie — quelle dei lettori — in cui Pera e Carbone possano continuare a vivere. È una breve anatomia dei rapporti amicali questo testo. I periodi radiosi della condivisione si alternano a quelli di lontananza e “distrazione” dalle reciproche esistenze. L’amicizia con Carbone appare più simbiotica e dunque anche conflittuale, quella con Pia Pera sembra quasi fare da sfondo, ma nel finale si rivela capace di guidare l’autore al varco, ove passare oltre e sfumare, granitica nella assoluta autonomia e libertà, scelte dalla donna negli ultimi anni, in cui è vissuta a stretto contatto con la natura e si è (con)fusa con essa. Il finale, intimista e poetico, è quasi impalpabile e acquista quella levità e intensità altrove assenti, perché estranee alla materia, alla vita reale e fisica — la prima —, dotata di gravità per sua stessa costituzione. Non si spaventi il lettore. Si addentri lentamente tra queste vite, indossi pure gli stivali o gli scarponi, giunto alla fine si reggerà sulle punte. E anche questo è un segreto, un dono della scrittura e delle vite racchiuse tra le pagine di questo libro.

Flavia Todisco

Le ‘due vite’ del titolo non sono solo quelle degli scrittori Rocco Carbone e Pia Pera, entrambi amici di Emanuele Trevi ed entrambi scomparsi in anni recenti; sono anche le vite di ognuno di noi. Abbiamo tutti due vite: quella che viviamo in prima persona e quella percepita e per certi versi ‘evocata’ nei ricordi degli altri. Viviamo la nostra vita come una specie di sogno durante il quale sogniamo la vita degli altri. In questo libro che non si capisce se è un romanzo, un memoir, un saggio di letteratura italiana o una seduta spiritica, Trevi cerca di parlare con i fantasmi: quello di Carbone, quello di Pera e quello di sé stesso mentre sognava il mondo e la sua vita con i suoi due amici. Emozionante, a tratti commovente.

Vincenzo Politi

È senz’altro più facile ridimensionare la propria presenza in favore di un personaggio di fantasia che noi stessi abbiamo creato; diverso è fare lo stesso con le persone che abbiamo conosciuto. Tale processo passa anche dalla dimensione che s’intende dare al rapporto, e non si tratta di annullamento: è questione di spazio, di equilibrio fra le parti, di senso della misura. Al di là dell’interesse per le vite raccontate che l’autore può riuscire a suscitare nel lettore, è necessario spesso lavorare per sottrazione. Innanzitutto si concede all’oggetto narrato – la vita di un altro – una priorità rispetto a sé stessi, per cui si finisce col rendere l’oggetto il soggetto della storia, relegando il nostro ruolo a quello di una voce – uno strumento, appunto – attraverso cui questo soggetto (ri)prende vita. Ma è anche vero che nessuna biografia, che voglia conservare un interesse assoluto e non relativo, può permettersi di essere semplicemente il ricordo di una vita. Occorre per cui condurre un discorso che sia capace di versarsi in contenitori più ampi, nell’estensione di un ragionamento che produce pensiero, parole, riflessione intorno a qualcosa di collaterale al soggetto. E questi obiettivi Trevi li centra senz’affanni, attraverso la flessibilità di una voce che non teme di filosofare, e pure mantiene il giusto tono che evita di pontificare e si modula in una nettezza ch’è figlia esclusiva della consapevolezza meditata, senza risultare spigolosa. Se anche l’elogio alla vita avviene per mezzo dell’arte, l’una e l’altra conservano le proprie distinzioni pur nella loro interdipendenza: quando la sovrapposizione produce offuscamento, si perde insieme il senso dell’arte e della vita. E Trevi conduce invece un percorso limpido in questi termini, servendosi dell’arte come strumento d’indagine e come mezzo di rievocazione. Questa rievocazione è anche un processo personale, eppure al servizio del lettore, e che mira alla rielaborazione d’un vissuto intrecciato a un altro, all’analisi di due vite che, prima d’essere state votate all’arte e a essa ricondotte, sono appartenute a un uomo e a una donna nel modo genuino e irripetibile in cui ogni vita si consuma. Il senso della misura, filtrato da una voce che schiva commozione e cordoglio, consegna al ricordo una grazia puntuale che assegna al libro una dimensione universale e concede agli amici un bellissimo commiato.

Giuseppe del Core

Per definire il suo ultimo romanzo “Austerlitz”, lo scrittore W.G. Sebald usò la definizione “lunga elegia in prosa”. È la stessa definizione che si potrebbe usare per “Due vite” di Emanuele Trevi, edito Neri Pozza nel maggio 2020. In questo libro, che come le opere di Sebald è un misto tra romanzo e saggio, l’autore romano racconta, infatti, di due scrittori, due amici in primo luogo, a partire dalla loro perdita: Rocco Carbone e Pia Pera, l’uno morto nel 2008 per un incidente in moto a Roma, e l’altra nel 2016 per la SLA nella sua casa in campagna a Lucca. L’uno era affetto da bipolarismo, si lasciò abbandonare all’alcol e doveva combattere con il demone dell’infelicità e le sue Furie, l’altra era timida, sfrontata, capricciosa, una “signorina inglese” costretta a subire delusioni dopo delusioni nel suo rapporto con gli uomini. Sono, però, entrambi legati non solo dall’infelicità, ma anche dalla letteratura, che per entrambi costituiva uno strumento per confrontarsi con il proprio dolore. Per ricostruire le loro storie, Trevi usa uno stile accademico che paradossalmente, invece di creare distanza, lo porta ad avvicinarsi ancora di più ai suoi amici, anche addentrandosi nelle loro opere. “Due vite”, dunque, è l’atto di amore di uno scrittore verso i suoi amici, che decide di usare la scrittura per riportarli in vita, confrontarsi con le sue colpe e per dar loro la consolazione di cui solo la letteratura è capace.«Perché noi viviamo due vite, entrambe destinate a finire: la prima è la vita fisica, fatta di sangue e respiro, la seconda è quella che si svolge nella mente di chi ci ha voluto bene. E quando anche l’ultima persona che ci ha conosciuto da vicino muore, ebbene, allora davvero noi ci dissolviamo, evaporiamo, e inizia la grande e interminabile festa del Nulla, dove gli aculei della mancanza non possono più pungere nessuno».

Alberto Paolo Palumbo