Recensioni a “I famelici” di Davide D’Urso

“I famelici” di Davide D’Urso

Due generazioni a confronto, due modi di essere e di sentire profondamente diversi. Da una parte il “padre”, rappresentante dei “famelici”, tipico esempio di un uomo che è vissuto durante il boom economico degli anni settanta, che è partito dal nulla e che con caparbietà e voracità si è costruito una vita, ponendosi un obiettivo dopo l’altro, a suon di sacrifici e rischi corsi, sempre focalizzato sull”importanza del possedere (auto, case, oggetti) e dell’apparire. Dall’altra parte un “figlio”, laureato, ma senza prospettive. Un idealista intellettuale e poco concreto, immerso nell’apatia e nella mancanza di coraggio che attanaglia la generazione dei duemila, quella generazione che vive nel precariato lavorativo ed emotivo, nel panico che atterrisce, che sfoga le ansie nei discorsi e mai nell’agire, nella pigrizia di scaricare tutte le colpe sull’alibi della società malata. Insomma, un moderno Amleto che riflette sulla famelicitá di suo padre e della sua generazione e così facendo ne scopre forse la vera essenza: se è vero che i famelici hanno a lungo rappresentato il cliché dei traffichini, dei furbetti del sistema, è altrettanto vero che l’entusiasmo e la voglia di fare scorre nelle loro vene.I famelici hanno voglia di mordere la vita, di assaggiare il mondo, di buttarsi a capofitto nella corrente, mentre noi uomini di oggi pretendiamo un mondo che si regali a noi spontaneamente, tutto e subito, e, beninteso, senza troppi ostacoli.La letteratura di D’Urso svela questa dura verità e la rivela con onestà al lettore e, solo dopo averci tolto il velo di Maya dagli occhi, la sua scrittura è in grado di consolarci, di coccolare le nostre umane fragilità.

Roberta di Maggio

Si legge tutto d’un fiato e quando arrivi alla fine, hai la sensazione che i personaggi, le vicende, i luoghi di quella storia ti appartengano. Tutto il racconto, che sembrerebbe autobiografico, in effetti si intreccia e ci racconta la storia dell’Italia, a partire dagli anni settanta. I due protagonisti principali, padre e figlio, nell’arco di quarant’anni affrontano sacrifici, successi, delusioni, rancori, rivalse, sentimenti privati che l’autore ci fa vivere, abilmente, come universali. La figura del padre emerge subito, nei primi capitoli, con una forza descrittiva e narrante che lo accompagnerà fino alla fine. Sono gli anni ’60, al sud non c’è lavoro, molti emigrano e anche il Padre non perde tempo, e si trasferisce al nord, in un paese vicino Como. Il lavoro gli dà la possibilità di avere una casa e una vita dignitosa per la moglie e il figlio. Ma la nostalgia per il paese natio è forte, l’ambiente ostile verso i meridionali, le condizioni di un lavoro faticoso e senza diritti, gli fanno sognare il ritorno nella sua terra. Ha saputo dai familiari che le cose stanno cambiando e c’è la possibilità di potersi inserire nel mondo del lavoro. Anni ’80 la famiglia si è trasferita al sud e il padre con grande tenacia e l’aiuto dei familiari, ha intrapreso una nuova attività, che nel giro di poco tempo, gli darà tranquillità e benessere. iIl figlio intanto è cresciuto, ha studiato, è uscito dall’ambito domestico e ha voglia di realizzarsi seguendo i suoi interessi e le sue amicizie. È lo scontro col padre che, invece, lo vorrebbe laureato e pronto a collaborare con lui , nel suo ambiente. Sono le due generazioni: quella degli anni “60 che ha inseguito ed ottenuto il riscatto sociale e quella degli anni ’80-’90 che delusa dalla società consumistica è alla ricerca di un posto di lavoro, e soprattutto di nuovi valori. L’autore alla fine si chiede chi sono i veri Famelici: chi ha passato tutta la vita lavorando per poi consumare tutto quello che lo fa apparire o chi combatte il consumismo, lotta per un lavoro precario e si nutre delle speranze di un mondo migliore. Forse siamo tutti famelici. È proprio questa riflessione che rende possibile la riconciliazione tra padre e figlio e forse tra le generazioni.

Pina Lama