Comisso e la censura. Con una presentazione di Isabella Panfido

Comisso e la censura. Con una presentazione di Isabella Panfido

Datato 20 gennaio 1946 uscito su ‘Risorgimento liberale’, questo articolo di un Comisso tanto misurato quanto ironico, ci racconta il ‘backstage’ di un libro.

L’opera in questione è I due compagni, ristampata (terza edizione) di recente da Santi Quaranta edizioni con una mia postfazione nella quale sono pubblicati degli inediti, ritrovati nel fondo Comisso della Biblioteca Comunale di Treviso.

Il libro nel 1934 fu oggetto di revisione da parte della censura fascista che individuava in svariati passaggi della narrazione bellica (stiamo parlando della Prima Guerra Mondiale, fronte orientale, alla quale Comisso partecipò come ufficiale del Genio telefonisti) descrizioni scabrose, offensive o troppo crude per il lettore italiano del tempo.

Nell’articolo qui pubblicato lo scrittore trevigiano, una decina d’anni dopo la prima edizione di I due compagni, si toglie ‘un sassolino dalla scarpa’ e fa i conti con la melmosa esperienza della sua convocazione negli uffici della censura del Miniculpop. La data di questa avventura romana si colloca nella primavera del ’36, durante la guerra d’Abissinia, come specifica Comisso; dopo un assaggio paesaggistico, con qualche ‘zampata’ da par suo – “Il Foro Romano sotto a un cielo molle di primavera sembrava un gatto bigio rannicchiato e addormentato (oppure faceva finta di dormire)” – la cronaca della visita al mostro multicefalo ministeriale non risparmia punture velenose alla stupidità della burocrazia encomiastica e obbediente al regime. Poiché la guerra d’Abissinia era in atto, meglio non dire che in guerra si muore, si trema di terrore, si scappa per paura e per viltà; no, di tutto questo meglio non dire, avrebbe potuto ferire la suscettibilità dei lettori e “nuocere alla tranquillità dei parenti dei soldati che in quei giorni combattevano”.

Prima di questa convocazione, Comisso aveva cercato in tutti i modi di smussare la lima censoria che voleva eliminare molti brani salienti del suo romanzo, aveva, come ho sottolineato nella postfazione sopra citata, interpellato Mariani dell’Anguillara un alto funzionario del ministero che lui riteneva amico; aveva fatto il duro con Arnoldo Mondadori per forzarlo a evadere i divieti della censura.

Arnoldo_Mondadori, 1971 (Wikimedia Commons)

Falliti ambedue i tentativi – il primo finito con una lettera di diffida del Mariani e minaccia di denuncia per insulti (Comisso gli aveva scritto una lettera di fuoco, si evince); il secondo con la certa rinuncia di Mondadori alla stampa se non entro i limiti dettati dalla censura – Comisso si rassegna ai tagli dei brani incriminati, brani che però sono rimasti nelle bozze per la stampa della prima edizione, conservate nel Fondo Comisso della biblioteca trevigiana.

L’articolo qui pubblicato con grande ironia ci ricorda che ‘rancio nauseante’, negato dalla censura, era in effetti una tautologia: bastava dire ‘rancio’ per intendere una cosa nauseante. Ma i giovani e zelanti funzionari con l’ironia non avevano confidenza, sicché dei sottintesi non si diedero pensiero, presi com’erano e come ce li descrive Comisso a “rispondere e corrispondere” a telefonate di conoscenti e questuanti. E “rancio” fu. Ci sembra una scena di Gogol’ o di Germi.

Altri brani più crudi e veritieri con descrizioni di trincee insanguinate, prigionia, rotte e fughe dalle prime linee, vennero assolutamente banditi, perchè ritenuti capaci di “corrompere” gli animi dei giovani. Nella conclusione del godibilissimo articolo Giovanni Comisso introduce, con leggerezza ma fermamente, una definitiva condanna della corruzione morale della gioventù, costretta a “devozione politica” pur di ottenere il lavoro, e insieme della menzogna collettiva che sostiene e alimenta questa falsa devozione.

Isabella Panfido

Serie:Visioni della conquista dell’Impero – mitraglieri Fiat-F nel Tembien (Wikimedia Commons)

Un giorno andai a Roma

Un giorno andai a Roma perché la censura aveva deciso di mutilare il mio romanzo “I due compagni”. Dopo aver vissuto a lungo immediatamente rivolto ai campi e agli alberi, le grandi città non mi impressionavano più. Firenze mi apparve meno interessante di un villaggio eppure una volta credevo fosse una meraviglia e Roma mi stancò e nauseò.

Un albero, un campo, una strada di campagna sentiti come li avevo sentiti da due anni, avevano un valore che superavano tutte le vie monumentali. Il Foro romano sotto a un cielo molle di primavera sembrava un gatto bigio rannicchiato e addormentato (oppure faceva finta di dormire). Essendoci la guerra d’Abissinia la censura fu particolarmente severa sulle pagine del mio libro che trattavano di guerra.

Si era scoperto che nel mio romanzo vi era una troppo cruda descrizione della guerra e questo poteva nuocere alla tranquillità dei parenti dei soldati che in quei giorni combattevano. Come se non si sapesse che la guerra non è una pioggia di rose. Ed era un duplice consenso perché sui giornali si dava notizia che a un nostro prigioniero era stata tagliata la testa. Una logica calzata da una parte con una pantofola e dall’altra da una scarpa chiodata. Il ministero della stampa che si occupava della questione era in parte formato di funzionari provenienti dal giornalismo e dalla letteratura, quella che si era dedicata con odi e inni ad esaltare i nuovi tempi, e da funzionari di carriera provenienti dalle prefetture e dalle questure.

MI fecero attendere a lungo tanto per far vedere che erano molto occupati, ma poi seppi in che consistevano le loro occupazioni. La loro tavola era ingombra di tavole e di libri. Si entra, si stringe loro la mano e nel medesimo tempo afferrano il telefono che suona. Si dimostrano seccati, impazienti per la telefonata, ma tuttavia rispondono e corrispondono.

Un amico ammalato, mille premurose candele, mille affettuosi auguri e lamenti, una persona che raccomanda qualche suo favorito; mille promesse, mille scuse di non potere fare quanto è desiderato, mille dolci e accomodanti parole. Sono i giovani funzionari e si capisce, hanno un buon stipendio e desiderano di andare d’accordo con tutti. Finalmente vengono al mio caso. Assicurano di aver fatto tutto il possibile, di essersi battuti in mio favore, ma al di sopra di loro vi sono altri funzionari, quelli di carriera, che non la vogliono intendere.

Mentre parla entra uno di questi funzionari, quello che aveva censurato le mie Avventure terrene. Ha un nome comico: Stroppolatino, indubbiamente è meridionale, la sua età è matura, è vestito con napoletana eleganza, un volto capace di potere fare in questura affabili interrogatori a doppio taglio. Appena entrato intesi che lo chiamavano commendatore. Aveva una voce di mezzo tono, insistente, rincalzante. Dopo un lungo studio era riescito a scegliere una decina di libri da mandare al ministro, degni di essere letti.

Il funzionario che veniva dalla letteratura tentò di fargli capire che erano libri idioti che non avrebbero per nulla giovato al ministro, ma Stroppolatino ripeteva sempre: “Sì, va bene, ma li mandi ugualmente. Li mandi, qualcosa bisogna mandare, li mandi.

La vittoria della guerra d’Etiopia in un’allegoria di Achille Beltrame su La Domenica del Corriere

Nell’Ufficio vi era appesa la carta dell’Abissinia e avendo qualcuno dato notizia di un balzo in avanti, tutti con voluttuosa attenzione di arrovellavano a tracciare linee di offensiva e a spostare bandierine tricolori. Sembravano tanti bambini. Ma per trattare del mio libro mancava il funzionario che aveva la pratica e avrei dovuto ritornare il giorno dopo. E ritorno. Mentre parlavo con il funzionario entrò un suo collega di quelli novelli e come un coscritto prese a raccontargli la vicenda del suo primo turno di servizio durante la notte.

Trasse la scatola delle sigarette e disse: “Questa notte lo hai saputo, proprio a me è toccato”, Scelse una sigaretta, la rese morbida e indugiò a proseguire per rendere indugiante la curiosità del collega. Colla sigaretta alle labbra disse energicamente: “L’Alto Commissario di Napoli, alle due di notte mi telefonò che una bomba era scoppiata a bordo del piroscafo ‘Antonietta’, sotto carico in partenza per l’A.O. carico di munizioni.” E accese la sigaretta. “Capisci: A.O. piroscafo carico di munizioni, una bomba: io ho pensato subito all’Intelligenze service. Bisognava prendere provvedimenti.” E continuò dettagliando nel riferire tutto il suo lavoro, telefonate ai funzionari di rango superiore che dormivano, telefonate al Ministero della guerra, ai prefetti del Regno per impedire la pubblicazione della notizia, ecc. ecc. Sempre a piccole dosi, indugiando fra una boccata di fumo e l’altra, mentre l’altro stava allibito in ascolto.

Finalmente la smisero e si riprese a parlare del mio romanzo. I punti incriminati mi fecero subito capire, se già non lo avevo capito prima, la vanità di questa gente. In un punto del mio romanzo vi era questa espressione: “rancio nauseante”. Era una espressione sconfortevole per i soldati (si trattava dell’altra guerra) bisognava mutarla, il funzionario proponeva “rancio stracotto”. Dissi che avevano ragione, l’espressione era sbagliata, bastava lasciare solo: “rancio”, e si sapeva sufficientemente che era nauseante.

da “La Grande Guerra” di Mario Monicelli. Con Alberto Sordi e Vittorio Gassman

Altrove descrivevo il comportarsi di un reggimento sotto il tiro dell’artiglieria: non vi furono argomenti a difesa, era crudo, crudissimo, deprimente, demoralizzante, doveva essere estirpato.

Mi fece leggere una lettera riservata del Ministro: occorreva assolutamente impedire la stampa e ristampa di libri che potessero corrompere i giovani che attendevano di essere arruolati o che si trovavano impegnati in quella guerra. Bisognava dunque tagliare. Capii che non conoscevano la vita e li giudicai precari nel tempo. Se i giovani venivano corrotti non lo era dai libri che essi ben si guardavano di leggere, ma dal metodo che era stato instaurato, per cui i giovani non erano lasciati a conquistarsi una posizione attraverso lo studio e la lotta, ma le posizioni erano loro offerte ampiamente purché dimostrassero una devozione politica. E la corruzione maggiore consisteva nel facilitare la menzogna di avere questa devozione.

Un altro punto dove si ritiravano pallidi e tremanti e altri scappavano: ebbe la stessa sorte. E così di seguito, sicchè si salvò solo il rancio. Una guerra doveva essere trionfale, tutta beata e priva di pericolo.

Fatti i tagli e gli arrangiamenti, promise che avrebbe scritto alla censura di Milano, dove era stata fatta la prima lettura, perché autorizzasse a stampare.

Giovanni Comisso

Pubblicato sul quotidiano “Risorgimento Liberale” del 20 gennaio 1946 con il titolo “Un giorno andai a Roma”.

Immagine in evidenza: screenshot da “La Grande Guerra” di Mario Monicelli. Con Alberto Sordi e Vittorio Gassman.