Recensioni a “Il nome della madre” di Roberto Camurri

“Il nome della madre” di Roberto Camurri

“Il nome della madre” racconta la storia di Ettore e Pietro. Padre e figlio. La madre è assente. Sparisce quando Pietro ha un anno. Da allora questa assenza pesa tra i due, come se la madre avesse dovuto far da tramite tra i due uomini, li avesse dovuti mettere in contatto, decifrare le parole di uno per farle capire all’altro; ed invece non succede, l’assenza della madre genera un vuoto che viene riempito dal silenzio, dalla mancanza di comunicazione, forse dall’incapacità di comunicare. “Il nome della madre” ha una struttura circolare, in un qualche modo termina dove era iniziato, anche se c’è uno scatto generazionale in avanti, ma al di là di questa circolarità l’aspetto interessante della costruzione è quello che fa si che “Il nome della madre” vada a illuminare momenti precisi della vita dei personaggi. Poche scene precise che mostrano la crescita emotiva dei personaggi e i loro tentativi di affrontare la vita con i mezzi a propria disposizione. Un’assenza pesante come quella di una moglie, di una madre, lascia dei segni che difficilmente possono essere cancellati.

Gianluigi Bodi

Il nome della madre, di Roberto Camurri per NN ed.: Ettore, abbandonato dalla moglie, cresce il figlio Pietro con l’aiuto dei suoceri. La storia, intrisa degli odori, dei colori e della musica di una natura contadina e tradizionale, è ambientata a Fabbrico, da cui Pietro si allontana per poco insieme a Miriam. Ma la città non è lo spazio ideale dove far crescere loro figlio. Torneranno a Fabbrico – è quasi una simbiosi tra il paesaggio e i protagonisti, Pietro in particolare. La campagna di Fabbrico è culla, abbandono e ritorno – e lì, il fantasma della madre, che lo ha inseguito per tutta la vita, diventerà un nome concreto sotto gli occhi di nuovo bambini di Pietro. Aleggia una certa malinconia e una rabbia nostalgica che pervade i personaggi: Ettore e Pietro, che vivono di continui conflitti, incapaci di affetto che pure provano, hanno un colore ruvido, una patina di durezza che cela una ferita. L’uso della ripetizione anaforica restituisce bene l’ossessione di Pietro per il fantasma della madre. L’asindeto rende l’azione veloce e complessa, plastica la materia letteraria e sinestetica la sua andatura descrittiva. Il nome della madre è la storia di una mancanza. Della perenne domanda d’amore che, coscienti o meno, è il motore stesso delle nostre esistenze.

Gianluca Garrapa