Recensioni a “L’imitazione del vero” di Ezio Sinigaglia

“L’imitazione del vero” di Ezio Sinigaglia

Non è stato soltanto il libro con la sua storia a trascinarmi dentro le sue pagine, quanto anche il suo ritmo, la musica, le parole scelte, cesellate e incasellate dentro come per magia. Leggendo questo libro, fino all’ultimo rimani basito dalla scelta “artistico-stilistica” dell’autore, che si manifesta in ogni sua piega. La scrittura scorre liscia senza tentennamenti, senza inceppi. Sembra che non ci siano mai stati dubbi nella scelta né nella composizione. Sottolineo sembra, per quanto, in entrambi i casi, si tratta di un talento spregiudicato, di fronte al quale mi inchino con stima, e con commozione lo leggo e mi accingo a rileggere. Mastro Landone è un personaggio a cui ti affezioni immediatamente. Alto, biondo, luminoso nella pelle e negli occhi, che al solo incrociarne lo sguardo se ne viene rapiti. Ma l’uomo, oltre a possedere un talento fuori dal comune – che, per di più, gli procura invidia da parte di alcuni concittadini -, possiede una profonda attrazione verso i fanciulli, tanto da sentirsene infiammato alla sola vista. Purtroppo, al di là di occasioni incontrate nel suo frequente e fortunoso viaggiare, in quel di Lopezia, per via dei castighi cui si sarebbe sottoposti, è costretto a spengere ogni eventuale e ardente fiamma dentro se stesso. Ma, come in ogni narrazione che si rispetti, anche ne L’imitazion del vero sopraggiunge un elemento di rottura, che si palesa nel personaggio di Nerino. Agli antipodi, in quanto a connotati, rispetto a Mastro Landone, ma non meno dotato di rara bellezza: bruno nella pelle e negli occhi, da cui emerge una luce straordinaria. È evidente quanto Nerino si dimostrerà capace di infiammare nella carne il nostro Mastro Landone, in una maniera in cui non gli era mai capitato. Ed è nelle situazioni difficili, se non addirittura impossibili, che si mette alla prova il proprio ingegno. Senza mai trascurare i suoi impegni, cui si dedica con coscienza e rigore, elabora, Landone progetta e costruisce una macchina in grado di assicurare a se stesso la futura pace dei sensi, il tutto all’insaputa di Nerino. Ma in ogni reciproco ribollir dei corpi, si sa, non si è mai soli, i corpi sono due, e anche Nerino, infatti, verrà subito travolto dalla cupidigia di questo diabolico marchingegno, per poi dello stesso, avendone compreso il meccanismo, diventarne il principale “manovratore”. Ed è in questo scambio di ruoli, succedentesi sempre a loro reciproca insaputa, che si alternano momenti di suspense a momenti di grande comicità in cui i due protagonisti ricoprono i loro ruoli su doppi binari-registri, entrambi magistralmente interpretati.Dobbiamo arrivare a pagina 72 per palesare la morale del racconto, attraverso una semplice parola: “imitazion”. È attraverso la simulazione, ci dice infatti Sinigallia, che riusciamo a ritrovare significato e valore della nostra esistenza. Trincerandoci dietro una monotona, grigia e squallida realtà non riusciremo mai a tirar fuori la nostra vera natura, la quale continuerà a restare prigioniera dietro la porta di una menzogna destinata a farci soccombere. Sinigallia ci offre, così, una via d’uscita, con una lingua epica, musicale, zeppa di elementi arcaici come l’uso di tradizione germanica del verbo a conclusione della frase e l’abuso, tanto efficace nonché splendido, della congiunzione “e”, costruisce un racconto che considero una rara esperienza letteraria, destinata a rimanermi dentro.

Riccardo Sapia

L’imitazion del vero, Ezio Sinigaglia. Sinigaglia, con stile inconfondibile che mima la lingua suggestiva di un tempo remoto ma dai sentimenti attuali perché sempiterni, al pari dell’umana natura, affascinante, intrigante, potente e curatissimo, narra, col tono d’un madrigale, d’una sinfonia, di un balletto sulle punte, sul filo sottile ma solido teso tra realtà e finzione, apparenza e verità, inganno e burla, celia, scherzo, beffa, dissimulazione di ciò che si fa fatica a dire, perché, si sa, le cose più importanti sono le più ardue a pronunciarsi, perché pare che uscendo dal confine delle labbra si sgonfino, come una meringa mai nata, la vicenda di Mastro Landone, il più talentuoso inventore e artigiano che esista sulla faccia della terra, che però nella sua Lopezia, principato in cui vive, è solo e infelice, perché non può essere quel che davvero è, non può godere con chi vuole, non può amare chi ama. Ma… Meraviglioso.

Gabriele Ottaviani

La vicenda narrata ne “L’imitazion del vero”, che sviluppa, in una costruzione sapiente di progressivi approcci alla realtà, sempre falsati da un elemento che manca o che, pur essendo presente, si presta a molteplici interpretazioni, le conseguenze dell’incontro tra Mastro Landone, “artefice di grandissimo ingegno”, “gigante dalla barba d’oro”, “uomo di bellissimo aspetto”, “alto, forte e imponente”, e “un giovinetto, nero d’occhi e di pelo com’un saraceno, e di sorriso invece bianchissimo”, chiamato Nerino in ragione della sua apparenza e giunto alla bottega del primo in qualità di sostituto garzone, è una colta e divertita divagazione sul tema della legge, dell’autorità che impone, e del desiderio, sospinto, oltre che dalla mancanza, dalla natura verso ciò che è vietato e che, dunque, si nutre dell’infrazione della medesima in un conflitto irrisolvibile, se non nei termini di una rinuncia infelice. Mastro Landone possiede la gemma dell’ingegno, ma manca delle gemme che più della altre gli procurerebbero piacere: il suo desiderio si accende alla visione di fanciulli e giovinetti e, nonostante la natura dia modo all’uomo di spegnere agevolmente questo suo ardore, essendo i fanciulli facilmente inclinati verso gli uomini che per essi nutrono delle attenzioni diverse dagli ordinari passaggi di vista quotidiana, la legge del Principato di Lopezia, non paga di porsi come frutto di scelta politica, indaga l’animo, lo scruta e gli impone il rigetto di quel desiderio, altrimenti connotato come peccato di sodomia. Dunque, l’uomo che, in qualità di superiore politico, si erge a giudice dell’altro in nome di Dio, facendo della legge qualcosa di più di uno strumento di regolazione del vivere quotidiano, un’intromissione legittimata nella sfera intima dell’individuo attraverso la prospettazione di una pena che, prima ancora d’essere corporale, sarebbe un castigo divino, l’eterno esilio dal Paradiso e la fine inappellabile tra le fiamme dell’Inferno, qualcosa che, pur riservando il peggio della faccenda ad altri lidi, porterebbe con sé nella vita restante il peso della vergogna, altro tema fondante del testo di Sinigaglia e base di partenza di un processo di trasformazione che vedrà i due posizionarsi diversamente nella bilancia del loro peso nel gioco di potere che precede quella deposizione delle armi senza cui non finirebbe il testo con l’immergersi nel tema d’amore.

Alessandra Bartucca

L’imitazione del vero, di Ezio Sinigaglia, è una novella di cento e uno pagine il cui protagonista assoluto è il desiderio erotico: Mastro Landone, artigiano e inventore di Lopezia, l’adolescente Nerino, il giovane facchino Petruzzo, ne sono le pedine manovrate sulla scacchiera della sessualità repressa e soddisfatta; e di una macchina del piacere – fulcro e motore materiale di tutta la vicenda. Lo scandalo non è la disobbedienza alla praeceptio morum, quanto la prosa medesima, d’un evo stato al quale Sinigaglia attinge non per ostentato studio filologico, ma per obbedienza a quel principio della diversificazione che è cifra d’ogni alta scrittura desiderante: l’autore mette in scena una sintassi del desiderio trasgressiva e ironica, ricca di assonanze, rime interne e ritmo, inversioni e participi assoluti, metafore inedite, nomi parlanti, locuzioni latine. Una trama d’inganni e finzioni, tenerezza e umanità, danza sul palcoscenico d’una lingua eccessiva che svela, dietro l’osceno e fragile godimento dei corpi, la struggente maraviglia dell’animo umano: quell’amore di tanti nomi… pur tuttavia indicibile.

Gianluca Garrapa