Suciao: canali e ponti. Impressioni di viaggio in Oriente di Giovanni Comisso

Suciao: canali e ponti. Impressioni di viaggio in Oriente di Giovanni Comisso

Il treno lascia Sciangai pianamente; sfilano i sobborghi industriali con le loro foreste di alti fumaioli come in una città tedesca, poi quartieri miserabili. A un passaggio a livello le sbarre hanno arrestato il passo a centinaia di persone. Succedono grandi orti con tombe interposte alle gombine di splendida insalata e contadini sparsi che la­vorano. Infine la vera campagna cinese tutta minutamente lavorata, tenue d’alberi, verdeggiante e fiorita subito alla prima pioggia tiepida di primavera. Vi sono momenti in cui, con lo sguardo attraverso al finestrino, quasi non ci si sente lontani dal nostro Paese.

Nostalgie padane

Si viaggia forse per la pianura padana? Ecco campi di frumento, campi gialli di rape in flore; mancano la vite e il nostro gelso tozzo: qui il gelso cresce basso e cespuglioso. Solo spazio incolto è quello delle tombe, ora semplici tumuli, appuntiti, ora simili a lunghi canili in muratura. Il salice qui è un albero dal tronco alto e robusto da cui le fronde scendono per sciogliersi come chiome al vento, fresche di primo verde. I contadini abitano in tuguri di paglia e di bambù; un bosco di questa pianta sorge sempre vicino. Dalla canna e dalle radici traggono corde, scale, ceste, cappelli, cancellate, bilancieri, case e mangiano le gemme eccellenti. Di tanto in tanto appaiono canali brevi o larghi, sempre percorsi da barchette, da barche o da giunche a vela. Alte vele rettangolari. Un bufalo si abbevera, uno stormo d’anitre, un uomo a cavallo passa sopra a un ponticello, una pagoda e una collina lontana. Sotto all’ampiezza del cielo infoschito di fitti vapori altissimi la Cina si compone perpetua.

Shangqiu City Wall (foto di Gary Todd, Wikimedia Commons)

Su da questa campagna appare Suciao con le sue lunghe mura nere e merlate cinte da un ampio canale. Appena si scende ci si trova accerchiati da facchini, da coolies con la loro carrozzella sgangherata e da vetturini urlanti e indemoniati, che. più che invocare, impongono il loro servizio. La città comunica per canali col Fiume Azzurro e col mare. È abbastanza grande, parte entro alle mura e parte fuori: le strade sono malcerte, e non battute da alcuna automobile; tutto il traffico si fa per via fluviale: passano dei rimorchiatori in testa a veri treni di barche, per merci e passeggeri. Qui il Giappone ha una notevole colonia: gli Europei vengono a caccia dei beccaccini o per turismo. Ho sostato per lunghe ore fuori dalle mura, sulla riva del canale di cinta, presso un alto ponte in pietra, gobboso, tutto d’un arco, in attesa di amici che dovevano raggiungermi in motoscafo da Sciangai. Ore che forse rimarranno indimenticabili nella vita, un tempo lontano da questo paese, quasi senza ragione.

foto di 燚惪, Wikimedia Commons

Sospetti e curiosità

Vicino al ponte c’è una tettoia per la dogana; davanti il canale rasenta le mura quadrate. Sotto alle mura vi sono lunghe strisce di terra verdeggiante e qua e là il rosa dei ciliegi in flore. Il ponte è sul ramo del canale che devia verso il nord: è così alto che in cima impiccoliscono le persone coi loro ombrelli di carta cerata a riparo dalla pioggia alterna, e sotto scorrono le barche con le vele issate; ma alcune le hanno così alte che devono abbassare gli alberi per passare. È tutto un continuo passare lento: scendono a vela, risalgono a remi. I barcaioli issano e remano sotto alla pioggia, sempre accompagnati dal canto. Si sentono lo scricchiolio dei remi e il cigolare delle carrucole, gli alberi si elevano, e poi le vele cupe si dispiegano rettangolari contro l’orizzonte chiuso dalle nere mura merlate della città. Sotto alla tettoia viene di tanto in tanto qualcuno a ripararsi dalla pioggia. Si stupiscono di vedere uno straniero: si fermano incantando lo sguardo. Sento che mi spiano in ogni particolare; appena guardati in volto, dopo un attimo d’incertezza sorridono come a un invito di buona amicizia. Una voce quasi canora lancia un richiamo: è un ragazzo che va in giro a vendere qualcosa che porta in una cesta; entra sotto alla tettoia. Come mi vede, arresta a metà il suo ritornello di venditore. Sotto a un grande, ombrello di carta i suoi occhi sottili nel volto grassoccio mi spiano. Voglio vedere la sua merce nascosta sotto a un cencio: vi sono povere frittelle inumidite; sorride. Ci si toglie l’impermeabile: tutti si fanno curiosi ad osservare come si è vestiti. A conoscere la loro lingua deve essere un piacere accogliere in parole il loro stupore. Il cambio d’una pellicola alla macchina fotografica attrae tutti: uomini o ragazzi, con l’avidità delle cose più mirabili. È un divertimento accendere la loro curiosità. Faccio vedere il volto del soldato di guardia nel mirino della macchina: si spingono; le grosse teste rapate, i cappellacci bislacchi si urtano nella foga; anche il soldato vuol vedere e sorride.

Questo popolo, sebbene brutto e sporco più che giallo, simpatizza con questa sua intatta innocenza. Ma, come i bambini, è innocente e pericoloso nello stesso tempo. D’un balzo si tramuta in incendiario o in bandito. Ecco, difatti, i miei amici mi telegrafano di non potermi raggiungere perché, entrati nel lago vicino, sono stati presi a fucilate da pirati che stavano saccheggiando alcune giunche da commercio. Dannatamente s’industria per trovare una fatica che lo sfami; domani che non gli sia possibile, subito si organizza fuori della legge.

Temple of Tang Bin (foto di Windmemories, Wikimedia Commons)

Il refettorio del tempio

La mattina seguente ho visitato la città. Una carrozzella ballonzolante trainata da un coolie, affannato e urlante per aver strada, mi porta. Le strade fuori dalle mura sono abbastanza larghe, ma piene di gente stordita, e vetturini e coolies sono tutti un urlare come in una battaglia. Appena si passa sotto alla porta massiccia non sono più strade che si presentano, ma calli strettissime attraverso le quali la carrozzella continua a correre mentre la gente si restringe negli atri delle botteghe o contro alle pareti. Calli affollatissime; ai venditori d’argenti lavorati seguono quelli di seterie. Bellissimi drappi rossi ricamati d’oro e di seta a fiori e a dragoni stanno appesi in mostra. Ogni tanto la calle viene interrotta da un ponte arcuato che passa sopra a un canale dove le barche sono tutto un andare e venire. Ve ne sono di stretti fiancheggiati da case e anche qui vi sono barche che passano. Un ponte largo e alto è tutto fitto di erbivendole con bancherelle o assise per terra; più in là si vedono altri ponti con gente che passa. Ai crocicchi ottimi odori dalle trattorie: spaghetti fumanti, ravioli e gialle polpette; grandi pentole e moltitudine di cuochi e di clienti. Alcuni ponti sono coperti da tettoie di canne, e pure certi canali su cui danno botteghe d’artigiani, per riparo dal sole. Nell’ interno d’ogni negozio risaltano alle pareti dipinti e iscrizioni dorate, e ai banchi come sempre gli innumerevoli garzoni, con le mani infilate entro alle larghe maniche, sognanti in attesa. Poi la calle sbocca in un largo spiazzo dove una snella pagoda s’alza su da un tempio in rovina.

Fuori dalla città vi è un vecchio tempio buddista. Vi si va per strade incerte. Lontano si delineano leggiere colline; il terreno è pieno di rifiuti. Vecchi archi alla memoria di vedove tenaci sono prossimi a scomporsi. Lunghe mura bianche o gialle chiudono case e giardini. Il tempio ha un ampio cortile, una gradinata, poi una piattaforma di pietra dove nel mezzo fuma un grande incensiere di bronzo e attorno cicaleccia uno stuolo di donnette. Dentro, sotto al soffitto tutto azzurro e oro, grandeggiano gli iddii e bruciano i profumi. In un’ala adiacente vi è una lunga teoria di budda di legno dorato e comari che pregano o scambiano confidenziali conversari coi preti buddisti. Da un padiglione attiguo un gong richiama la folla. È l’ora della refezione dei monaci. Mangiano sotto a una grande tettoia seduti su panche divise in due gruppi: saranno circa cinquecento, vestiti di bigio, teste rase, volti emaciati; in mezzo isolato su d’un alto seggio, sta il loro superiore. Tutti mangiano con le bacchettine, un servo va in giro con una mastella e riempie di riso le tazze vuote. Uno steccato li divide dalla folla: una folla di donne, dalle acconciature nere e rilucenti, plasmate come una pasta, trattenute da spilli di giada verde, d’oro e qualche fiore. Ogni tanto qualcuna prende lo slancio, entra nel refettorio, si inginocchia su d’un cuscino e batte ripetutamente la fronte per terra prima rivolta al superiore, poi ai monaci di destra, poi a quelli di sinistra, instancabile fino a impallidire, mentre tutti loro seguitano con le bacchettine a mangiare nella più solenne delle indifferenze.

foto di Allervous, Wikimedia Common

Promesse” della giovane Cina

Nei paraggi del tempio vi è un grande giardino cinese aperto al pubblico. Canali, laghetti, ponticelli, padiglioni, piccole pagode, teatrini all’aperto, luoghi per conversare, per prendere il té, antiche poesie scolpite su neri marmi, nomi di ragazze col loro indirizzo scritti sui muri, bizzarre composizioni di rocce, ciliegi in fiore e acque giallastre. Tutto questo in una fotografia può prendere una patina piacevole, ma ad occhio nudo non risulta che senso di sporcizia, di miseria e di rovina.

La folla gira da un ponticello a una montagnola, da qui ai padiglioni dove i corridoi s’intrecciano come in un labirinto. Vi sono gruppi di soldati luridissimi ma in guanti bianchi, gruppi di giovani cinesi dall’aria di studenti reduci dall’America cui seguono le loro donne che lanciano un leggero grugnito di disprezzo verso l’Europeo. Ci disprezzano e vestono all’europea. Gran colpa è degli Stati Uniti. Ne prendono a migliaia da ragazzi, li portano nelle loro Università dove più che altro fanno dello sport, li rimandano in Cina col titolo di engineer, il quale effettivamente corrisponde a quello del nostro capomastro, pieni di boria come è facile per un Cinese appena trattato un po’ bene, e, poiché nessuno li vuole sapendosene il loro valore, diventano sfegatati propagandisti alle dipendenze dei comunisti o del Kuomintang. fomentatori nella folla dell’odio antistraniero. Ho sentito uno di costoro educato all’Università di Pennsylvania dirmi corna degli Stati Uniti: e pensare che Y.M.C.A., preti protestanti e Governo di Washington s’affannano nel far questo per propagandare in Cina la civiltà e il commercio d’America. Ecco nella sala per il té due giovani in vestito sportivo, con le tasche piene di giornali, frustino alla mano e con le loro consorti sufficientemente carine. Si sentono osservati e vogliono assumere pose moderne e disinvolte apprese oltre Oceano. Ogni mezzo minuto guardano l’orologino che portano al polso. Si tolgono i soprabiti e li buttano con slancio in disparte, si arrabbiano coi camerieri e si divertono a chiamarli e a richiamarli per cose da nulla. Poi posano il capo sulla spalla delle compagne: queste pare che non ne vogliano sapere e allora finiscono col pizzicarsi fra di loro, la patria è in pericolo, i generali nordisti Feng e Yen marciano contro Nanchino, le campagne e le città fermentano di banditi: costoro non ci pensano. La Cina è enorme e vive di peso morto. Poi c’è l’Inghilterra che va a gara con l’America per riconoscerli idealmente… La patria per il Cinese sta tutta nella propria persona, e uno sforzo a disincantarsi da sé stesso per servirla e sistemarla è inconcepibile.
Giovanni Comisso

da il Corriere della Sera del 13/05/1930

Immagine in evidenza: Gongchen Gate, Historic City of Shangqiu (foto di Windmemories, Wikimedia Commons) (part.)

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