“Veneto film e libri” di Giancarlo Marinelli

Solo qui poteva accadere. L’inversione creativa. Non un film tratto da un libro, ma un libro tratto da un film. E’ il caso di “Anonimo Veneziano” di Giuseppe Berto, che, su commissione di Enrico Maria Salerno, scrisse una specie di dialogo platonico tra Lui e Lei.

Non hanno nome. Sono l’amore furibondo, l’amore rinnegato, l’amore ricattato, l’amore ritrovato.

Si danno appuntamento a Venezia; Lei, (Florinda Bolkan), pensa che Lui, (Tony Musante), voglia avanzare pretese sul figlio; il divorzio non è ancora passato. Lui si diverte a torturarla, trascinandola per i vicoli in un autunno che sa di fango, navi arenate, bricole diroccate su un mare paludoso. Passeggiano, mangiano, litigano, si picchiano. Finiscono da Lui che tiene ancora la foto di Lei in bella vista, nel suo appartamento dove vengono solo “donne a pagamento”.

 

 

“E cosa dicono quando vedono la mia foto?”, gli chiede Lei.

“Io racconto che mi hai lasciato per uno pieno di soldi. E loro: ‘Beh, si vede dalla foto’”, le risponde.

“Che cosa?”.

“Che hai la faccia da puttana”.

Puttane gelose che le danno della puttana. Sublime. E allora Lui si toglie l’impermeabile, finalmente se lo toglie, come se si trattasse di una maschera da peste e da carnevale, versa da bere in un paio di bicchieri, versa un paio di lacrime tra il divano e gli spartiti di musica dove sono impresse le note misteriose d’un Adagio struggente che racconta la morte di Venezia, degli amanti, d’uno squattrinato suonatore di oboe e di tutto ciò che è già vissuto abbastanza.

“Ho male qui”, le dice toccandosi la testa, “E non c’è niente da fare”.

La Morte arriva sempre così, da queste parti; indossando un impermeabile.

 

Tony Musante in “Anonimo Veneziano”

 

Come nell’altro capolavoro assoluto. E’ il 1973. Tre anni dopo “Anonimo”. “A Venezia… un dicembre rosso shocking”, (“Don’t look now”) di Nicolas Roeg. Una delle poche libere traduzioni dei titolisti del cinema italiano, così dementi da imbroccare involontariamente una roba che sembra un verso di Alfonso Gatto, (ve lo ricordate “Domicile Conjugal” di Francois Truffaut? Da noi si chiamò: “Non drammatizziamo… è solo questione di corna”).

Nicolas Roeg è un inglese che fa cinema perché non sa scolpire; progetta la inquadrature come un disegno di Schinkel. Ci sono due coniugi che arrivano a Venezia, ma d’inverno. Belli come Florinda e Tony, in versione ariana.

Sono Julie Christie e Donald Sutherland. Di nuovo, Lui e Lei. Lui deve restaurare una chiesa. Lei deve restaurare il cuore di entrambi, spezzato dalla morte della figlia, annegata in uno stagno.

 

Legge tremenda del contrappasso in celluloide: cinque anni prima, era il 1965, Lara/Julie Christie aveva stroncato il cuore del Dottor Zivago/Omar Sharif in un Tram chiamato Desiderio. Così, nel film di Roeg, il lago materno, (la laguna per Cristoforo Sabbadino), diventa uno stagno putrido di sangue. C’è un serial killer che si muove tra le calli. Dalle parti di Rio Terrà dei Assassini, (il più bel noir ambientato a Venezia l’ha scritto, per Marsilio, Roberto Bianchin: “Albascura”. Ma all’inizio doveva chiamarsi: “Rio Terrà dei Assassini”. Titolo bocciato elegantemente dal baffo elegantissimo di Cesare De Michelis).

L’omicida multiplo di “A Venezia… un dicembre rosso shocking”, ha una caratteristica: è alto poco più d’un paracarro e indossa un impermeabile rosso. Chi è? Il fantasma della ragazzina annegata? Il padre architetto posseduto da quello spettro? O un nano fuggito dalla Turandot di Gozzi?

 

 

Non sarebbero esistiti Lynch, Tarantino, e forse nemmeno un pezzo di Zulawski senza quel film.

Nemmeno il Casanova di Fellini, (guarda un po’, interpretato proprio da Sutherland). Ma a sua volta, Roeg non sarebbe esistito senza gli altri impermeabili.

Aveva l’impermeabile Gian Antonio Cibotto, sempre bruciacchiato dalle punture di sigaro; ce l’aveva, sgualcito assai, Giovanni Comisso che da qualche parte se l’è rimesso adesso che il Premio a lui intitolato lo presiedo io ed è diventato pure “social”, (due cose così, tutte insieme, mandano giù bufere per un anno di fila).

Ed anche “Le furie” di Piovene e “Il Ragazzo morto e le Comete” di Parise, ce li siamo sempre immaginati con un impermeabile; metafore di esistenze infradiciate irreversibilmente dalla vita, parodie poetiche di investigatori che indagano sempre e solo su se stessi.

 

In fondo che cos’è la nebbia se non la pioggia in accappatoio. E che cos’è l’impermeabile se non l’accappatoio degli uomini che si vogliono tener dentro la nebbia. L’inversione creativa. L’inversione del Tempo.

Omar Sharif, due mesi prima di morire, mi disse: “Venezia la trovi in Ungaretti: ‘E come portati via si rimane’”. Peccato però che quella poesia sia dedicata a Parigi. Il Dottor Zivago, negli ultimi tempi, viveva molto a Parigi.

Ma quel giorno che l’ho incontrato e che s’è sbagliato, chissà perché, indossava un impermeabile.

Giancarlo Marinelli

 

Omar Sharif e Barbara Streisand